Il mare e Benedetta

Serie: A casa loro


Cinque storie per raccontare i centri di prima accoglienza, diffusi in provincia di Pesaro e Urbino tra il 2014 e il 2019

È il 2014, è dicembre, è un venerdì e sono le dieci di sera. Fa molto freddo. Benedetta è chiusa in macchina e la macchina è parcheggiata davanti ad un bar. Il bar si chiama bar Sergio ed è uno tra i primi bar che vedi, alla tua destra, quando le curve d’asfalto finiscono dentro alla linea retta che annuncia il paese. Gli amici di Benedetta e poi anche sua madre e suo padre sono tutti quanti lì dentro. Al caldo e nella luce. Festeggiano il compleanno del barista. Che, naturalmente, si chiama Sergio. Sergio come il bar. Il bar Sergio. Non è un caso. Sarebbe ben strano, se lo fosse. Ma, per l’appunto, non lo è. Benedetta nel dicembre del 2014 ha 23 anni. Un tizio le ha detto, ad Agosto, a bordo piscina, alla festa per il suo compleanno, che 23 anni non sono nemmeno un’età. 23 anni sono uno stato d’animo su cui, a lasciar fare, passa e rimane ogni cosa. Una finestra aperta. Una porta aperta. Tutto il giorno. Sempre. «Se non ci stai attenta» gli ha detto il tizio, che sicuramente parlava anche un po’ a vanvera, “ti entra il mare in casa”. A Benedetta oggi, le è entrato il mare in casa. E con il mare in casa parcheggi davanti al Bar Sergio, magari. Ma poi, ci provi, e non riesci nemmeno a pensare di entrare. Ci provi e non riesci nemmeno a pensare di muoverti. E allora cosa fai? Rimani seduta dentro all’abitacolo della macchina spenta, che si sta raffreddando, ed aspetti che succeda quello che deve succedere. Aspetti, cioè, che quella cosa che si sta per spezzare si spezzi davvero in modo che poi, tu, riesca finalmente a piangere un po’. Oppure un bel po’. Dopodiché, dopo quello, potrai decidere il da farsi. Chi sei, cosa stai facendo e perché lo stai facendo. Se ce la fai o non ce la fai. Non prima, però. Non adesso. Adesso è troppo presto. Benedetta nel dicembre del 2014 studia mediazione linguistico-culturale all’università e lavora, da pochissimo tempo, come operatrice diurna, all’interno del centro di prima accoglienza di Urbania. A dire il vero il centro di prima accoglienza di Urbania l’ha proprio aperto lei. Ha fatto un colloquio in un ufficio, il martedì, e poi, il mercoledì, chiavi in mano, era lì ad aprire. A partire da zero. Benedetta è piccolina ma è tosta. Il centro di prima accoglienza di Urbania, invece, è di tipo alberghiero. È così che si dice, assecondando il gergo nascente e un po’ asettico dei nascenti ma niente affatto asettici addetti ai lavori: emergenza, criticità, strutture alberghiere, strutture autogestite, materiali, lingue veicolari, beneficiari, feedback. L’utilizzo di termini freddi, professionali, solidi, da una parte e un a realtà da frullatore, da indecifrabile tempesta in atto dall’altra. In verità il settore è tutto nuovo. Rapidissimo. Mutevole. Ogni cosa deve essere fatta, poi capita e poi rifatta un’altra volta. Studiata, smontata, rimontata, codificata. Sbagliata per essere giusta il giorno dopo. L’ora dopo. Il minuto dopo. 5 secondi dopo. Bisogna inventarsi un lavoro che non c’è. Procedure che non ci sono. Soluzioni a problemi del tutto inediti. Nel frattempo il blu del mediterraneo è un titolo di giornale costantemente sbattuto in prima pagina. Il cuore della questione è lì ed è, neanche a dirlo, il cuore accelerato di una persona in fuga. Gli sbarchi aumentano con geometrie esponenziali. Intensità, velocità, e quantità mai viste diventano i motori incandescenti di una scenario politico e sociale che prende subito la dimensione dello scontro, del contrasto, dell’invettiva, della ferocia. L’attenzione dedicata a questo disperato esodo galleggiante, tratteggiato dalla sfilata di migliaia di visi muti che sono gli uomini, le donne, i bambini, si accende in un colpo solo e poi, dopo il colpo, non si spegne più. Ma a Benedetta, che ha 23 anni, è entrato il mare in casa proprio oggi, venerdì. Dicembre del 2014. È successo qualche ora fa, al centro di prima accoglienza di Urbania. È stato verso la fine del pomeriggio perché ad arrivare ci hanno messo un po’. Forse c’è stato qualche problema, forse il traffico, chi lo sa? Venire su da Pozzallo con l’autobus, a guardare una mappa stradale, è bella lunga di per sé. Con quel po’ di mare ancora da attraversare in supplemento. Poi al casello di Ancona si scende, ci si divide in gruppi più piccoli e si riparte un’altra volta. Anche lì, per un motivo o per un altro, le cose possono rallentare. Benedetta ormai lo sa. Nessuna operazione di questo tipo è facile o scontata. Nessuna operazione di questo tipo ha tempi certi e calcolabili al millimetro. Quello che Benedetta non sa, perché ancora non l’ha visto, è che aspetto possa mai avere, come è fatto, cosa dice e cosa non dice, un ragazzo della sua stessa età che prima ha fregato il deserto e che poi ha fregato il mare. Tenendosi la vita stretta tra i denti. Quanta roba gli può rimanere incastrata dentro, ad uno che decide di fare una cosa del genere. Benedetta di primi sbarchi non ne ha visti mai perché la sua struttura che è nuova, che ha aperto lei stessa, è stata riempita per metà con ragazzi che erano già arrivati in precedenza, con ragazzi provenienti da un’altra struttura. Una struttura che per ragioni di qualche tipo è stata sgombrata e dopo chiusa. I ragazzi con cui ha avuto a che fare Benedetta, fino ad adesso, sono tornati già da un po’ ad essere qualcuno e non, invece, un’immensa fatica, una tremenda paura, una terribile perdita, un’angoscia che non finisce mai. Sono le sette di sera e Benedetta, che è fuori orario e che è seduta in attesa nell’ufficio della struttura, sente il rumore di un veicolo che pesantemente arriva e che poi, dopo un po’, pesantemente si arresta. È il pulmino della cooperativa con dentro i nuovi ospiti. I beneficiari. I migranti. I richiedenti asilo. Quelli di Pozzallo. È così che pensa Benedetta. Poi si alza, esce dall’ufficio e va a vedere se ha ragione oppure no. Pensa vagamente, attraverso la curiosità e la concentrazione forte di chi deve fare una cosa complessa per la prima volta in vita sua, che se fa in tempo a fare tutto, a riempire tutte le pratiche, a consegnare ogni cosa, a parlare con ognuno di loro, anche se in ritardo, un salto da Sergio riesce a farlo lo stesso.

