IL PESO DEI PENSIERI 

Leggera come una piuma e delicata nei movimenti come il battito d’ali di una farfalla, cantava davanti alla folla che non smetteva di urlare il suo nome. Si sentiva potente con la sua voce, le sembrava di squarciare l’aria e raggiungere l’altro capo del mondo. Aveva gli occhi del pubblico addosso, era desiderata, ammirata e pensava che avrebbe potuto schiacciare chiunque sotto i suoi piedi. Muoveva il bacino a destra e a sinistra, compiacendosi nel vedere le balze della gonna ballare con lei. «We only said goodbye with words…» cantava nelle cuffiette Amy Winehouse mentre il treno scorreva sulle rotaie, dimenticando alle spalle l’arida e buia campagna.

Elisa se ne stava seduta davanti ad un cinquantenne sudaticcio, dai capelli grigi e brizzolati, le occhiaie profonde e vestiti di seconda mano. Odorava di birra e, guardando la pancia gonfia che sporgeva dalla felpa, era facile dedurre che ne andasse ghiotto. Il suo russare era frustante, così Elisa si accese una sigaretta per placare il nervosismo che le cresceva dentro. Guardò il cartello appeso al muro con su scritto in caratteri cubitali VIETATO FUMARE, ma non gliene importava un accidenti. Aveva bisogno di una sigaretta in quel momento, oppure la voglia di tabacco le avrebbe consumato il cervello. Aspirò profondamente e, mentre il fumo le riempiva i polmoni, la testa si svuotava dai mille pensieri che sembravano uscirle dalla bocca sotto forma di nuvoletta. Fumare le piaceva per questo, perché per cinque minuti si illudeva di liberarsi dei suoi mostri. Si tolse le cuffiette e smise di essere una cantante jazz. Il sibilo del treno la cullava, guardava fuori dal finestrino e chiunque vedendola da lontano avrebbe pensato fosse una ragazza serena, la tipica adolescente con la testa fra le nuvole, che osserva il cielo sognando e chiedendosi quante fossero le stelle. Ed era vero, Elisa aveva la testa fra le nuvole, ma non candide come quelle di una tipica giornata primaverile, esse erano invece burrascose, grigie e tuonavano minacciose. Piovevano pensieri su pensieri in una tempesta incessante dentro la sua mente: non la smetteva di programmare, porsi domande, dubbi, ansie e creare idee finché la testa non le faceva male, ed era in quel momento che esplodeva in una raffica di lampi. Le persone sfogano le emozioni in vari modi: c’è chi va a camminare, chi mangia, gioca, legge o chiama qualcuno, invece Elisa si tagliava. Lasciava un solco profondo nella pelle, come un lampo che improvvisamente squarcia la notte illuminando il cielo tetro. Tutto sommato le piacevano le sue cicatrici perché parlavano di sé, delle sue debolezze, della rabbia, molta rabbia che fin da piccola aveva riversato su se stessa, come se il suo corpo fosse un sacco da box e lei il pugile che lo colpisce. A volte non le importava nulla di sé e si sentiva vuota, mentre altre le sembrava di essere talmente piena di emozioni e pensieri che temeva di scoppiare da un momento all’altro, facendo la stessa fine di un palloncino che si posa sull’erba. Avrebbe voluto amare se stessa, ma il suo amore lo donava agli altri e nonostante ciò non le sembrava mai abbastanza. Cercava di volere bene a tutti, di essere giusta, empatica, paziente e generosa, ma inevitabilmente si sentiva cattiva ed era un eterna accontentatrice. E poi c’erano i sensi di colpa, che si posavano sulle sue spalle come mattoni fino ad accumularsi e metterla in ginocchio: il declino di una semplice uscita poteva farla piangere e senza accorgersene, un minuto dopo, il sangue le scorreva sulle braccia, gocciolando nel lavandino. Era difficile controllare gli impulsi e la voglia di farsi del male le ronzava nelle orecchie, come una zanzara in una sera d’estate.

Guardò la sua immagine riflessa nel vetro del finestrino: era stanca, e avrebbe desiderato staccarsi la testa che le sembrava un macigno.

Alzò la testa e osservando il vagone: i passeggeri se ne stavano seduti, qualcuno dormiva con la bocca spalancata, altri leggevano o guardavano il telefono. In quel silenzio pensò che la sua vita fosse uno straccio sporco, consumato e quindi da buttare nella spazzatura ad ammuffire. Il treno si fermò alla stazione di Treviso ed Elisa scese, sentendo tutto il suo peso gravarle addosso a tal punto da faticare a camminare. Ancora oggi nessuno sa cosa accadde nella sua mente in quei pochi minuti e nemmeno lei ne è a conoscenza. Doveva prendere il treno per andare a Venezia a trovare la nonna materna, ma non ci arrivò mai, perché quando l’altoparlante annunciò di allontanarsi dalla linea gialla lei ci era sopra e non aveva intenzione di spostarsi, anzi, avanzò sempre di più. Quel giorno il filo della vita di Elisa si spezzò per sempre. Qualcuno potrebbe pensare ad una tragedia, ma solo lei capì che quella era l’unica salvezza per smettere di sopravvivere e vivere davvero, fra nuvole bianche.

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Discussioni

  1. Ciao Ilaria, ho apprezzato il tuo racconto coinvolgente e, a tratti, sconvolgente. Esprime in modo efficace le difficolta’ de ” Il mestiere di vivere”, come diceva Pavese. Una strada in salita che durante l’eta’ piu’ critica diventa sempre piu’ faticosa e impervia. Leggendo le tue parole e’ facile sentirsi turbati nel risentire emozioni e stati d’animo che ognuno di noi, in qualche modo, ha gia’ vissuto o sta ancora vivendo. Ho apprezzato le tue metafore e il forte contrasto tra la soave delicatezza dell’ inizio e le parti piu’ dure e crude; troppo spesso anche vere. Alcuni errori di distrazione nella stesura del testo, non escludono, secondo me, le tue capacita’, il tuo talento per la scrittura creativa. Buon proseguimento.