
Il Pozzo
I.
Ho sempre saputo che, da qualche parte in città, c’era un pozzo. L’ho cercato ogni notte, seguendo strade che anticipavano il buio nella sua corsa, fantasticando su qualche scivolo viscido in città che mi avrebbe condotto, lungo una discesa impossibile e preclusa agli occhi dell’uomo, nei meandri di quella terra dell’odio.
Fui catturato tempo addietro dal dolce sapore di una sostanza maledetta: lavoravo da anni all’interno di una cava fuori città, insieme a stranieri venuti da lontano in cerca di fortuna.
Auguro a nessuno di trovarsi sottoterra quando fuori la luna ghigna nera, perché la stanchezza mi fece vedere cose che non oserò raccontare, e queste cose mi fecero perdere il sonno.
Il mio allontanamento forzato dal lavoro fu di natura psichiatrica: i medici dissero che la troppa fatica mi aveva portato a un crollo nervoso, che le allucinazioni erano piuttosto normali e che avrei avuto bisogno di riposo per poi tornare a lavoro.
Le notti che seguirono furono un disperato tentativo di recuperare il sonno; quel sonno dal quale ero stato privato in seno alla visione sconcertante avuta in miniera. La mia mente, soggiogata dall’agghiacciante memoria, tradì la mia volontà più volte cosicché, dopo giorni di agonia insonne, le allucinazioni ricominciarono.
Accadde quando scesi in strada. Il fumo di sigaretta cominciò a vibrare, e segni di una qualche intelligenza lo mossero in una figura della quale rimossi ogni ricordo.
Nell’alto appartamento dove abitavo riuscivo a sentire il richiamo nascosto di una necessità impellente. Dapprima debole, divenne una vera e propria ossessione: la mia passione segreta, condivisa coi miei scritti prima che la rosa fra le pagine diventasse nera.
Le mie veglie insonni mi condussero per le strade più marce della città, dove la legge non arriva e chi vi si ferma non torna più indietro. Gli alti palazzi stringevano il passaggio, chiudendo il vicolo come una trappola mortale. Un sinistro presagio di errore era intriso nei passi di quelli che, prima di me, avevano scoperto quelle strade.
Lì acquistai quella droga che uno sconosciuto riuscì a vendermi per pochi spicci: fu allora che iniziò la mia dipendenza, e fu allora che mi tornò il sonno.
II.
Presi a spostarmi nell’ombra, come si confà ai derelitti, facile preda dei miei fantasmi e fanatico fiero della mia umiliazione morale. La droga aveva vinto: abbattuto ogni confine etico che restringe il campo a qualche dose, quella di cui prima avvertivo un sincero timore adesso era la mia ossessione, la mia passione. Come qualcuno parla coi cadaveri -o ne brama la compagnia-, io, parimenti custodivo un sadico piacere nel corteggiare le porte della follia. Mi apprestavo a scivolare dentro l’ossessione ogni notte, quando giocavo col pericolo di perdermi nella pazzia.
Fra angoli e curve che mi riempivano i pensieri, riuscivo ad immergermi nell’abisso, tornando a galla con una conoscenza folle di cose non di questo mondo.
Queste mie continue escursioni nel terrore effimero della mente continuarono ogni notte; e ogni notte paventavo il non ritorno, il rimanere prigioniero per sempre di un reame in cui l’intelligenza non mi appartiene più.
“Può essere – mi dico- che la mente che cerchiamo di tollerare con pensieri e continue, frenetiche razionalizzazioni, potrebbe non appartenerci affatto…”
Fu durante queste mie apnee d’incubo che lo vidi. Mai più riuscii a spingermi fino a tanto, che il terrore mi raggelò e incuriosì a tal punto che dovetti interrompere il mio navigare.
L’incubo definitivo aveva preso intelligenza e mi scrutava: mi accorsi, in quel tunnel di oscurità che mi pareva fossero le pareti della mia pazzia, che non v’era altro. Mi ero calato in un pozzo, forse l’ultimo e tremendo stadio della follia.
Se fossi arrivato in fondo, cosa mai avrei potuto incontrare? Non osai immaginarlo, eppure la mia curiosità tradì spesso il saggio timore che mi riportava indietro.
Appresi, in quel sottobosco di anime dannate che scrutano l’abisso, che da qualche parte in città esiste un pozzo.
III.
Persi la cognizione del tempo. Forse dormivo, forse l’insonnia aveva tessuto trame così fitte all’interno delle porosità mie cerebrali, da cancellare la visione d’insieme del mondo che percepiamo. I cinque sensi, sui quali facciamo così tanto affidamento, si trasformarono lentamente in una sfumatura del reale, come un codice segreto che potrebbe essere svelato da un momento all’altro.
Perso e confuso, ma quantomai stranamente lucido e cosciente dei miei intenti, tornai nel vicolo: l’uomo che mi aveva venduto la droga dietro il peggiore angolo del mondo, avevo scoperto essere il reclutatore, il guardiano della soglia che protegge e sentenzia i pellegrini infami che scoprono per maggior follia l’antro.
“Hai fatto un buon lavoro” mi disse, stringendomi il cuore con gli occhi: grigie lastre di pietra tombale posate in uno sguardo disturbato.
Lo vidi chinarsi e aprire una botola in strada, la cui visione mi provocò una fitta di curioso appetito e una repulsione tale da far scivolare la mia anima nel sonno.
Una grossa stanza in pareti di mattoni e legno era ciò che vidi alla fine delle scale. Sul lungo sofà imputridito dal tempo, la testa di un uomo pendeva senza vita; una donna dai lunghi capelli rossi, assieme a un uomo biondo e dagli occhi infossati, si scaldavano al ritmo bestiale che la droga incendiava in loro.
