Il Materassino
Non ricordo quando è iniziato. Un mese, una settimana, ma la sensazione di gonfiore nella parte bassa dell’addome stava diventando un tormento. Sembrava di avere qualcuno nella pancia che si divertisse a pomparmi aria, come si fa con un materassino da spiaggia. E pompava, pompava.
Mi sembrava quasi di poter dare una forma a quel bastardo che si divertiva a gonfiarmi. Bassino, robusto, con il costume a mutanda — che odio —, gambe bianche, maglietta a maniche corte e aria persa a guardare il nulla, per non perdere il filo dei suoi pensieri. E pompa, pompa, pompa fino a farmi scoppiare.
Ma quel bastardo non c’era. Il gonfiore rimaneva, e io non sapevo con chi prendermela.
Ieri sera ero sul letto, perso tra pensieri che stavo cercando fissando lo schermo spento del mio cellulare. Non so se mi stessi più riconoscendo o cercando, fatto sta che stavo lì, sopra le coperte. La musica scorreva. Non la ascoltavo. Avevo troppo a cui pensare. E devo dire che quello schermo nero mi stava appassionando più di un film in un qualsiasi multisala in 4K.
Saturo di immagini, di pensieri e di gonfiore, lo appoggio accanto a me. Proprio in quel momento sento un suono. Non è la musica — quella nemmeno so più se ci fosse davvero o se la stessi immaginando.
Due suoni secchi.
Poi il silenzio.
Giro la testa verso sinistra. Lo schermo del cellulare è illuminato.
Cazzo, non è che a furia di guardarlo si è sentito in soggezione e, preso dall’emozione, si è acceso?
Scrollo la testa per mandare via il pensiero. Lo prendo, lo avvicino al viso. Sullo schermo appare la notifica di un messaggio.
Leggo il nome del mittente — Babbo — e in quel momento giuro che quel bastardo nella pancia aumenta il ritmo, come se il materassino fosse bucato e lui non se ne fosse accorto.
Stupido coglione.
Riappoggio il telefono, lo tengo in mano e alzo lo sguardo verso il soffitto bianco. Sospiro. Lo riavvicino agli occhi. Il bastardo continua a pompare mentre allungo il dito e apro il messaggio.
Lo faccio.
Si apre.
Mentre leggo, sembra che anche l’addetto al pompaggio abbia smesso per un crampo alla gamba.
Silenzio.
Lo sguardo si pietrifica. Lo schermo è illuminato e i pensieri seguono le parole scritte:
“Vieni a pranzo domani?”
Tolgo gli occhi dallo schermo e torno a fissare il soffitto. Stringo il cellulare mentre impreco contro un dio nascosto dietro quell’intonaco. Se ci fosse davvero, non avrebbe il coraggio di farsi vedere.
Lascio scivolare il telefono sul letto. Si posa leggero. Il mio sguardo lo segue e, come lui, diventa tutto nero.
Poi si fa giorno. Nel vero senso della parola.
Apro gli occhi e la testa punta ancora verso il cellulare. Lo afferro, sblocco lo schermo. Il messaggio è ancora lì.
Guardo fuori dalla finestra.
Cazzo, l’ho lasciata aperta.
La chiudo. Vado in bagno. Mi lavo il viso, i denti. Poi mi guardo allo specchio.
Mi riconosco.
Respiro a fondo e torno in camera. Il cellulare è sul letto. Lo prendo. Il messaggio è ancora lì.
Respiro.
Scrivo:
“Io non posso muovermi. Se volete venite voi. Preparo un piatto di pasta e il pollo al forno.”
Chiudo gli occhi insieme allo schermo e mi butto sul letto. Poi mi rialzo subito e inizio a mettere in ordine la stanza e a cucinare come un soldato al fronte.
Il cellulare suona. Mi giro come se fosse esplosa una bomba.
Cazzo, sono già qui.
Stavolta sullo schermo c’è un altro nome — Mamma.
Allora è venuta davvero?
Il bastardo sembra stanco. Non pompa più come prima. Prima o poi doveva succedere.
Rispondo:
“Oi. Siete arrivati?”
“Sì, siamo giù.”
“Ok, scendo.”
