
Il male ritorna – 1
Serie: Le notti di Ottobre
- Episodio 1: La capra ferrata
- Episodio 2: I Dolci dei Morti
- Episodio 3: Pelle di Lupo
- Episodio 4: La Pantafeche
- Episodio 5: Il male ritorna – 1
- Episodio 6: Il male ritorna – 2
- Episodio 7: Il Ponte del Diavolo
- Episodio 8: La casa rossa – 1
- Episodio 9: La casa rossa – 2
STAGIONE 1
“Non ho più nulla da dirti, Fede. Più che con la verità, non ho la più vaga idea di come potrei convincerti…”
“Non serve convincermi. Come se non ci fossero delle certezze in questa storia” la voce giunse sottile e penetrante, nel suo tono accusatorio, dall’impianto stereo della Mercedes. Marta non provò nemmeno a respingere quelle accuse; non tentò di spiegare che le cose non erano ovvie come credevano tutti. Ormai non lo faceva più, da qualche mese. Si era detta più volte che rassegnarsi ad accettare l’opinione degli altri, quando sapeva che era falsa, era nocivo, eppure non aveva le forze per combattere quella guerra ormai persa, e che forse non avrebbe mai dovuto iniziare.
Non era stata tanto la disparità numerica, ad averla logorata in quel modo, non il fatto che fossero in quattro contro una. L’aspetto rilevante è che quei quattro fossero Fede, i suoi “perfetti” genitori e… suo padre.
Già, perché sentirsi dire: “puttana” dall’uomo che sapeva essere un idiota fu una situazione spiacevole, dalla quale uscì con la sensazione di essere stata presa a pugni nello stomaco.
Quando invece quella parola venne dalla bocca di suo padre, un uomo che aveva sempre ammirato e guardato come un modello da seguire e dal quale si aspettava di ricevere altrettanta stima, allora ne uscì – a fatica – con un cratere nel cuore e un’emorragia che tuttora non accennava a ridursi. Quindi, non disse nulla.
Trattenne un vaffanculo prima che potesse uscirle dalle labbra: aveva passato un posto libero nel parcheggio lungo la strada. Inchiodò di colpo e inserì la retromarcia, ma proprio in quel momento un’automobilista evidentemente più sveglia imboccò il posto con la sua vecchia Renault.
“Vaffanculo!” disse Marta, stavolta ad alta voce. Un bifolco su un suv strombazzò per quelli che potevano essere dieci secondi, arricchendo il tutto con esclusive delicatezze in dialetto mantovano.
Marta riprese a cercare parcheggio. Federico sembrava essersi zittito, probabilmente perché impegnato su qualcos’altro.
Stava piangendo, sforzandosi di non farsi sentire. “Non avresti dovuto chiamarmi in quel modo” disse, tentando senza riuscirci di sembrare risoluta.
“Non sono stato io a tradirti.”
“Ma… Santo cielo! Ho conosciuto Michael dopo il divorzio” disse, la voce sempre più stridula, e incerta, come se neppure lei credesse alle sue parole.
“Ma certo” rispose lui.
“Vai a farti fottere, Federico.”
Con quest’espressione, Marta concluse la telefonata con il suo ex marito. Perché, poi, si erano sentiti? Se lo chiese mentre scrutava le file di automobili attraverso il parabrezza imperlato di goccioline, e alla fine ricordò. Fede l’aveva chiamata per chiederle di restituirgli la sua collezione di fumetti. Solo dopo qualche minuto, era passato alle accuse. È sempre stato così, pensò Marta.
Farsi chiamare puttana non è mai piacevole. Quella parola così cruda, precisa e dal significato inequivocabile le rimbombò in testa come un eco per delle ore, la volta che la pronunciò.
Si accorse di aver smesso di controllare i parcheggi quando ormai era arrivata alla rotonda davanti al Castello San Giorgio. La imboccò, mise la freccia a sinistra e ripercorse la stessa strada, scrutando in cerca di un posto libero. L’orologio segnava le nove e venticinque. Marta si preparò ad arrivare in ritardo a teatro.
Le strade di Mantova erano deserte, e le poche persone che incontrò in strada fuggivano come ombre nei vicoli o nelle porte delle case, probabilmente anche loro in ritardo, magari per la cena.
Era il 31 di ottobre, e la nebbia aveva già iniziato da qualche settimana a sottolineare ai mantovani la sua presenza, ma quella sera… Marta pensò di non averne mai visto una simile.
L’aria era fredda e umida, e ogni figura oltre qualche metro appariva sfocata alla vista. I suoni giungevano alle sue orecchie in sordina, e persino lo schiocco dei suoi tacchi contro il marciapiede in petra risultava ovattato.
D’un tratto, si ricordò: Michael. Con il petto pressato dall’ansia, fomentata dalla fretta e dal suo stato emotivo, si fermò ed estrasse il cellulare dalla tasca del cappotto, mentre realizzava che lui la stava probabilmente aspettando fuori dal Bibiena già da qualche ora – dal momento che i biglietti li aveva lei -, in attesa del messaggio che avrebbe dovuto inviargli dopo aver parcheggiato.
“Stupida, sei una stupida” mormorò, pensando al fatto che si era dimenticata dell’unico uomo (o meglio, l’unica persona sulla terra) che le aveva permesso di restare a galla, per farsi dare implicitamente della donnaccia da colui che invece l’aveva gettata in acque torbide e spinta in profondità.
