Il primo paziente

Serie: The White Room


Dopo aver varcato la porta, vidi un anziano in una stanza totalmente bianca e quasi vuota, infatti, le uniche cose presenti erano due sedie, un tavolo marrone e un materasso sporco che giaceva per terra. Appena entrai si girò subito e non si mosse. Il silenzio mi turbava e il suo sguardo era strano, come se non avesse mai visto una persona in anni e anni della sua vita. Non appena chiusi la porta, l’altoparlante che si trovava in quella stanza, mi disse che avevo 50 minuti per parlare col mio primo paziente.

“Cosa ci fai qui? Tu non dovresti essere qui…”, mi disse con tono basso e debole.

Gli dissi che ero una psichiatra novizia e che volevo interrogarlo su quello che aveva passato.

“Scappa da qui finché sei ancora in tempo, non sai cosa ci fanno qui”, disse il vecchio.

Non sapevo come comportarmi, se non chiedere il perché di una tale risposta. Mi raccontò che lui è il primo dei detenuti rinchiusi in questo posto sconosciuto a tutti, addirittura al personale. Non sapeva dove si potesse trovare, che giorno fosse e cosa avesse fatto in precedenza. L’unica cosa che gli era certa, è che fosse lì da molto tempo.

“Non ci dicono nulla, è peggio che stare in prigione. Non mi lamento anche perché riceviamo da mangiare, ma comunque non siamo liberi perché queste camicie di forza stringono troppo…”, disse l’anziano.

Mi sentii come se fossi stata presa in giro: come poteva sapere la situazione degli altri se questo posto è un luogo così segreto e riservato? Lo sollecitai a dirmi come facesse ad avere tutte quelle informazioni, e mi rispose che sia di notte che di giorno ci sono pazienti che urlano, probabilmente perché torturati. Quelle parole che uscirono dal vecchio mi entrarono in testa. Ero troppo concentrata nel capire cosa fosse questo posto e cosa combinasse il personale coi pazienti. Non sapevo se credere al vecchio oppure no, ma comunque continuai ad usufruire del tempo che mi era rimasto.

“Lei sa perché è stato messo qui?”, gli domandai.

“Sinceramente no, ma so che ho commesso dei reati come furti, rapine ma non ho mai ucciso nessuno e non capisco perché io sia legato in questo modo…non c’è qualcosa che lei possa fare?”, mi rispose.

“Io non ho potere qui, mi hanno offerto la possibilità di aiutarla ma…”, dissi prima che mi interruppe.

“E allora mi aiuti a uscire da qui! Non ce la faccio più a restare qui! Non ci sono bagni e vengo pulito ogni volta come un misero bambino, lasciatemi andare!”, urlò il vecchio.

Iniziai a spaventarmi e nel momento in cui l’anziano si arrabbiò, cadde immediatamente a terra. L’altoparlante si attivò nuovamente, riferendomi che avevano folgorato il signore attraverso dei nanochip che si trovavano nel suo corpo. Mi sembrò ingiusto quel gesto, anche perché non avrebbe potuto farmi nulla se non spingermi per terra. Dunque decisi di uscire dalla stanza e guardare l’anziano signore da fuori.

A sinistra di ogni porta vi era una specie di specchio, ma quando entrai dentro esso non era visibile. Perciò sfruttai quest’occassione per osservare gli atteggiamenti dell’anziano da fuori. Sembrava essere a posto, non era più nervoso ma calmo come un fiume, e lì pensai che il personale del posto gli avesse dato qualcosa per calmarlo a mia insaputa. Che avessero usato i chip nuovamente? Questo non riuscì a scoprirlo, ma ero certa che qualcosa non quadrava.

Nessuno poteva uscire e nemmeno muoversi per sgranchirsi le gambe; era un posto davvero strano in cui né io né gli altri potevano uscire e allora mi chiesi: “Dov’è l’umanità in questo posto? Dov’è la misericordia per queste persone e soprattutto, dove diavolo sono finita?”

Dopo vari minuti andai di nuovo dalla donna di prima e chiesi perché lo avessero folgorato.

“Signorina Synove, noi siamo a conoscenza di quello che è, e di quello che vuole diventare. Non vogliamo rovinarvi la giornata o l’intera esistenza per un vecchio pazzo come quello, piuttosto noi siamo qui per preservare la sua sanità sia fisica che mentale. Se ha bisogno di qualcosa, chieda pure” disse sorridendo.

Il suo attegiamento era sempre lo stesso: sorrideva, era gentile con me, fin troppo buona. Un po’ spaventata dal suo atteggiamento e da quel che vidi, le chiesi se potessi tornare prima a casa. Mi disse di sì, anche perché coloro che mi accompagnarono, mi stavano aspettando all’uscita. Allora ringraziai la signora per i vestiti che mi diede e andai verso la porta. Fui subito fermata, e lì iniziai a spaventarmi.

Mi ordinarono di non muovermi e di non aprire la porta dell’edificio. La signora mi chiamò, mi fece sedere nella sua stanza e mi bendò.

“Lei non è libera di andarsene, non le è stato riferito di non poter aprire la porta dell’edificio?”, mi disse con tono irritato.

“Mi dispiace per l’accaduto, ma purtroppo nelle mail non c’era scritto che non potevo uscire fuori”, le risposi.

“Per questa volta non fa nulla, ma la prossima volta la prego di non varcare quella porta. Nessuno ha il diritto di farlo se non coloro che l’hanno accompagnata, intesi?”, disse con tono critico.

“Certo…nessun problema…”, risposi con un tono abbastanza timido.

Venni sedata nuovamente e di nuovo non ricordai più nulla finché, non mi ritrovai sul mio letto. La cosa mi iniziò a disturbare, perché mi sentivo stordita dopo due volte che mi avevano sedato. Mi sentii male e corsi subito in bagno, e all’improvviso vomitai nella tazza. Chiamai le mie amiche per riferire il fatto, ma mi risposero che poteva essere normale; d’altronde chissà quale tipo di sedativo mi avevano somministrato. Non avevo modo di pensare a nulla, la testa mi scoppiava così tanto che crollai sul letto fino al giorno seguente.

Serie: The White Room


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