
Il racconto di Greta: “Il tordo”
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: Marcus e Greta
- Episodio 4: Il pavone nero
- Episodio 5: La camera nera
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
STAGIONE 1
Lo sguardo dell’uomo che mi aprì la porta era sereno. Io mi sentii smarrito, non sapendo cosa dirgli. Camminavo da ore, come accennai all’abitante sconosciuto della casa, una volta dentro. Sotto la porta non gli dissi nemmeno una parola. Fu lui, che osservando il cielo incupirsi, mi propose di entrare; lo fece con un cenno del capo, senza nessuna frase o espressione compiuta. Così lo seguii con un certo disagio, nelle lunghe ombre di una casa odorosa di legno e di selvaggina bruciata. L’ambiente era ben riscaldato, ma le fonti di calore non erano visibili quanto la presenza del buio che divampava dal bosco. Fuori incalzava del vento impetuoso, che dava i brividi al solo ascoltarlo.
Nel fondo della casa si stagliava un grande salone rettangolare, con un camino acceso, rassicurante – ecco da dove si propagava il calore, pensai, non appena fui introdotto nella camera più interna. L’uomo mi invitò a sedermi su di una sedia appena scostata dal tavolo, mentre estraevo lentamente la salma del tordo da un sacco di iuta, per poi distenderla sul grande tavolo del tassidermista. Il corpo flaccido del volatile, schiantato sulla superficie di legno, raggelò entrambi. Dopo averlo ammirato per diversi secondi, levammo lo sguardo a una delle tre finestre romboidali, situate sulla parete sinistra, dove si scorgeva la luce che moriva e le cime ricurve degli alberi.
C’erano corvi, ma anche gazze, allodole, beccacce, che finivano per schiantarsi contro le case prossime al bosco, in piena notte, quando il silenzio aveva raggiunto il suo culmine, come raccontava l’uomo. Prese a parlarmi di volatili autoctoni infartuati, del fatto che tutte le notti ve ne fosse qualcuno che si schiantava contro la sua finestra, sempre alla stessa ora, con la stessa violenza. Al mattino, con la luce, lo ritrovava stordito, ormai agonizzante. Allora non gli restava che ammirarlo dall’alto, con la dovuta compassione, ma senza intervenire, in attesa che il suo becco ansimante si fermasse per sempre, e la pace del giorno lo inondasse della sua vastità.
Mi confidò che non gli era mai capitato di soccorrere un uccello agonizzante, di non esserne capace. A mia sorella Adele, in un luogo di vacanza, era successo, come gli raccontai, osservando lo sguardo vitreo dell’uccello dal collo rivoltato. Adele, rinvenuto un tordo ferito, lo aveva portato subito a casa. La vidi arrivare con gli occhi che le brillavano. I nostri genitori non volevano che lo tenesse. Sarebbe morto presto, secondo loro. Mia sorella aveva dodici anni ed era innamorata di quel tordo, per cui non volle sentire ragioni. Si rifiutò di riportarlo lungo lo sterrato, nei pressi del vecchio mulino dove lo aveva raccolto, e dove i miei genitori le intimavano di ritornare. Mi ebbe come suo complice e così, nemmeno ricordo come, riuscimmo a convincerli a tenerlo con noi. Dopo circa dieci giorni il tordo era perfettamente guarito. Non riuscii a capacitarmi di come mia sorella Adele fosse riuscita a curare una bestiola gravemente ferita, come quel tordo selvatico e misterioso. Quando lo vedemmo riprendere il volo, lungo la strada polverosa che portava al mulino, i nostri occhi si riempirono di lacrime e di una nostalgia divorante, che non passò più. Non ci dicemmo nulla. A casa ritrovammo la scatola celeste delle sue scarpette ballerine, dove Adele lo aveva tenuto e nutrito, ancora intriso di feci, di piume e di qualche remigante. La teneva sempre accanto a sé, passando intere ore a guardarla, immaginandolo ancora lì dentro.
Alla fine del mese, l’ultima notte di vacanza, prima della partenza, Adele morì nel sonno, per ragioni oscure. Morte improvvisa, forse un infarto giovanile, come ipotizzò il medico di guardia a mio padre, che aveva gli occhi svuotati. Li sbatteva come denti, dietro gli occhiali, camminando avanti e indietro, come un folle, pronunciando frasi incomprensibili.
Avevamo le nostre piccole valigie già pronte. Io e Adele dormivano in un letto a castello. A lei piaceva stare sopra, anche a me piaceva dormire in alto, ma la accontentavo. Era più piccola di me, mi sarebbe sembrato giusto fare un gesto di accondiscendenza nei suoi confronti, nonostante le perplessità di mia madre, che temeva potesse cadere, ma io la rassicuravo; anche mio padre, per la prima volta, si schierò dalla sua parte, dicendo a mia madre che Adele non era più una bambina, e che durante il sonno si ripristina ugualmente il senso primario dell’equilibrio.
