Il Nobel per la Letteratura
Mi è stato chiesto da più persone come faccio ad essere uno scrittore di successo, come faccio a vendere due o tre milioni di copie di ogni volume da me firmato.
È semplice, basta iniziare, basta costruire sul primo successo.
E per avere il primo successo?
È semplice, basta sedersi al tavolino ed iniziare a scrivere.
Facile vero?
No, non è così, perché è un percorso infernale, irto di ostacoli, di contrattempi, di delusioni.
Ricordo il mio primo libro “La vita sessuale delle formiche australiane”.
Nove maledettissimi anni spesi nelle boscaglie attorno al massiccio di Ayers Rock, seduto su formicai alti quanto la torre degli Asinelli a Bologna, tra zanzare, canguri di varie forme e dimensioni, Dingos, Cercopitechi, ed aborigeni cordiali quanto permalosi e disorganizzati, che non erano in grado di preparare un Martini on the rocks e si limitavano a succhiare acqua limacciosa da una labile canna di bambù.
Potrei chiamarle per nome quelle stramaledette formiche, erano circa quattromilasettecento, ne ho seguito nascite morti, sofferenze, amori.
Sono stato testimone alle nozze di migliaia di loro ed ho assistito alla nascita ed alla morte di altrettante migliaia.
A diverse coppie, senza risorse, ho acquistato un nuovo formicaio dependance, arredato di tutto punto, con i fili d’erba giusti e le pagliuzze intonate alla tappezzeria.
Ottocento chili di zucchero spesi nell’impresa.
Il tutto per un volume di quattromilasettecento pagine che fu stroncato dalla critica e dal pubblico e che vendette solo 6 copie, di cui cinque acquistate dal sottoscritto per farne dono ai più cari amici (che ho perso subito dopo il dono) ed una acquistata dalla mia cara mamma, che la acquistò per pietà ma che non ebbe mai il coraggio di leggere.
Poi, l’illuminazione, e lo studio delle leggi di Parkinson, il rapporto risorse impiegate/risultati è inversamente proporzionale.
E così presi l’aire. Scrissi un volumetto di trentasei pagine, incluse quelle di copertina e l’indice, il titolo era: “Cronaca di un momento cronico”, la novità era che le pagine erano completamente bianche, non c’era proprio nulla.
La critica fu eccezionale, venni definito genio, iconoclasta, innovatore, maestro dell’effimero, promanatore di catarsi esegetiche.
Fu il trionfo: quattrocentomila copie vendute in un mese.
Poi viaggiai su quel trionfo. Produssi un elenco telefonico analogico di Pechino, con richiami ragionati e stampato con gli ideogrammi originali.
Vendetti due milioni di copie prima ancora di completarlo, il successo sembrò dovuto al fatto che gli ideogrammi erano così belli che la gente ne strappava le singole pagine per farne dei quadretti da appendere in salotto o da donare agli amici.
Poi venne una biografia di Alfred Kranzammer, dal titolo “Al Kranz, genio e sregolatezza” chi era Kranzammer non lo sapeva nessuno e del resto non lo sapevo nemmeno io, ma ormai il mio nome era conosciuto ed il libro si vendette senza problemi. Per scriverlo avevo impiegato un metodo allora nuovo, oggi copiato da quasi tutti i postmoderni: avevo preso tutti i libri dagli scaffali della mia vasta libreria, uno per uno ed avevo iniziato a copiare la prima riga di un libro, la seconda dal secondo, la terza dal terzo, e così via.
I critici mi definirono “Maestro di tutti i tempi” e vinsi il Nobel per la letteratura. Avevo collaudato con successo quello che pensavo sin da piccolo: “L’originalità non è altro che imitazione dissimulata.”
Sono ormai famoso e non ho bisogno delle quattro lire di diritti d’autore che mi perverranno per questo breve scritto, ma amo spesso ricordare quando, genio sconosciuto ed incompreso, scribacchiavo raccontini e brevi articoli per giornaletti di amici, artigianali e fotocopiati in casa, giornaletti di varia umanità dalla lettura dei quali traevo tuttavia ispirazione e consiglio.
Sono famoso e lo devo anche al costante esercizio di scrittura su quei fogli anonimi e anomali e devo riconoscenza ai loro direttori, che hanno saputo riconoscere in me il futuro artefice di best seller e mi hanno dato credito e fiducia.
Grazie, rappresentanti della stampa bistrattata e minore, un giorno comprerò in blocco i vostri fogli e li ingloberò come inserto speciale su “Newsweek” o su “Time” o su ambedue. Grazie ancora a voi, e grazie ai vostri lettori, anche se ancora aspetto il pagamento del mio primo articolo.
Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Piaciuto, molto. Peccato che l’autore non sia più, almeno qui, produttivo. Torna Rudy!
Grazie, Giuseppe, apprezzo davvero le tue parole. Sebbene trovi questo ambiente piacevole, ho forse commesso il classico peccato d’orgoglio, proponendo qualche scritto, mie riflessioni, per il piacere di ricevere complimenti, davvero graditi, come il tuo. Ma alla fine, scrivere così per presentare qualcosa, lascia il tempo che trova.
Vero è che anche scrivere un libro, come ho fatto, porta pochi risultati, in termini di vendita, se non sei conosciuto e non hai alle spalle una casa editrice che ti “spinge”.
Questo è quello che mi è più caro, ed è su Amazon
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Io Rudy vado schietta. Non me ne vorrai, ma non ho acquistato nessuna delle tue opere e vado fiera di questa mia scelta 😅 però ho letto molto volentieri questo racconto scorrevole e tagliente nei punti giusti.
Tagliente e divertente, e ho l’impressione che la scrittura non sia l’unico settore in cui una storia del genere possa essere tristemente verosimile
Grazie, Gabriele, e, purtroppo hai ragione, a volte conta più l’appariscenza che la sostanza, in, ahimé, troppi settori.
… sono io Al Kranzammer.
Ho scritto di recente una critica al modo comune di accusare le AI di plagio.
Anche noi plagiamo nello stesso modo: leggiamo e poi scriviamo, e quando scriviamo rilasciamo su carta i prodotti della digestione cognitiva di ciò che abbiamo letto. Non c’è altro modo di scrivere. Siamo ciò che leggiamo.
Grazie Rudy, un bel pamphlet in prima persona.
Oh, grazie a te, Giancarlo, il tuo apprezzamento mi onora.
E… finalmente posso dare un volto a Kranzammer.
Che noi plagiamo è un fatto, e non è disonorevole, se è nel senso che poniamo, dopo aver letto uno o più libri, tendiamo, in quello che scriviamo successivamente, ad inserirvi qualcosa dell’esperienza che i testi letti ci hanno comunicati. Quindi non plagio infantile, pedissequo, ma un riversare ciò che si è assimilato in quello che produrremo, con parole nostre, inserendolo in un contesto da noi creato, ma… lo spunto… ci è venuto dalle letture.
Ho usato tante parole per ripetere ciò che hai giustamente detto: “Siamo quel che leggiamo”.
Divertente, originale e un po’ provocatorio. La copiatura da altri libri me l’ aspettavo. Non so perche` ma e` stato come un flash, leggendo le prime righe, che sarebbe stato questo uno dei segreti del grande successo del famoso scrittore.
D’ altra parte lo facciamo un po’ tutti, quando scriviamo i nostri racconti, anche senza renderci conto. Leggiamo, assimiliamo e poi, in varie forme, di solito rielaborate, riversiamo le parole lette e archiviate, intrise di cio` che siamo o di cio` a cui aspiriamo. Proiettando spesso i nostri desideri, o le nostre paure o il nostro punto di vista etico o politico o “filosofico”, con parole altrui che facciamo nostre.
O anche con parole nostre che attribuiamo ad altri, con i dialoghi, le riflessioni e le narrazioni dei personaggi presenti nei librick.
Grazie! Ed hai totalmente ragione; certo copiare è sbagliato, ma solo chi non ha capacità propria copia pedissequamente, in genere è un rielaborare cose lette, ampliandole, aggiungendo concetti propri. Trovo normale e giusto che sia così e lo vedo fare continuamente anche da grandi scrittori.
Una battuta che lessi tempo fa era che, in fondo, tutte le parole che noi usiamo scrivendo sono già contenute in qualsiasi buon dizionario, a noi resta solo selezionarne alcune e metterle nell’ordine che vogliamo. Ho provato un po’ ChatGPT e fondamentalmente fa questo.
Quando voglio plagiare davvero prendo un testo originale, lo passo su un traduttore on-line, poniamo dall’italiano al birmano, poi dal birmano allo spagnolo, poi dallo spagnolo al turco, e poi di nuovo all’italiano, nel 90% dei casi il testo è davvero cambiato.
Ma… scherzo… ho provato ma oltre alle parole cambia anche il senso e quindi si fa prima ad afferrare il concetto e poi a scriverlo con la nostra impronta, colorandolo con le nostre opinioni e il nostro punto di vista. 🙂
La sola cosa che mi indispettisce in questo racconto è che tu derubi il lettore della possibilità di definirti genio senza correre il rischio di precipitare nella banalità. Respect
Sei troppo buono. 😀