E dopo essersi preparata a non meno di una decina di notifiche tra chiamate perse e messaggi, constatò che invece Michael non aveva chiamato, né scritto. La sensazione al petto si accentuò, mentre la disperazione saliva come la lancetta del manometro di una caldaia sul punto di esplodere, e le lacrime iniziavano a inumidirle gli occhi. E la mente correva.
È stato per ieri. Perché continuo a nascondermi – a nasconderlo – e non faccio nulla per darmi – per dargli – una vita normale.
Non ci siamo più scritti, ma pensavo fosse sottinteso che ci saremmo rivisti e… oh, mi si sbaverà il trucco, ma perché devi sempre piangere!
Con le mani che tremavano e il ghiaccio dentro al petto, compose il numero di Michael. Dalla linea, desolata come le strade della città, giunsero a intermittenza i segnali acustici, come sirene d’allarme lontane.
La lancetta ora aveva sconfinato la zona rossa del quadrante, un segnale universale – non importa cosa misuri – che le cose stanno andando nel verso sbagliato.
Puttana
Qualcosa emise un rumore strisciante alle sue spalle. Si voltò di scatto. Non c’era nulla oltre alle le sedie del Sucar Brusc appoggiate ai tavolini già cosparsi di brina.
Ora le girava la testa. Il segnale acustico giungeva al suo cervello con imperiosa maestosità e lì, nella sua testa, sembrava propagarsi per tutto il corpo e fuori di esso, lungo le vie, mischiandosi con i suoi pensieri.
Beeep…
“Come hai potuto macchiare il nome di questa famiglia? Tua madre ne sarebbe disgustata.”
Beep…
“Cosa ne sai tu, di cosa penserebbe mamma? È possibile che non capite?”
Beep…
“Capire? Cosa dovremmo capire? Esiste forse una parola più adatta di tradimento?”
Beep…
“Non capite!” ripeté Marta. “Federico era un uomo orribile, dietro alla maschera da ragazzo perfetto.”
Beep…
“Oh, per piacere! Non ho intenzione di stare a sentire le lagne di una ragazzina troppo cresciuta.”
E afferra l’ombrello, segno che sta per uscire di casa. Marta lo sa bene, perché osserva le azioni di suo papà da quando era piccola. E ricorda che sorrideva, nel farlo.
Beep…
Corre verso di lui, lo afferra per il braccio. Si volta e… è disgusto quello dipinto sul suo volto?
“Voglio presentartelo, papà.”
“Cosa?”
Sì, nella sua voce c’è il ribrezzo di quando si ha la sfortuna di vedere un gatto che è stato investito, le interiora sparse sull’asfalto.
“Voglio che tu conosca Michael. Poi forse…”
Lo schiaffo fu potente. Il suono orribilmente piatto echeggiò nel salotto.
Lui si chinò a raccogliere l’ombrello, che gli era caduto.
“Sei una puttana.”
Beeep… Beeep… Beeep…
E aumentava di intensità e di volume, fino a farle stringere i denti e serrare le palpebre. Poi cessò di scatto, nel modo in cui la linea si collega con quella di qualcun altro.
Marta attese con il fiato sospeso.
“Michael?”
“Sono io” disse lui, ma la sua voce era spenta. Morta.
“Oh amore, finalmente! Dove sei?” disse, e subito si sentì un’idiota, perché se qualcuno doveva chiedere dove sei, amore? quello era proprio Michael. Il quale però sembrò non accorgersi del particolare.
“Amore…”
“Sono dove potrò riposare per sempre.”
“Cosa?” mormorò Marta. “Tesoro, cosa ti è successo?”
Non ricevette risposta, perché la linea si era interrotta. In testa, non le restavano che i residui del terrificante climax che l’aveva sopraffatta poco prima. La realtà del mondo circostante le piombò addosso con una tale violenza, che i ricordi del triste passato, il panico, la disperazione di poco prima sembravano lontani nel tempo. Ora era sola nella realtà grigia e sfumata di quella notte.
Non era solo quello, però. Avrebbe giurato di aver – se non udito – avvertito qualcosa di talmente terribile da surclassare tutto il resto. Si guardò attorno, ruotando il busto per evitare di produrre rumore con i tacchi. Ascoltò, sebbene non fosse affatto certa che quel qualcosa andasse udito. I suoi occhi non videro nulla, solo i vicoli illuminati dalla luce fioca dei lampioni. Le orecchie non colsero altro che il debolissimo scroscio dell’acqua del lago.
Restò in quella posizione per qualche minuto, fino a quando la sensazione non iniziò a svanire, lasciando il posto alla consapevolezza che chiunque l’avesse vista lì, in mezzo alla strada deserta a guardarsi attorno, l’avrebbe scambiata per pazza. L’imbarazzo la scaldò, dandole quasi conforto. Si avviò verso il teatro.
Mentre camminava, il suo pensiero fisso fu Michael. Provò a chiamarlo una volta, due, tre. E ogni volta si sentì spiegare che il telefono era irraggiungibile. Eppure poco prima gli aveva risposto…
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- Episodio 9: La casa rossa – 2
Molto coinvolgente e intrigante. Vado a leggerne il finale.
Bravo, Nicola! @Nicolarighetti00
Ora voglio leggere la seconda parte, Nicola! Devo sapere come finisce. Ben scritto, con il giusto climax e la giusta suspence. Molto bene!
Seguo Nicola da molto tempo, è stata una sorpresa vedere un suo racconto qui. Complimenti la storia è il giusto equilibrio tra leggenda e racconto, ricco di dettagli, coinvolge in ogni parte e il parallelismo tra le due storie viene reso in maniera perfetta.
Ancora complimenti!
Grazie mille <3