
Il pavone nero
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: La camera nera
- Episodio 4: Marcus e Greta
- Episodio 5: Il pavone nero
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
STAGIONE 1
«Sono riuscito a sbirciare il titolo e un paio di righe, quando quella streghina ha chiuso con violenza il quaderno e lo ha ficcato sotto il cuscino, maledetta! Nonostante le mie insistenze, non c’è stato verso. Non lo ha tirato fuori e nemmeno mi ha concesso delle spiegazioni. Il tempo che perde nello scrivere racconti inutili, di pavoni neri e di chissà quanti altri orrori e sventure, avrebbe potuto impiegarlo per studiare. Suo fratello, nonostante il suo carattere e i suoi problemi, sta cominciando a ravvedersi, perché non è vittima della maledizione dello scrivere. Non è la prima volta che ho incontrato giovani che si sono inabissati in una simile maledizione, riponendo nell’atto dello scrivere l’illusione di una loro prima voce, di una libertà sconosciuta, trascurando il resto, e non parlo soltanto di doveri legati allo studio, che alla vostra età dovrebbe rappresentare l’unico territorio di espansione e di crescita, ma anche di piaceri, piccoli svaghi innocenti, mentre Greta si è completamente eclissata. Non ha un’amica. Mai una passeggiata, un cinema, un gelato, una risata. È sola, con i suoi quadernini di racconti. “Il pavone nero”, è così che dovrei chiamarla. Sono convinto che il titolo del suo raccontino infernale rappresenti nel profondo la sua condizione di isolamento. E adesso ti ho dedicato fin troppo tempo, deciditi: o dentro o fuori!»
E quando mi disse «Fuori!», fui preso da uno spasmo e me ne scappai, senza lasciar detto nulla per Marcus né per la festeggiata, Greta, che non avrei mai immaginato una scrittrice, e che invidiai terribilmente per il titolo che aveva scelto per il suo racconto – lo stesso con cui intitolai il mio terzo romanzo, quello che seguì a “ La Camera Nera.” Il nero rimaneva un colore dominante. Nonostante le perplessità del professor Hans, per me, come forse per Greta, era il più vicino alla luce primordiale della nostra immaginazione.
* * *
Le prime pagine del romanzo “Il Pavone nero” le scrissi alle due del mattino. Non riuscivo a prendere sonno e speravo che l’incipit mi sfiancasse, quando al contrario mi rivitalizzò. Immaginavo di essere Greta, curva, nella camera buia che le era stata riservata, come una piccola serva che si accecava sul suo quadernino elementare, di cui mi aveva accennato con sprezzo il professor Hans. Diventavo lei, che scriveva il suo racconto nero, nel mio caso un romanzo, ma che partiva dal mistero di un titolo inquietante e gotico, uno dei più belli mai incontrati lungo il corso della mia vacanza visionaria. Rispetto ai precedenti, aveva dentro un’aria sulfurea, ricca di fendenti e di bagliori. C’era la luce azzurrina che brillava sullo scrittoio del professor Hans, i riflessi del lucernario scarlatto sull’ingresso, fino ai riverberi sognanti dei due nipoti: la stravaganza, a volte la durezza estrema di Marcus, e nello stesso tempo l’impenetrabilità della sorella. Quando conclusi le prime dieci pagine del romanzo, erano passate tre ore e albeggiava. Avevo scritto con lentezza, in un corsivo largo, arcaico, rallentando e soffermandomi su ogni passaggio, dando peso a ogni singola parola come alle note di una scala magica. Cominciavo una frase, dopo qualche secondo sospiravo, immaginavo, abbandonandomi al lungo sentiero verso l’abisso, che non era lontano dalla sua piccola nuca di strega, mentre compitava come una scolaretta il suo racconto invisibile.
Dopo la scuola, il giorno successivo all’inizio del romanzo “Il Pavone nero”, ritornai dal professor Hans con i miei libri di greco e di latino, come se niente fosse accaduto. Volevo approfittare delle sue lezioni per incontrare Greta. Di Marcus non mi interessava più nulla, ormai; era lei il mio riferimento.
Quel pomeriggio il professor Hans non era in casa. Mi parve assai strano, sapendola una persona precisa, sempre puntualissima e integerrima. Marcus, che mi aveva aperto la porta, mi invitò a entrare lo stesso e a fargli compagnia. Stava preparando una limonata. Mi condusse in cucina, dove lo aiutai a spremere i limoni, trovando modo di chiedergli, con un po’ di disagio, di Greta. Mi disse che era andata alle giostre, sulla ruota panoramica. Stava scrivendo un nuovo racconto weird, che si svolgeva in un luna park e aveva bisogno di compenetrarsi al massimo nelle atmosfere delle attrazioni. Era una sua abitudine respirare i luoghi reali prima di immaginarli, e viceversa, mi precisò.