Metto a posto le ultime cose. Scendo le scale. Quando apro il portone, loro sono lì.
Lei è lì.
Sorrido. Lei fa lo stesso.
Mio padre no. Entra quasi spingendo mamma e dice:
“Me la sto facendo sotto. C’è il bagno, giusto?”
Sale le scale.
Mamma sorride.
“La sta trattenendo da tutto il viaggio. Non si voleva fermare.”
“Certo, doveva arrivare in tempo.”
“No. Voleva arrivare e basta.”
“E tu?”
“Io ci sono sempre stata.”
Abbasso lo sguardo e la invito a entrare.
Saliamo in silenzio. Il bastardo dentro di me rallenta ancora.
La tavola è apparecchiata. I piatti fumano.
Mio padre esce dal bagno sospirando. Si siede. Iniziamo a parlare.
Non ci sono urla.
Non ci sono fraintendimenti.
Solo parole e sorrisi.
Quando finiamo, il bastardo deve essersi arreso. Si è sdraiato su quel maledetto materassino.
Senza pensarci dico:
“Andiamo a prendere un caffè al bar?”
Mio padre si alza e prende il giubbotto. Mia madre lo segue.
Io faccio lo stesso.
Scendiamo le scale insieme e ci avviamo verso il bar.
Come una famiglia.
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Mi ha preso subito l’idea del “bastardo” che pompa; è un modo fisico, quasi comico e insieme angoscioso, per dire l’attesa e la paura del contatto. La scena del messaggio (“Babbo”) è gestita benissimo. E mi piace molto come la tensione si scioglie in cose banalissime ma vere e lì si sente la riconciliazione senza retorica. Bravissimo.
Ciao Daniele, l’ansia qui non è un concetto astratto, ma un ospite molesto e grottesco che ti gonfia lo stomaco con un “pompaggio” incessante e fisico. Il contrasto tra la preparazione da guerra del protagonista e la ruspante normalità dei genitori (con tanto di urgenza idraulica del padre) è una boccata d’aria pura. Si chiude con una catarsi dolcissima: il “bastardo” si arrende finalmente davanti a un caffè, lasciando spazio a una famiglia che, semplicemente, c’è.
Ciao Daniele.
Che dire? Hai descritto davvero bene una sensazione che proviamo tutti più volte, ma che non riusciamo mai a definire. Mi è piaciuto molto come hai saputo gestire l’attesa di un evento, l’ansia che cresce, cresce e alla fine si dissolve, almeno per questa volta in un sospiro di sollievo.
Mi piace molto come hai raccontato l’ansia, in modo concreto e vero, fino a farci capire che quel peso nello stomaco era solo paura di ritrovare la propria famiglia.
Ho trovato il tuo testo intimo, sincero e molto umano. La pace arriva piano, senza rumore, proprio come succede nella vita.
Grazie di cuore, Cristiana. Le tue parole mi colpiscono molto. Mi fa piacere che tu abbia sentito quella pace arrivare piano. 🙏
Ciao Daniele. Apprezzo come riesci a descrivere il malessere, sia fisico che psicologico: mostri senza tanti “spiegoni” e fai pensare a come, spesso, mente e corpo si attorciglino l’uno nell’altro. Attendo la continuazione della serie “A piedi controcorrente”.
Ciao Giuseppe, grazie davvero, mi fa piacere che tu abbia colto proprio quel legame tra corpo e mente. La serie “A piedi controcorrente” non è finita, ho solo preso una pausa. 😊
Conciso, incalzante e lascia immaginare più di quanto sia lo scritto. Complimenti
Grazie davvero, mi fa molto piacere. 🙏
Ciao Daniele, ho letto con interesse il tuo racconto. Complimenti per come scrivi. “Io ci sono sempre stata.”: in una sola battuta ho visto concentrarsi il senso del racconto. Condivido l’idea che i malesseri fisici abbiano spesso un’origine psicologica, e rappresentarli è un bel modo per sensibilizzare sull’argomento.
Ciao Luigi, grazie di cuore. Mi fa davvero piacere che quella frase sia arrivata così forte e che tu abbia colto il legame tra corpo e mente. 🙏