Un amplesso che fu l’annullamento del buonsenso, del pratico, stravolgendone il senso e riempiendolo di vergogna.
Tutto intorno a noi giaceva un cimitero di bottiglie piene e vuote, alcune in frantumi; mi fu offerta la migliore droga sul mercato.
Come nebbia salì il drago di fumo, arrampicandosi su antiche torri che erano le mie braccia. Quando parlò, cercò di spiegarmi la funzione di quel posto: era il tempio del suo padrone sincero e violento, il quale aveva ricevuto risposta da gente che lo invocava dall’abisso; così trasmise i suoi messaggi dal nulla, perfezionando la tecnica con la quale avrebbe, finalmente, avuto un corpo.
Bevvi sorsate indigeste di amari e brucianti alcolici. Adesso avevo una direzione: ero stato reclutato per favorire la missione del maestro, il Re del Nulla, nel costruirsi il regno che gli appartiene e diventarne monarca assoluto. La speranza che riponevo nell’impresa era eccezionale; per ogni individuo che ne scopriva gli abissi, lui diventava più forte e presente.
Dall’altra parte della stanza c’era una porticina in legno, appena socchiusa: una gran luce vi entrava, così uscii per goderne. Il sole si era già levato nel deserto, e turbinii costanti di sabbia strisciavano attorno al nostro accampamento. Lontano dagli occhi del mondo, lì avremmo lavorato.
Una donna mi prese sottobraccio e mi portò nella prima tenda, lunghissima e dall’alto soffitto.
Mi spiegò che lì le nuove reclute venivano disconnesse dalla propria mente per acquistarne una nuova. Mi esaltai all’idea che anch’io avrei provato quella morte definitiva per lasciare posto alla vera essenza dello spirito caotico.
Fui subito dopo trascinato nella seconda tenda. Buie e gracchianti erano le sue liscie pareti, e infernale la squisita atmosfera che l’oscurità offriva. Il tunnel adesso era grigio e freddo, gocciolante umido distillato dalle cavità nel quale era stato scavato. Mi lasciai alle spalle la fioca luce in lontananza.
I passi ne regolavano la luminosità: lo spazio perse corpo, cosicché i miei sensi furono annullati nell’atto di percepire un ambiente dal quale non avrei mai più fatto ritorno. In lontananza, canti di sirena e tamburi di ritmi orientali mi riempirono la testa, suonando una melodia di morte, scomposta e disordinata ma con un lineare scorrere delle note che, a ogni tensione, mi rendevano l’intelletto sgomento e folle.
Ricordo di aver corso, gridando di gioia, quando all’improvviso la musica si spense.
IV.
Dovevo tornare indietro.
Lì davanti a me troneggiava il pericolo più grande dell’universo, il mistero di un cosmo le cui leggi infrante avevano posseduto la realtà, trasfigurandola.
Cosa stavo facendo? Perché mai mi ero spinto fino a quel punto? Nelle mie indagini sarei potuto tornare indietro ma, dinanzi all’orrore, ricordai di aver corso, urlando di paura, senza riuscire a muovere un passo.
Gravitò attorno a me una forza invisibile e cosciente, che mi spostò verso il capolinea; la donna mi prese sottobraccio, intimandomi al silenzio.
Una folle fitta di puro terrore mi paralizzò i nervi, con spasmi e singhiozzi, ma fui libero di muovermi verso il nero trono di scogli e guglie, reggendomi sulle spine per non scivolare lungo la scalinata. Lassù, su una montagna di putredine, sedeva un essere senza vita.
Tremai nell’osservarla, la bambola umana, immobile sul trono nero.
La mia mente fu mossa dal desiderio di morire quando l’anima mi venne scippata: furono i suoi occhi a rubarmela, trascinandola via; si muovevano -quale orrore!-, mi spiavano, e avevano trovato ghiotto il pasto.
La donna parlò mentre venivo assolto dalla vita: “Lui è l’unica cosa presente in fondo al Pozzo”.
Presi a volare contro la mia volontà, tirato a forza fuori dal corpo. Non opposi più resistenza; la repulsione mi squarciò l’anima e ne bevve ogni sentimento: era chiaro, ora come allora, che avrei vissuto per sempre alla fine del pozzo, dentro di Lui.
Lo sto facendo per una buona causa.
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Inutile dire quanto l’ispirazione ad autori come Lovecraft e Poe traspaia da questo racconto: tutto rimanda al loro stile, sia per com’è scritto (lessico usato molto evocativo e affascinante) sia per il tema che tratta. Complimenti!
Davvero incredibile.
Mi hai ricordato i mitici Poe e Lovecraft! Ho ancora i brividi..
“Il mio allontanamento forzato dal lavoro fu di natura psichiatrica: i medici dissero che la troppa fatica mi aveva portato a un crollo nervoso, che le allucinazioni erano piuttosto normali e che avrei avuto bisogno di riposo per poi tornare a lavoro”
Tra lo stile e l’atmosfera, questo paragrafo assieme a quello precedente, mi trasportano in un incubo Lovecraftiano. E mi piace.
Ah, s’è vista l’ispirazione di papà Lovecraft. I suoi racconti sono un rapimento di fantasia squisito!
Grazie per essere passato e aver sbirciato dietro il velo!
Questo racconto crudo e crudele è eseguito davvero con maestria. La confusione continua tra follia, insonnia e apparente lucidità, trascina il lettore nell’angoscia vivida del personaggio. Non lo rileggerei. Non vorrei sentirmi di nuovo ancorata a quel pozzo. Quindi cosa posso dirti? Hai saputo davvero trasmettere il sentimento del protagonista, rendendo lo spettatore parte attiva. Più di così non si può volere. Bravo!
Allora ho fatto il mio dovere.
E la follia pure.
Grazie di essere passata a sfogliare.