Sta pensando che comincia ad aver freddo alla mani e ai piedi quando sente bussare al finestrino appannato della macchina. È sua madre che, dall’altra parte del vetro le sorride un po’ incerta e poi le chiede «Cosa fai, Benedetta, non entri?». È da qualche minuto, a dire il vero, che dal caldo e dalla luce del bar Sergio si è messa ad osservare, quasi a spiare, i movimenti della figlia, lì fuori, presagendo, nonostante lo schermo della vetrata e la distanza, una qualche corrente interiore che prima non c’era e che adesso invece c’è. «Cosa fai, Benedetta, non entri?» ripete, sorridendo più convinta ed aperta, come a formulare un invito difficilmente declinabile. Benedetta, che è piccolina ma tosta, prova a risponderle qualcosa, prova ad organizzarsi però non ci riesce. Pensa ai sei ragazzi appena arrivati ad Urbania, invece: affaticati, impauriti, smarriti, smagriti. Vestiti dei vestiti di chi non ha niente al mondo. Pensa ai loro racconti, al loro chiedere sottovoce, al loro scostarsi, al loro parlare difficile, lento, interrotto, doloroso, incomprensibile. Pensa a Moussa, un’analfabeta di 20 anni che ha fregato il deserto, prima, e che poi ha fregato il mare. Gli ha dato una penna in mano, Benedetta, per farlo firmare alla consegna del kit igiene, della ricarica telefonica, della biancheria, della richiesta asilo. Moussa non sa nemmeno che cosa sia una penna, però. Né un modulo, né una firma. Moussa a scuola non c’è andato mai. Moussa esiste a malapena e a malapena ha un nome appeso addosso. E mentre ripensa all’espressione di vergogna, di stupore imbarazzato, alla timida goffaggine di quel ragazzo che non riesce a tenere una penna in mano, che davvero non sa farlo perché nessuno gli ha insegnato, Benedetta, con il mare dentro casa, prima abbozza un sorriso e poi finalmente scoppia in lacrime. Piange Benedetta, con sua madre lì di fianco, e domani dovrà chiedersi per forza chi è, cosa sta facendo e perché lo sta facendo. Se ce la fa o non ce la fa. Ma oggi ha il mare in casa, Benedetta, e altro ancora, veramente, non ci sta.