Adele sarebbe morta alle tre del mattino. Per gli esperti del caso, come il medico di guardia, il decesso sarebbe avvenuto nell’incoscienza, in modo del tutto fulmineo e indolore, mentre io ero convinto che si fosse accorta che stava morendo, perché tra veglia e sonno mi era parso di sentire la sua voce sussurrarmi qualcosa, del tipo: «Non mi sento bene. Ho freddissimo. Aiutami, Alfred, per favore…». Era il mio nome, Alfred. Lo è ancora, il mio nome. Eppure ero sicuro che lei mi avesse chiesto aiuto, ma io stavo dormendo. Non potevo avere la certezza che il suo richiamo provenisse da un livello agonizzante di realtà e quindi di veglia. Ero certo provenisse dal sonno e quindi da un sogno, forse di entrambi, e non soltanto mio, dove eravamo precipitati contro la nostra volontà, come il tordo di Adele contro il vecchio mulino. Se solo Adele mi avesse chiesto aiuto in modo più diretto – ma forse non ne aveva la forza – e mi avesse raggiunto, implorato, strattonato, allora avrei creduto di essere nella nostra cameretta, un letto sotto di lei, e non più nella luce vaticinante della sua morte.
Il pomeriggio, quando la vestirono e la pettinarono, e le grida di mia madre nella nostra casa di vacanza ci imposero di chiudere le finestre, mi accorsi di un giovane tordo, bellissimo e attento, tutto nero, principesco, con una venatura celeste sul petto, che sfidava col becco il vetro appannato, prima dell’arrivo di un temporale. Ci guardammo a lungo, nella pioggia funebre di fine agosto, nel dolore della vita, delle sue piccole cose, senza nemmeno crederci vivi o reali. Poi spiccò il volo, svanì… mentre il cielo diventò nero.
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: Marcus e Greta
- Episodio 4: Il pavone nero
- Episodio 5: La camera nera
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
Bello e toccante questo racconto di Greta.
L’immagine del tordo, alla fine, è molto evocativa e significativa.
Ciao, Giuseppe. Sono contento che l’episodio ti sia arrivato. È un racconto molto arcaico e funesto nella sua impostazione, come nella densità delle atmosfere e nei respiri tortuosi che lo caratterizzano. A sua volta è una struttura concentrica: non è solo il racconto rubato a Greta dallo scrittore, inserito nella narrazione della serie in una modalità alquanto clandestina, ma è anche parte interna del resoconto di uno dei due personaggi dell’incipit, dove l’uccello ucciso, estratto da un sacco di iuta, viene disteso sul tavolo della casa nel bosco tempestata dal vento, evocando la narrazione drammatica dei due fratelli. I luoghi, gli ambienti, le dimensioni, si vampirizzano quindi vicendevolmente in sequenze trasversali che convivono nella stessa arcata. Il tordo, con la sua duplice funzione, di volatile ferito dell’inizio, a principe altero delle tenebre con cui suggella il finale, è senza dubbio il fattore archetipico della storia. Ancora grazie della tua visita e del tuo interesse.
Chissà quante alte volte te lo avrò detto, sinceramente non ricordo più. Però, lo devo dire di nuovo. Questo è l’episodio che più mi è piaciuto, che mi ha fatto sentire e toccare con mano il dolore. Ho cominciato la lettura pensando che fosse ‘semplicemente’ il racconto della giovane autrice, trovato e, in un certo senso, rubato dal protagonista. Tuttavia, una volta iniziata la lettura, si è trattato di un’esperienza così immersiva che me ne sono completamente dimenticata. Amo lo stratagemma del romanzo nel romanzo e nel tuo testo l’ho particolarmente apprezzato. Fra le molte scene magistralmente descritte, mi piace sottolineare gli occhi del padre e le grida di quella povera donna ad accompagnare la metafora della morte-rinascita che, forse, solamente il fratello, nella sua semplicità e chiaroveggenza di bambino riesce a cogliere.
Ciao, Cristiana. Il racconto nel racconto ha una sua funzione magnetica, direi ipnotica, per il tipo di momento e di dimensione temporale nel quale ho pensato di inserirlo. È una traccia psichica di un personaggio femminile condizionante per l’economia della storia, un’inquadratura più interna delle sue ossessioni e delle sue zone d’ombra, che affiorano con maggiore energia e naturalezza nel suo comparto immaginario, perché non viste né rivelate per volontà ma per dolo altrui, essendo ancora tenute segrete per Greta, nel suo quadernino degli orrori, per intenderci.
