Il lampione

Esco dal portone di casa, lo richiudo dietro di me con discrezione e scendo i tre gradini per raggiungere la strada. Lungo la via i lampioni illuminano distrattamente una porzione di strada intorno a loro lasciando il resto della via nella semi oscurità.

Odio uscire la sera; soprattutto questa sera. La telefonata di Anna è stata breve e agitata:

< Mark ti prego vieni subito, sta succedendo qualcosa di strano in casa della mamma!>

Non ho la macchina, non più dopo l’incidente, e con passi veloci percorro il marciapiede illuminato dai lampioni. Il buio mi fa paura e mi guardo intorno agitato mentre percorro i tre isolati che mi separano dalla casa dei miei genitori. Il freddo umido, allo stesso tempo, mi gela e mi bagna il viso; le goccioline di acqua sospese per aria avvolgono le case e le macchine parcheggiate. L’eco dei miei passi danno un sinistro ritmo ai miei pensieri. Pensieri tristi e agitati e un presentimento oscuro si fa strada nella mia mente. Quasi mi sorprendo di pensare a un tranello; un agguato teso da quella casa, che è stata spettatrice attenta del mio incidente.

Paranoia? Può darsi. Mi sembra di sentire la voce del dott. Parker che dopo l’incidente ha seguito la mia lunga convalescenza fisica e soprattutto mentale:

< Mark, non hai ucciso volontariamente quella ragazza. È stato un evento spaventoso la cui causa va ricercata nel guasto della tua macchina. Non andavi neanche veloce. Solo tu puoi tenere a bada i tuoi sensi di colpa. Non sei un assassino.>

Non sono un assassino.

Ma non sembrava così quando, illeso, in mezzo alla strada deserta davanti a me c’era il lampione un pò piegato, la cui luce traballava quasi come per impedirmi di vedere pienamente l’orrore sotto di lui. Sotto il cono di luce c’era il corpo di una ragazza. Lei aveva una posizione innaturale sull’asfalto e i suoi occhi azzurri guardavano come sorpresa verso la luce incerta del lampione mentre un rivolo di sangue usciva dalle labbra socchiuse. Era morta. Le mie mani tremanti erano sporche di sangue mentre dietro di me i rottami della mia auto fumavano e quasi vibravano di rabbia. Poco lontano, in fondo alla strada, la sua bici sembrava un fantasma che si limitava a guardare, ferita, la sua proprietaria. Quanto avrei voluto prendere il suo posto pur di saperla viva.

Mi ridesto da questo ricordo orribile e mi accorgo che ho superato di cinquanta metri la casa di mia madre. È una di quelle vecchie costruzioni in mattoni che sono sopravvissute all’incombere incalzante dell’urbanizazione. Torno indietro di fretta e mi accorgo che davanti la casa la strada è buia e deserta. Strano, di solito, essendo una zona abitata da famiglie, questa strada è sempre ben illuminata.

Ora invece sembra disabitata; e non riesco a vedere bene intorno a me. Mi diriggo verso la casa e piano piano salgo le scale che portano all’ingresso. Il brutto presentimento prende forza nella la mia testa. Sento dei rumori provenire dall’interno ma la casa sembra vuota.

Prendo il cellulare e digito il numero di mia sorella e attendo. Squilla in un punto imprecisato del salotto. Dopo dieci squilli riattacco e suono il campanello. Un rumore di passi incerti risuonano all’interno. Solo ora mi accorgo che tutto attorno a me, qui fuori, è avvolto nel silenzio; come se il buio inghiottisse anche i suoni più naturali e ordinari. I passi si fermano davanti la porta d’ingresso. Attendo preso dal panico. La porta non viene aperta. Chiamo a voce alta mia madre, mia sorella sperando in una risposta dall’altra parte, ma nulla, nessuno risponde.

Ma cosa sta succedento questa sera. Chiudo gli occhi, provo a respirare a fondo per calmarmi e sento che tutto questo è surreale.

