Il male peggiore

Serie: Vero come il male


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Sei a terra, un impulso mi spinge a finirti. Non era previsto. Le mani cercano il tuo collo. Si fermano a un centimetro dalla pelle. Un momento infinito, poi riemergo. Arretro di un passo. Un ultimo sguardo. Monto sulla bicicletta e vado via. (Consiglio la lettura dell'episodio 1 subito dopo)

Seduto per terra, la guardo mentre riprende conoscenza. Ha le palpebre pesanti, si intuisce da come fatica ad aprire gli occhi. Si guarda in torno per qualche secondo. Poi capisce. Urla, mi mostra i denti. Alterna insulti con parole in una lingua che non conosco. Prova ad alzarsi ma ha le braccia dietro la schiena, i polsi bloccati dalle fascette stringicavo. Anche le caviglie e le ginocchia sono legate strette. Vedo affiorare la paura nel suo volto. Si agita ancora di più. La fisso in silenzio. Ora piange. Sono lacrime di rabbia e dolore. Le fascette intorno ai polsi e alle caviglie le incidono la pelle, sanguina. È combattiva, non ha intenzione di arrendersi. La rabbia ora è puro odio. Urla fortissimo, forse dovrei imbavagliarla. Ma qui nessuno può sentirla. Ogni movimento le provoca dolore. Poi il suo atteggiamento cambia, le lacrime ora scendono fluenti. Il corpo è scosso dai singhiozzi e il viso chiede pietà. Si calma un po’. Mi supplica. Mi chiede perché. Cosa voglio da lei. Mi offre il suo corpo in cambio della libertà. Mi dice che può fare tutto quello che le chiedo se la lascio andare. Io continuo a fissarla in silenzio. Il tempo scorre lentamente. Si è addormentata. Controllo l’ora, mi alzo. Al mio movimento apre gli occhi. Speranza e terrore si alternano nel suo sguardo. Prendo un rotolo di nastro adesivo da imballaggio, mi avvicino. Si agita, urla. La colpisco con un calcio nello stomaco. Silenzio. Sgrana gli occhi, spalanca la bocca, sembra soffocare. Poi rigurgita. Si svuota completamente, non solo dalla bocca. Oltre alla puzza di vomito sento odore di feci e vedo che si è bagnata tra le gambe. Aspetto, poi le passo due giri di nastro adesivo intorno alla bocca. Blocco anche polsi e caviglie tra di loro. Sembra la piccola preda di un cacciatore di frodo. Controllo la tenuta del nastro adesivo e delle fascette. Vado via.

Il giorno dopo torno da lei. Mancano ancora tre gradini per raggiungere lo stanzino in basso e un fetore spesso e nauseabondo mi investe. Lei è accovacciata nel suo angolo così come l’ho lasciata la sera prima. Poggio il borsone e mi siedo per terra, con la schiena contro la parete opposta a lei. La fisso senza parlare per qualche minuto. Poi mi viene un’idea. Dal borsone prendo un paio di forbici. Vado da lei. Capisce che ho in mente qualcosa e si agita. La afferro per i capelli con la mano sinistra e la sollevo. Piange. Osservo da vicino i suoi capelli neri. Sono bellissimi. Mentre glieli taglio lei piange. Quando ho finito mi allontano. Dal borsone estraggo l’occorrente per dare una pulita all’ambiente. Stendo nell’angolo opposto dello stanzino due cartoni di recupero. Taglio il nastro adesivo che le tiene bloccati i polsi alle caviglie. Le libero la bocca dal nastro adesivo, un piccolo gemito le sfugge dalla gola. La metto seduta e l’aiuto a bere dell’acqua.

«Ti prego. Lasciami andare. Non dirò niente a nessuno. Ti prego.»

La sollevo e l’accompagno verso i cartoni stesi. Non si regge in piedi, devo trascinarla di peso. Una notte ed un giorno legata e senza cibo l’hanno indebolita notevolmente. La adagio sul cartone e recupero le forbici per liberarla dagli abiti sudici che indossa. Ora è completamente nuda. È sensuale. Anche se è esile ha un seno pieno, sodo e giovane. Il pube è completamente depilato. A vederla così, senza i suoi abiti da prostituta, senza trucco, sembra una bambina. Sul seno sinistro un piccolo fiore tatuato. Quando ci siamo conosciti me lo ha spiegato.

