Il peso di un segreto

Serie: L'incubo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Non riusciva a darsi una spiegazione; eppure, nonostante l'assurdità di una guarigione improvvisa e del luogo in cui si trovavano, si sentiva fortunato, come se avesse ricevuto in regalo del tempo extra da trascorrere con lei.

Aila, immersa nei suoi ricordi, continuò a raccontare: «Sarà stato l’alcol…». Si fermò per un attimo a riflettere e riprese subito dopo: «…No, perché dare la colpa al vino? Eravamo pazze e basta. Insomma, decidemmo di uscire sul ponte per fare un patto di sangue».

«Cosa?»

«Lo so, lo so! Te l’ho detto che si trattava di una pazzia. Comunque, lo facemmo davvero: Anna aveva un coltellino tascabile nella borsa. Faceva molto freddo e per fortuna, proprio per questo, non c’era nessuno lì.

Ognuna di noi si fece un taglio sul palmo destro; poi, sporgendoci oltre il corrimano per non sporcare il ponte, unimmo le nostre mani lasciando che le gocce di sangue cadessero in mare. Fu un momento solenne, molto emozionante. Almeno, per quel poco che riesco a ricordare.

Dissi alle altre che sarei rimasta fuori ancora un po’ a fumare una sigaretta e che le avrei raggiunte presto; così loro rientrarono e io rimasi lì da sola.

Dopo qualche minuto decisi di entrare anch’io, ma quando mi voltai vidi un uomo lì davanti a me: indossava la divisa scura da ufficiale. Pensai di essere nei guai: forse aveva visto me e le mie amiche mentre ci tagliavamo con il coltello, o forse avevamo solo fatto troppo chiasso o bevuto troppo. Insomma, mi aspettavo un rimprovero, così rimasi lì impalata come una statua. Lui invece mi sorrise, si tolse il berretto e si avvicinò.

«Non ha freddo qui fuori?» mi domandò con voce profonda.

«Sì, infatti stavo proprio per rientrare», risposi.

A questo punto i ricordi si fanno confusi: sono certa di essere entrata nella sala ristoro mano nella mano con lui e di aver detto alle mie amiche che sarei andata in cabina. Ricordo il loro sguardo preoccupato. Poi, sono certa di aver trascorso delle ore insieme a lui, ma non entrerò nei dettagli, anche perché non sono chiari neanche a me. Mi risvegliai nel mio letto, completamente nuda, prima dell’alba. Elina dormiva, ma non potevo aspettare, così la svegliai.»

Akseli ascoltava in silenzio, scoprendo un lato di sua madre che non aveva mai conosciuto.

«Elina mi domandò solo se stessi meglio», continuò Aila. «Quando le parlai dell’uomo con cui avevo passato la notte, lei negò di averlo visto. Pensavo scherzasse, così chiesi alle altre, ma nemmeno loro ricordavano di aver visto qualcuno insieme a me. Giuravano di avermi vista rientrare da sola e che sembrassi malata; pensavano avessi la febbre quando, dopo averle salutate, andai in cabina. Eppure, sono certa di non averlo sognato: ricordo persino il suo profumo!»

«Aspetta un momento… stai forse cercando di dire che il tizio con cui hai passato la notte, quello vestito da marinaio, era Iku-Turso?»

Aila posò la mano su quella di Akseli e sussurrò: «Lui è molto abile nell’ingannare le persone e nel distorcere la realtà. Negli anni ho imparato a conoscerlo. Quando andai in Svezia con la zia per la seconda volta, lo rividi e lo riconobbi, anche se il suo aspetto era completamente diverso: non si presentò come un marinaio, ma come un elegante uomo di mezza età. Lo riconobbi perché c’era qualcosa di familiare nel suo sguardo e, quando mi sorrise, capii immediatamente che si trattava della stessa persona. Poi, chissà perché, i nostri incontri sono sempre avvenuti sul ponte 6 della Viking Sally».

Akseli si alzò dal letto e cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza: «Mamma, ma che cazz… Ma ti rendi conto? No, non ci posso credere: questo è un incubo. Che hai fatto?»

Poi si fermò di colpo, portandosi le mani alla testa, come se avesse appena realizzato qualcosa di ancora più terribile. Quindi riprese a camminare: «No, no… Non è possibile. Ora guardami negli occhi e dimmi che non sei andata a letto con quel mostro», disse sedendosi di nuovo accanto a lei.

«Mamma?»

Lei sospirò, con lo sguardo colpevole: «Non posso… Temo sia successo davvero, tesoro. Mi dispiace».

Akseli, evitando di pronunciare le parole che tormentavano la sua mente, si limitò a indicare se stesso, interrogando con lo sguardo la madre. Lei capì al volo il senso di quel gesto: «Non ne ho la certezza, non ho mai voluto saperlo. Al ritorno dal viaggio le cose tra me e tuo padre si sistemarono; decisi di lasciarmi alle spalle ciò che era successo sulla Viking Sally e di dare una seconda possibilità al mio matrimonio. Anche perché, secondo Elina e le altre, quell’uomo l’avevo solo immaginato.»

«Ma tu sapevi che non era così.»

«È vero, ma decisi comunque di tenere per me quel ricordo e di metterlo da parte, come se si fosse trattato di un sogno.»

«Ok, ho sentito abbastanza. Non possiamo rimanere qui, dobbiamo trovare un modo per andarcene», disse Akseli alzandosi e dirigendosi verso la porta.

«Ma non c’è un modo! Questa nave non toccherà mai terra, capisci? Nessuno può aiutarci.»

«Allora salteremo giù e torneremo a casa a nuoto, se necessario.»

«Credi che non ci abbia già pensato? Sono salita sul ponte mille volte con l’intenzione di tuffarmi in mare. Ma il mare non c’è.»

«In che senso “il mare non c’è”?»

«C’è solo il vuoto, Akseli! Sarebbe un suicidio. Questa nave naviga nel nulla. Vieni a vedere, se non mi credi.»

«Ci puoi giurare! Andiamo.»

Continua...

Serie: L'incubo


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Cara Arianna, questa storia prende risvolti veramente inquietanti. Già sembrava un incubo la presenza nella stanza, ora, con le rivelazioni della madre, più che un incubo sembra davvero una situazione ai confini della realtà. Molti i particolari che mi hanno colpita, fra tutti l’idea di una nave che naviga nel nulla, davvero spaventoso a pensarci.
    Stai portando avanti una storia incredibile con coerenza e equilibrio. Ottimi i dialoghi e la tensione creata non ti fa mollare un attimo l’attenzione. Vedo già la carta stampata…
    Bravissima Arianna 🙂