
Il parvenu
Era un bell’uomo, brizzolato, un’aria da yuppie. Sapeva di non avere buon gusto; per qualsiasi acquisto si faceva consigliare dalle commesse e, nel dubbio, optava per l’articolo firmato più costoso. Era nato a Bubbiano, un paese di duemila quattrocento anime nella provincia di Milano. Suo padre grossista di salumi, sua madre casalinga: brava gente ignorante. Quando lo avevano mandato a studiare a Milano, si era trovato in un ambiente molto diverso da quello a cui era abituato. Con gli anni si era mimetizzato bene nella fauna dei rampolli e dei rampanti, ma rimaneva in lui il disagio di sentirsi un giargiana, di stridere nella realtà di cui avrebbe voluto esser parte. Aveva sempre e solo fatto cover di personaggi e situazioni fuori dalla sua portata. “Se ne saranno accorti?” Non aveva smesso di chiederselo neanche quando, sgomitando tra gli altri, era diventato il miglior civilista di Milano e professore ordinario alla Cattolica. Disgustoso, ma forse li aveva fregati tutti. L’estate in cui morì sua madre tornò in paese per sbrigare alcune pratiche di successione. Gli parve l’occasione per recuperare la sua autenticità. Scoprì che per le visure catastali aveva appuntamento con Gianni, il suo migliore amico di infanzia. Quasi non ricordava la sua esistenza, eppure era come se ne avesse sempre sentita la mancanza. In quel momento gli parve un novello Argo: fedele, ingenuo, dimesso, rimasto ad attendere il suo ritorno. Gianni non si era mai mosso da lì, era diventato geometra, aveva sposato una del paese e aveva tre figli. La commozione durò poco. Il Gianni, così buono eppure così campagnolo, volgare, quasi villano. Si vergognò nel giudicarlo goffo nel suo completo dozzinale, di trovare angusta quella vita di archivi comunali grigi col pavimento in graniglia. La sera tornò a dormire nella casa dove era nato. Nella sua camera, coperto da un vecchio lenzuolo, c’era ancora l’armadio con l’anta a specchio nel quale da bambino si proiettava in un futuro di successi, immaginandosi affascinante come un Cary Grant nei film dopo Carosello. Oggi nello specchio cercava sé stesso, ma vedeva solo un poveraccio che a forza di rinnegare le proprie radici, le aveva perse e non era nemmeno più il giargiana di una volta. Vedeva un imitatore mediocre, saltimbanco di acrobazie inautentiche, un trucco. Ad un tratto notò qualcosa di strano: l’occhio sinistro si stava abbassando rispetto al destro e il naso colava verso il mento. Con una mano cercò quel che restava del viso, mentre le spalle collassavano dentro il completo e si scioglievano i bottoni. Sul vecchio parquet di rovere rimase solo una pozzanghera incolore.
Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Fantasy
Bello e direi anche piuttosto inquietante. Assomiglia forse un po’ alle vite di tutti noi?
Ottimo racconto, mi è piaciuto!
Grazie!