«Come ti chiami?»

«Lule!»

«Lule? Mai sentito, è carino.»

«In albanese significa fiore.»

Ammucchio i rifiuti in una montagnola, li raccolgo alla meglio e li butto in un sacco di plastica nero. Lei raccoglie le gambe al petto e poggia la fronte sulle ginocchia. Piange. Dice qualcosa ma non la capisco.

«Ora proverò a medicarti le ferite. Se provi a scappare ti punirò.»

Taglio le fascette dei polsi e delle caviglie. È libera ma non scappa. Le pulisco i tagli ai polsi e alle caviglie col disinfettante. Poi provo a coprire le ferite con garze e cerotti ma non viene un bel lavoro. Non so perché lo faccio.

Lei continua a piangere.

Sono trascorsi due giorni, è arrivato il momento. Basta tagli, basta strappi, basta urla e lacrime. Oggi morirà. La vedo dormire rannicchiata sui cartoni sudici, legata mani e piedi e quasi provo pietà. Mi avvicino e la volto prona sui cartoni. Taglio fascette e nastro adesivo da polsi e caviglie. Le libero anche la bocca e la faccio girare supina. È libera, potrebbe reagire ma non lo fa. Le sistemo i capelli corti tagliati male con una specie di carezza. I suoi occhi fissano un punto immaginario, sussurra una nenia. Forse prega. Ha capito che sta per morire, ha accettato la sua fine. Forse desidera morire.

Monto su di lei per impedirle il movimento con il mio peso. Stringo forte le gambe contro le sue braccia. Avvicino le mani al suo collo e le stringo. Mi guarda negli occhi sorpresa come se si fosse appena accorta della mia presenza. Stringo più forte e sposto il peso leggermente in avanti. La sento agitarsi inutilmente sotto di me. I suoi occhi sembrano uscire dalle orbite e si macchiano di rosso. La bocca spalancata emette dei rantoli spaventosi. Non riesco a fermarmi. Sono inarrestabile, una valanga durante la sua corsa. Il suo viso è blu, gonfio. I rantoli ora sono meno frequenti. Si agita con meno vigore.

Non si muove più.

Sono sopra di lei. Continua a fissarmi, ma i suoi occhi scuri non mi vedono. Non vedono più niente. Le palpebre non sbattono a intermittenza come poco fa. I respiri corti e rapidi sono spariti. Quei rantoli disumani non si sentono più. Ripenso al suo torace che si svuota sotto il mio peso, nell’ultimo respiro. Stacco le mani dal suo collo e le dita lasciano macchie violacee sulla pelle. Piccoli punti rossi intorno agli occhi colorano il suo viso sporco e smagrito.

C’è silenzio tutt’intorno.

Continua...

Serie: Vero come il male


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Non so ancora dove ci porterai con questa meta storia descritta dal personaggio scrittore. Emerge la volontà di creare suggestioni forti con la forza violenta delle azioni, da parte del soggetto carnefice, con evidenti tratti sadici che possono essere più o meno disturbanti, in rapporto alle sensibilità soggettive dei lettori.
    Sono curiosa di scoprire come evolverá la storia principale e quella descritta dal suo protagonista.

    1. Ciao M.Luisa
      Ci siamo quasi, l’esperimento è quasi concluso. Un paio di episodi e poi concludo.
      Unica anticipazione: il sadismo che percepisci non è fine a se stesso 😉
      Ciao e grazie
      P.

  2. Sto cercando di capire il meccanismo. Hai messo in piedi un arnese narrativo piuttosto complesso, almeno,per me. “Arnese” è in senso buono, sia chiaro. Questo capitolo è di un realismo al limite della sopportabilità. Il che significa che è riuscito. Aspetto.

    1. Ciao Francesca
      “Arnese” mi piace molto 😀
      Rende l’idea.
      In verità mi sarei spinto anche un pochino di più ma alla fine non me la sono sentita.
      Grazie
      Ciao
      P.