Il processo e il carcere

Serie: IL TRENO DELLE ANIME


Nico, il mattino dopo, ebbe un incontro con il suo avvocato. Era una donna sui quarant’anni, molto determinata. «Siediti, Nico, vuoi una sigaretta?» chiese l’avvocato.
«No, grazie, non fumo più» rispose Nico.
«Ma quante virtù, ragazzo mio!»
«Non è per virtù che ho smesso, ma perché non avevo soldi per comprare le sigarette. E poi, quali sarebbero le altre virtù?»
«Quali? Ieri ti sei accusato di qualcosa che non hai mai commesso, credimi, ti avrei ucciso. E comunque ho intenzione di oppormi; il giudice non è stato corretto, non avrebbe dovuto mostrarti quelle foto. Sei poco più di un ragazzo, sei andato in confusione e hai ammesso ciò che non hai fatto. Tu adesso ritratta e possiamo dire che sono stati i tuoi complici a buttare giù la ragazza; è anche più credibile, loro erano in due… e così gli restituiamo il favore.» Nico guardava il suo avvocato con stupore.

«Ma come può pensare che io accusi i miei amici? Sono stato io ad avere l’idea della rapina, io ho lasciato morire quella povera ragazza, ma come ha fatto a ideare questo piano diabolico?»
«I tuoi amici? Hai ancora il coraggio di chiamarli così? Sei solo uno stupido ragazzino, anche ingrato. Rifletti, hai solo vent’anni; se mi dai ascolto, con qualche sconto di pena, tra qualche anno potresti essere fuori da qui e potresti rifarti una vita. Cosa pensi, che il carcere sia un’avventura? Sei giovane, prova a immaginare anni e anni senza una donna, senza poter scegliere liberamente anche le piccole cose. Considera poi che potresti ricevere attenzioni non gradite da parte dei tuoi compagni di cella.»
«Ho detto no, non mi tenti, è inutile. Io la ringrazio e apprezzo il suo impegno, ma se resto qui a vita per me è anche meglio.»
«E allora goditi questo inferno; io in tribunale spalancherò le braccia e mi rimetterò alla clemenza della corte.»

L’avvocato si alzò e avvicinò il suo viso a quello di Nico, lo guardò dritto negli occhi e disse: «Sei solo un moccioso, testardo e cretino.» Aveva uno sguardo freddo e cattivo mentre diceva questo; poi, prima di uscire, lanciò il mozzicone della sigaretta ancora acceso nel posacenere, ma, facendo ciò, colpì il viso di Nico. Sembrava quasi che l’avesse fatto apposta. Dopo quasi un anno, iniziò il processo. Giudici e avvocati sembravano marionette mosse da chissà quale interesse oscuro, preordinato per trascinare i tre ragazzi in un abisso. Gianni era stato convinto che accusare Nico fosse la cosa giusta; Gigi era stato invece costretto ad accusarlo, sotto una pressione psicologica, ma era distrutto per quello che stava facendo. Si intuiva dalle sue parole pronunciate a stento e dal suo sguardo fisso su Nico quando credeva di non essere visto.

Nico si sforzò di deporre con voce ferma. Pensò che accusarsi fosse giusto e necessario, senza rendersi conto che stava sacrificando anche la madre, che ascoltava come assente, rifugiata nei suoi ricordi. Ripensava a quando gli agenti della polizia giudiziaria bussarono alla sua porta quel sabato sera; capì subito che era accaduto qualcosa di grave e tirò un respiro di sollievo quando gli dissero che Nico era vivo e stava bene. Dopo, realizzò che niente sarebbe stato come prima. In quell’aula, si rendeva conto che il figlio adesso era come un bambino da accudire, una persona che dipendeva completamente da lei. Si chiedeva se, da sola com’era, sarebbe stata in grado di restituire a Nico un minimo di serenità, di farlo sperare ancora in un futuro. Poche ore al mese per vederlo e portargli le cose essenziali.