«Se ti va» mi fece «dopo aver bevuto la limonata possiamo raggiungerla. Le facciamo una sorpresa.»
Non avevo piacere di andare. Avrei preferito restare in cucina, immaginando nuove pagine del mio romanzo e il viso minuto di Greta dalla ruota panoramica, pensando che sarebbe stato meglio attenderla lì, per poi parlarle con calma del suo metodo personale di sviluppo della sua trama weird, delle sue descrizioni, rubandole ancora altri spunti. Marcus mi disse che mi vedeva strano, pensieroso, confidandomi che suo zio era arrabbiato con me, a causa del mio cambiamento.
«Io non sono cambiato!» gli dissi, mentre secondo suo zio non ero più lo stesso da quando mi aveva presentato i nipoti e questo lo preoccupava, temendo che avessi qualcosa da nascondere.
«Lo zio Hans» mi fece Marcus, con orgoglio «non si sbaglia mai. Ha una mente sensibile, acuta. Afferra le ombre di ogni ragazzo. Anche con me e con Greta, allo stesso modo. Non possiamo nascondergli nulla, che lui ci guarda negli occhi e intuisce i nostri pensieri. Non è mai successo che non abbia indovinato. È una persona sensibilissima, con uno sguardo che arriva lontano. Stai sicuro che non ti farà più lezione se non gli chiederai perdono. Ecco perché non è qui.»
«Ma perdono di cosa? Non capisco.»
«Mi ha solo detto che dovrai chiedergli perdono. Non sono bravo come lui a leggere nei pensieri, a stento riesco a capire che cosa si nasconde dentro di me, ma nel tuo caso è convinto che tu gli debba delle scuse, non so altro… e adesso ti consiglio di accompagnarmi. Meglio che ti alzi e mi segui. Se lo zio Hans, quando arriva, ti trova qui da solo, potrebbe reagire molto male. È un uomo imprevedibile e anche assai feroce.»
Così, mio malgrado, fui costretto a seguirlo.
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: La camera nera
- Episodio 4: Marcus e Greta
- Episodio 5: Il pavone nero
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
Questo zio Hans comincia a mettermi paura. Che personaggio inquietante… Però mi incuriosisce molto.
Il professor Hans è il simbolo della minaccia, dell’ostacolo, della prigionia del reale contro la limpidezza dell’immaginazione. Un uomo che insegna, che imprime certezze e regole di lingue antiche, ma che nel contempo limita l’immaginario dei due ragazzi appassionati di scrittura. In apparenza è lui l’ostacolo, il nemico. Vedremo se dall’altra parte, quella dell’immaginazione, è davvero tutto oro quello che luccica. Un saluto e ancora grazie della visita.
Due cose ho particolarmente apprezzato di questo capitolo. Il fatto che il protagonista non desideri incontrare di persona Greta, preferisca piuttosto farsene un’immagine a sua somiglianza, o viceversa. Una sorta di idealizzazione che mi ricorda il concetto medievale di ‘donna angelicata’ della quale quasi si ‘impossessa’ per sostituirsi addirittura a lei nella stesura del ‘Pavone nero’. L’altra cosa che mi colpisce è il ‘dubbio’ che si insinua nella mente del ragazzo. L’adulto giudicante che arriva ad avere così tanta influenza sul bambino da innescarne nell’animo il senso di colpa e la necessità di farsi perdonare. Davvero destabilizzante.
Hai colto due elementi cruciali. Ancora una volta il nostro personaggio è attraversato da correnti controverse, tra impulsi, incubi, dubbi, verità accennate, desideri, ideali… essendo schiacciato nel contempo da un complesso di colpa perenne, che gli fa ombra, come una scure, per ogni suo passo, come i riflessi del lucernario nell’ingresso dell’appartamento del professor Hans.
È dentro queste reti a maglie strette che gli toccherà districarsi. Ma intanto sceglie di rubare il titolo di un racconto all’unica persona che poteva offrirgli una strada, che aveva una passione simile alla sua e che cominciava ad aprirsi e a fidarsi di lui. Triste ma vero, ahimè.
Come ho fatto in occasione dei capitoli conclusivi delle altre serie che stai pubblicando qui su Open, tornerò alla fine a ringraziarti per queste risposte così esaustive e illuminanti.
Sei sempre gentilissima. Anche i tuoi commenti sono edificanti, ricchi di stimoli e di sensibilità. Si avverte che entri dentro queste camere della serie con lo sguardo alla luce e non alla polvere che può posarsi su di un soprammobile, su di un rigonfiamento del tappeto o su di un paralume lievemente obliquo. Entri dentro il liquore della scrittura, dimenticando il bordo, anche tagliente, o a volte lievemente ombrato, del bicchiere. Grazie infinite a te, quindi.