Serie: A casa loro


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Lo hai riproposto come inizio di una nuova serie che presumibilmente ci mostrerà questo tema così dibattuto da un punto di vista diverso. Allora attendo con interesse gli altri episodi!

    1. Ciao Francesco. Grazie per la lettura e per il commento. Allora alla fine mi dirai se il tentativo di mostrare quel che c’era nell’epoca dei centri di prima accoglienza è andato a buon fine oppure no. Ci conto!

  2. C’è molta umanità in questo racconto, è possibile sentire schegge di dolore e sofferenza, ma anche di speranza. Evocativa la foto di copertina. Esistono tante cose che non conosciamo e lo scrittore vede delle cose che non riusciamo a vedere.

  3. Ciao Michele e bentornato con questa nuova serie che amo già, fino a dentro. Parto con i complimenti per lo stile narrativo che pare ulteriormente migliorato per quanto sia possibile migliorare qualcosa di già ottimo. Approdo e affondo in quel mare che entra in casa nostra fatto di umanità che deve essere accolta e amata. Altro da dire non c’è. Non ci sono leggi da applicare, non ci sono nuovi decreti da sbrodolare e non ci sono inutili e vuote parole che escono da bocche aride. C’è soltanto questo mare che ci entra in casa e che dobbiamo insegnare ai nostri figli che va abbracciato. Grazie per questo splendido racconto che, ancora una volta, con ammirazione, vorrei essere riuscita a scrivere io.

    1. Grazie Cristina. Sono molto contento che il racconto ti sia piaciuto! Eh, si. C’è poco da dire. Io poi penso che il privilegio di una parte sia la dannazione dell’altra. Bisognerebbe, a mio avviso, partire da qui.

    2. Ciao Giulia. Spiegami bene. Che sono qui e ascolto. Commento al testo o commento al commento? Curioso. Direi, lasciamo che questo sia lo spazio dell’autore, il quale tra l’altro se lo merita tutto.

  4. Passo tutte le mie estati in zona Pozzallo ed ho ben presente di che si parla. Grazie per la storia che ci hai regalato. Incisiva. Potente anche senza descrivere i dettagli delle tragedie vissute dagli immigrati. Ma chi ha visto anche solo una volta i loro sguardi capisce.

  5. Bello. L’argomento sembra sfruttato e invece lo hai trattato in modo così diretto, così personale che leggerti è stato un unico sorso di grappa. La bevi e ci vuole un attimo, ma poi ti brucia la gola e lo stomaco per un po’.

    1. Grazie Giancarlo! L’argomento ce l’ho avuto molto vicino perché tra il 2017 e il 2019 ho lavorato nei centri di prima accoglienza… è stata un’esperienza e un viaggio che, personalmente, mi ha dato tantissimo.

  6. Ciao Michele, complimenti. Sei riuscito a far coesistere due drammi, quello di chi riesce ad arrivare (affaticato, impaurito, smagrito) e quello personale della tosta Benedetta senza mai cadere nel pietismo o nella narrazione da telegiornale. Bravo, davvero.

    1. Grazie Nyam, della lettura e del commento. Questa è una storia che mi ha raccontato una mia collega, ai tempi della prima accoglienza, l’ho passata sotto lo stile di scrittura che avevo nel 2018, ma il centro della narrazione è vita vera.

  7. Ciao ❣️
    Bella storia con un bella tematica.
    Mi piace come hai delineato Benedetta perché l’hai presentata come una ragazza di 23 anni “tosta” infatti gestisce a quell’età un centro di accoglienza, ma quando si trova a dover accogliere persone appena arrivate dal mare ha un crollo, infatti quando poi finisce di lavorare e va a festeggiare un compleanno, li scoppia a piangere sulla spalla della madre.
    Il ritmo della lettura è incalzante, il che è dato da questo ripetere determinate parole in modo che entrino. Le ripetizioni in questo caso sono un potenziamento per far passare il messaggio con più forza.
    Bel pezzo complimenti ❣️