Il marchio 

È un attimo.

Una disattenzione.

Una leggerezza.

Un’impennata di orgoglio.

Una distrazione.

Una smargiassata.

Un momento di smarrimento.

Un attimo di debolezza.

Un errore di valutazione.

Una goliardata eccessiva.

Ed ecco l’errore.

La tragedia.

La rovina irreparabile.

Il marchio indelebile.

La cicatrice destinata a rimanere perennemente aperta ed infetta.

Dicono che la vita riserva sempre seconde possibilità.

Dicono che esiste sempre la possibilità di ricominciare.

Dicono che le persone sapranno capire ed andare oltre.

Menzogne.

Illusioni.

Placebi.

Storielle che si raccontano per consolare chi non riesce ad affrontare la realtà conseguente, ineludibile ed inevitabile, ovvero uno scenario di nequizia sofferenza e stridore di denti eterno.

Qualsiasi opera successiva, anche la più mirabolante e virtuosa, verrà inesorabilmente oscurata dal marchio dell’infamia.

Al mondo non interessano le fragilità o le imperfezioni che hanno facilitato l’errore.

Il mondo giudica implacabile.

Il mondo brama l’esilio.

Le persone, essendo mediamente miserabili mediocri ed ottuse, hanno necessità di capri espiatori da additare insultare irridere ed, infine, esiliare, nella speranza che il capro esiliato porti via con sé il rischio di potere subire lo stesso destino.

Chi ha rubato una volta resterà marchiato a vita come un ladro.

Chi ha tradito una volta resterà marchiato a vita come traditore.

Nulla qualifica di più del singolo errore.

Miriadi azioni positive non riusciranno mai a scalfire l’ immutabilità del marchio di infamia.

Quindi?

Dolore?

Stridore di denti?

Esilio eterno?

Discredito sociale?

Additamento umiliante continuativo con feroci principi di lapidazione?

Nessuna possibilità di redenzione?

La risposta ovviamente è si.

Anche se nessuno lo ammetterà spontaneamente.

Anche se tutti cercheranno di rassicurarvi con la favoletta che tutti sbagliano.

In realtà chi vi liquida con questa risposta di circostanza vi ha già marchiato, in modo indelebile e senza possibilità di appello o redenzione.

Siete finiti, in estrema sintesi.

Però col tempo il marchio tende a sbiadire, come la memoria, finendo per assomigliare ad un’insegna abbandonata, arrugginita e corrosa dal tempo.

Il marchio si tramuta in un cliché, addirittura quasi bonario e riconoscitivo, fino a quando nessuno ricorderà l’origine.

Ma nell’immaginario collettivo continuerà ad esserci un’associazione automatica tra il nome dell’autore e la denominazione che discende dal marchio infamante.

Quindi?

Dolore?

Stridore di denti?

Esilio eterno?

Discredito sociale?

Additamento umiliante continuativo con feroci principi di lapidazione?

Nessuna possibilità di redenzione?

Siete finiti in modo inesorabile ed irrimediabile?

Ovviamente si.

La domanda è un altra.

Cosa comporta in concreto per il marchiato?

La risposta è semplice, ovvero nulla.

E sapete perché miei cari amici disturbati?

Perché le persone giudicano e condannano all’esilio nell’illusione di eliminare i propri scheletri, ma subito dopo dimenticano.

Ebbene si, dopo avervi giudicato e condannato, le stesse persone non solo non vi considerano, ma si dimenticano di voi, del vostro volto e del vostro nome.

In fondo, non crederete mica di potere essere così significativi ed importanti da essere ricordati? Non vi basta essere infami?

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Gabriele. È inevitabile che questo tuo brano mi riporti alla mente i tanti casi di cronaca che vedono protagoniste persone anche molto giovani. Suona come un monito, sia per chi sbaglia che per chi giudica. Bisognerebbe prevenire ed evitare che il virus della violenza si propaghi, evitando parole, gesti e smorfie di soddisfazione sia quando a subirla è una vittima che, secondo la società, ha contravvenuto a stupide regole millenarie, sia quando è il ‘marchiato’.

  2. Un feroce monologo (non poi così tanto) interiore che riporta le amare constatazioni esistenziali del narratore (che – attenzione – raramente coincide con l’autore in toto), sic et simpliciter, senza mediazioni borghesucce o favolette della buona notte. In un mondo, dove Dio è a Dubai a bere champagne e a molestare modelle russe, arido e impermeabile, in cui perfino la voce del karma è completamente affievolita, c’è poco da sognare e svolazzare. La scrittura è secca, torrenziale, scientemente sgradevole. La voce salda seppur cavernosa e, a volte, talmente compiaciuta dallo slogan ‘no mercy’ da risultare cannibale; ma in dirittura d’arrivo sa sterzare, non si esimendosi dallo sberleffo finale, vero turning point di questa autentica scudisciata nella schiena. Nuda.

    1. Analisi come sempre lucida chirurgica e di eccezionale profondità,
      Mi permetto solo di specificare che il compiacimento al cospetto dello slogan “no mercy” è amarezza dissimulata, la quale aspira ad acquisire i connotati della feroce condanna camuffata da quello che impeccabilmente definisci lo sberleffo finale.

        1. Sai, la percezione può giocare questi scherzi, e far confondere un’elevata amarezza dissimulata per un bieco sadismo irridente.
          Qui un tono di lettura farebbe la differenza.

        2. Come interprete,
          sceglierei ad occhi chiusi un illuminato intellettuale pisano che le trame della vita hanno condotto nel placido ed ovattato ventre del Lazio, in cui, peraltro erroneamente, si sente indenne da eventuali proditori agguati, da tergo, nella notte