E arrivò il giorno della sentenza: trent’anni di reclusione per Nico e quindici per i suoi amici, a questi ultimi ridotti in seguito, per buona condotta. Tutto questo sotto lo sguardo soddisfatto dei giudici e degli avvocati, soprattutto, e stranamente, anche di quello di Nico. Ormai il sipario era calato su questo caso. Nico fu portato nel carcere dove avrebbe scontato la pena. Attraversò il corridoio, in manette, tra due agenti. Guardava le porte verdi e azzurre, sentiva un rumore continuo, fatto di porte che si chiudevano, di ferri che cadevano e dell’eco delle voci di tante persone. Entrò nella sua cella e finalmente gli tolsero le manette, ma non si sentiva più libero; anzi, la sensazione era quella di essere legato. Guardava i suoi compagni di cella con timore; lo scrutavano e si lanciavano sguardi d’intesa tra di loro. Desiderò di nascondersi, ma in quindici metri quadrati era impossibile.

Erano passati tredici anni dal processo. Qualche anno dopo la sentenza, la madre di  Nico era morta e lui era rimasto completamente solo; sentiva la mancanza di affetto, di conforto, e nessuno in carcere gli mostrava un minimo di simpatia. Eppure, neanche loro erano dei santi. A volte ripensava alle parole del suo avvocato: «Goditi questo inferno.»

Nico condivideva una cella insieme ad altri tre detenuti di età compresa tra i venticinque e i cinquant’anni. Non tutti avevano il suo vissuto e c’era anche chi apparteneva alla delinquenza organizzata. Un giorno, dopo l’ora d’aria, rientrarono tutti, tranne uno che doveva incontrare il suo avvocato. Nico si era seduto accanto al muro; Tonio, un malavitoso a cui avevano ucciso la sorella per una vendetta trasversale, lo guardava e cominciò a parlare con Mario, un altro compagno di cella, ma il discorso era chiaramente rivolto a Nico.

«Ma come fa a non farsi schifo quel verme che ha ucciso mia sorella? Prendersela con chi è più debole, non ha armi per difendersi… eppure ce ne sono tanti così… come fanno a vivere…»

Nico restò con il capo chino senza dire niente.

«Tu che ne pensi?» chiese Tonio a Nico.

Nico sapeva di non essere mai stato simpatico a Tonio, perché in lui vedeva un simile di quell’uomo di cui parlava. Non avrebbe voluto rispondere; sapeva che qualunque cosa avesse detto avrebbe irritato Tonio, ma anche il suo silenzio poteva generare lo stesso effetto, e quindi, con un filo di voce, rispose:

«Forse vivono solo perché hanno paura di morire… ma… ma la morte sarebbe una soluzione migliore…»

«Quindi anche tu hai paura?»

«Sì.»

«Mi fai schifo» rincalzò Tonio.

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Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Al povero Nico non ne va bene una. Avrebbe avuto bisogno di uno psicologo che lo accompagnasse in quel percorso e non del cinismo cattivo del suo avvocato. Giusto pagasse le sue colpe ma non quelle di altri. Credo, comunque, che conosceremo un Nico diverso nel futuro. Resto in attesa! 🌹

  2. Con questo episodio completi una certa descrizione degli avvocati: uomo o donna non importa, entrambi gli avvocati sono disposti a mentire davanti la legge e consigliano ai loro assistiti di farlo. Non importa la giustizia, l’importante è vincere. Nico è stato travolto dagli eventi e dalla sua umanità, si capisce che è la classica persona che ha commesso un errore e lo sta pagando più del dovuto. Ho l’impressione che debba accadere qualcosa di sorprendente nei prossimi episodi.
    Bella storia, coinvolgente.

    Ti andrebbe qualche osservazione sulla forma, in privato?

  3. Sei riuscita a descrivere le emozioni di Nico molto bene: il rapporto con l’avvocato, la tranquillità con cui affronta il processo, i suoi amici costretti ad accusare. E poi, il carcere…
    Mi è piaciuto molto l’episodio Concetta, sei stata molto brava!!