Attendo ancora un istante davanti la porta e all’improvviso, dietro di me sulla strada, il silenzio viene interrotto bruscamente da uno stridore assordante di gomme. Mi volto e dal nulla, come dentro un sogno, una macchina (la mia macchina) sbuca all’improvviso dal fondo della strada alla mia sinistra. Dalla parte opposta, alla mia destra, la ragazza dagli occhi azzurri stava avanzando imcurante dal vialetto di una casa in sella alla sua bicicletta. Il suo volto è disteso, il sorriso sulle sue labbra è fiducioso e ingenuo. Non so cosa fare. Sono inorridito. Sto diventando spettatore del mio incidente. Spettatore della sua morte.

La mia auto non rallenta, come può, i freni non rispondo più, sbanda più volte. Chiudo gli occhi. So come va a finire, tra un pò sentirò l’impatto della mia auto contro il lampione e poi un colpo secco. Urlo dal terrore e al mio urlo si aggiunge quello della ragazza, e in lontananza la bicicletta ricade sull’asfalto freddo. Sento il suono dei passi sull’asfalto; sono i miei, che raggiungono, dalla macchina fumante, la ragazza per terra.

Il silenzio ripiomba su ogni cosa. Riapro gli occhi e mi aspetto la scena orribile che ho già visto e vissuto. Niente, davanti a me è ritornato il buio, la strada era esattamente come prima. Deserta.

Non capisco.

Sto uscendo pazzo, altra spiegazione non c’è. Tremo e sudo freddo. Mi sento le mani appiccicose e le alzo per guardarle; con profondo orrore sono macchiate di sangue. Dietro di me, dall’altra parte della porta, sento una risata divertita:

< Mark non sei un assassino… vero? >

Il terrore puro si fa strada dentro di me. Non riesco più a pensare! Il mio corpo non risponde, indietreggio piano allontanandomi da quella voce di giovane donna ma allo stesso tempo macabra e cattiva. Non è mia sorella.

Indietreggio ancora. Sono sulla strada e mi sento al sicuro; il buio è quasi totale.

Mi guardo le scarpe, poi le mani e sono insanguinate. Ma perchè! Il buio mi nasconde da quella voce. La sua voce. Ne sono convinto. È lei; la ragazza dagli occhi azzurri. Voleva farmi entrare dentro casa, voleva portarmi via con sé, ma sono qui in strada… non può più prendermi.

Dentro di me rido di una risata folle. È solo un brutto sogno, come tanti dopo l’incidente.

Piano piano ricomincio a tornare in me; riprendo a percepire l’aria satura d’acqua e il buio non è più così totale. Mi guardo ancora le mani e sono pulite. Mi rilasso e muovo il primo passo verso la casa. Ma sopra la mia testa si accende una luce. Alzo gli occhi e vedo l’occhio del lampione su di me che mi illumina.

Non capisco; cosa sta…

Una macchina sbuca all’improvviso in fondo alla strada; la mia auto, mi volto di scatto. I fanali mi accecano. Poi lo schianto.

Mark ha gli occhi aperti che guarda come stupìto il lampione sghembo sopra di lui. Lo illumina a intermittenza, complice di questi eventi assurdi, come per ricordagli qualcosa…. Ma tutto questo ormai non serve, il suo corpo giace innaturale sull’asfalto e un rivolo di sangue scorre dalle sue labbra socchiuse.

Ora i lampioni illuminano, rassicuranti, la strada, la notte è serena e asciutta, tutto tace addormentato. 

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Discussioni

  1. Mi è piaciuto il modo in cui trasmetti l’inquietudine che proviamo quando le cose attorno a noi sono diverse da come siamo abituati, quando cogliamo che c’è qualcosa di strano. Stiamo sognando? O forse la realtà ha piegato bruscamente in una direzione inaspettata? Si materializza nel peggiore dei nostri incubi? In questo racconto i lampioni spiano e commentano con le loro intermittenze le vicende umane, come demoni di luce piegati a guardare, curvi di curiosità come un vecchio sul suo bastone. Brava 🙂

    1. Grazie per il tuo commento Isabella hai compreso a fondo la vera metafora del lampione e il mio voler denudare l’essere umano per emergere tutte le proprie paure e follie. ??