Lo zio Hans è un personaggio che sembra avere più rilevanza nella storia di quanto inizialmente si pensava.
Stai sviluppando molto bene anche la relazione fra i ragazzi, sono sicuro che riserverà delle sorprese.
Sono d’accordo con te. Hans rivela un potenziale interessante come elemento di ostacolo, di minaccia e di chiusura nei confronti di ogni più piccolo bagliore di immaginario. I nipoti, a loro volta, espandono nel racconto la loro dose di mistero, di ambiguità e di trasgressione. Mentre tra loro due e il protagonista vi è un’orizzontalità di confronto, con il professor Hans prevale, invece, la verticalità, il peso dei doveri e dell’istituzione scolastica su cui è bene che lui si formi ed eccella, ma dove non è prevista la sua attività di scrittura, come metro di giudizio. Su queste coordinate il personaggio deve organizzare un suo tracciato trasversale e strategico, che lo faccia sopravvivere e ritrovare una sua definizione, rendendolo credibile e soprattutto accettato. A quanto pare i nipoti del professor Hans rappresentano gli unici riferimenti per lo scrittore, al di là del vuoto delle due camere.
In questo episodio ho sentito un’aria familiare, non una somiglianza ma una parentela, con gli scritti di Banana Yoshimoto e, sebbene sia differente, Harumi Murakami. Manco a dirlo, sono due autori che mi hanno appassionato. Mi piace questa serie, spero di recuperarla tutta molto presto.
Conosco entrambi, sia Yoshimoto che Murakami. Ho letto di più il secondo, ma è possibile che vi siano delle risonanze sparse in questa serie. Posso dirti che “L’uccellino di carta” che ogni tanto compare come un lavoro dello scrittore dimenticato, è stato evocato, se non trapiantato, adesso non lo ricordo integralmente, da un passaggio di un romanzo di Banana Yoshimoto. Guarda caso.
“Non è la prima volta che ho incontrato giovani che si sono inabissati in una simile maledizione, riponendo nell’atto dello scrivere l’illusione di una loro prima voce, di una libertà sconosciuta, trascurando il resto”
Molto vero. La scrittura è talvolta totalizzante e, visto che non dà da mangiare a chi non ne abbia già di suo, può nuocere. Tocca maturare in fretta e imparare a moderarsi, come con l’alcool. O l’amore.
Hai colto in pieno il nocciolo. In toto, direi.
Mi hanno colpito molto due aspetti: il rapporto che nasce tra il protagonista e Greta, dominato dal colore nero e dalla scrittura, una quasi simbiosi in cui i personaggi si fondono e confondono.
Poi, l’atteggiamento del professore. Si dichiara contrario alla scrittura e ad ogni forma di immaginazione. Sembra la presa di posizione di una persona molto concreta, chiusa. Eppure poi si rivela un uomo in grado di “leggere” gli altri. Sprovvisto completamente di sensibilità e sesto senso, cogliere quello altrui.. questa cosa mi ha davvero incuriosita e rapita. Chissà cosa ne verrà….
La scrittura in questo progetto si muove e rappresenta l’unità tattile del buio, in tutte le sue estensioni e varianti. La tua osservazione è come sempre molto acuta e appropriata. Il buio del piumaggio del pavone, come il velluto delle ore notturne in cui Greta si dedica a quest’attività avvertita come clandestina, una forma sottile di eresia a un’ortodossia configurata dalle convenzioni e dai diktat della vita materiale (vedi il professor Hans, che incatena il pensiero nella disciplina e paradossalmente vi legge dentro) mentre Marcus comincia a perdere luce e vigore, diventando, almeno in questo episodio, figura periferica, anemica o fuori fuoco, che spreme limoni mentre la sorella sogna all’aperto di fronte a una ruota panoramica, forse perché privo della maledizione comune che danna le vittime sacrificali attraverso l’esercizio dell’inconsolabilità della parola scritta, quanto meno a detta dello zio Hans. Grazie ancora, Dea.
“Non sono bravo come lui a leggere nei pensieri, a stento riesco a capire che cosa si nasconde dentro di me…non so altro”
Caro Luigi, questa frase mi ha
colpito particolarmente. È una innocua precisazione, una semplice constatazione, ma molto potente, secondo me.
È un passaggio su cui ho ragionato molto. Sembra quasi uno sfioramento, un pensiero distratto, inconsapevole, eppure incarna tutti i gradi di relazione che costellano questi studi narrativi su cui sto cercando un equilibrio: l’inconsapevolezza del proprio mistero e il desiderio di attraversare quello degli altri. Grazie della tua osservazione.