Sono molto contento che tu abbia recepito in profondità questo passaggio del racconto “Il tordo” come un elemento vitale e selvatico dell’episodio, un suo affluente autoctono e non una parte estranea o inserita forzatamente, e senza le necessarie risonanze, nel tessuto connettivo d’insieme. Ho riflettuto a lungo prima di collocarlo come contenuto assoluto, e non solo periferico, dal momento che era parte di un progetto del tutto diverso, che ho adattato alle circostanze del caso quando mi sono deciso a contemplarlo come il racconto rubato dallo scrittore disilluso della serie. Ancora un grazie e a presto.
Ho letto in modo disordinato i dieci episodi di questa prima stagione. Prima l’ultimo, poi il primo e, di seguito, gli altri otto. Un’immersione totale molto appagante.
Gli aspetti principali (solo per sintetizzare), che mi hanno colpito maggiormente sono:
1 La profondità di ció che viene detto o sottinteso o rappresentato in modo simbolico.
2 La varietà, non solo dei temi ma anche degli stili di scrittura in base ai diversi generi di narrazione, intervista, o testo del racconto di Greta “Il tordo”.
3 gli opposti, non solo tra astrazione e concretezza, bianco e nero, interiorità e ambiente, ma anche negli aspetti opposti che coesistono nei personaggi della storia, così come in ogni essere umano. L’essenza maschile e femminile, l’ autenticità e la finzione, la luce e le ombre… che a volte si mischiano e si confondono.
4 La completezza nel rappresentare non soltanto personaggi e situazioni capaci di soddisfare bisogni della mente razionale e della sfera emotiva, ma aprendo anche un tema spesso trascurato dalla narrativa attuale. In modo particolare nell’episodio “La prima intervista”, anche il punto di vista sull’aspetto spirituale, con brevi considerazioni su Dio, viene accennato, pur senza avere la pretesa di risolvere l’ardua questione.
Unica affermazione difficilmente condivisibile, rispetto all’ affermazione del personaggio scrittore, a fine intervista, che la scrittura non abbia un senso.
Ma forse questa affermazione aveva lo scopo, altrettanto utile, di stimolare reazioni opposte nei commenti dei lettori.
Ciao, M. Luisa. In tutti in punti che hai elencato trovo delle rispondenze profonde con le mie intenzioni, mentre nel contempo ne scopro altre. La tua analisi è entrata dentro il midollo del progetto con grande disinvoltura e intensità, come se parte di un tuo processo creativo autonomo. Tutte le sfumature che hai attraversato, con la tua immersione nei singoli episodi, indipendentemente dalla loro successione temporale di pubblicazione, aprono ancora altre porte, altri usci verso dimensioni che affiorano tra le ombre di questa storia di riflessioni e risonanze interne, dove in fondo è la materia del pensiero del personaggio a farsi azione, occhiale drammatico e condizionante su tutto il sistema che il personaggio articola nel flusso del suo resoconto.
Condivido con te, essendone nel contempo lusingato, gli aspetti che hai evidenziato legati al simbolismo ricorrente, come alla varietà degli stili utilizzati tra le varie situazioni e cospirazioni narrative (raggiungendo il confine estremo, o punto di non ritorno, con il racconto rubato “Il tordo”) fino al costante confine – o idea ricorrente del doppio – che si perpetua tra zone contrastati di compulsione tra i vari livelli esplorativi dell’ingranaggio.
Il finale dell’intervista, così lapidario, raggelante, è un’ulteriore porta sul buio, dissacrante, cinica, ma forse rappresentativa di uno stato d’animo preciso, come del patrimonio di disillusione dell’autore, prima vittima e primo carnefice delle sue considerazioni, quanto della sua maledizione creativa. Ma credo che in una parte profonda di lui sarà il primo a negare e quindi a rigettare come verità, quel suo pensiero disfattista e catastrofico. Quanto meno lo spero.
Grazie davvero per il tuo ascolto e la tua immersione, che di certo ha rigenerato anche dentro di me una serie di nuovi elementi e riflessioni importanti. A presto.
Molto interessante e ricco di spunti questo racconto nel racconto. Per tutto il tempo, ho cercato di tenere bene a mente che è Greta l’autrice. Questo mi ha permesso di tracciare paralleli con Adele. La scomparsa prematura e improvvisa mi è parsa una sorta di premonizione, della rottura che avvera’ in seguito tra i ragazzi. L’arrivo del tordo (nero come la camera) mi ha ricordato non solo la simbologia che vuole gli uccelli messaggeri tra i due mondi, ma anche la camera nera, l’atmosfera di alchimia e quasi simbiosi in cui Greta e lo scrittore si trovano prima di arrivare alla rottura. Insomma, un episodio che apre molte porte, offre infinite chiavi.
Continua ad attarmi questo rovesciamento di prospettiva nei confronti di Greta. Lo sento venire da una sorta di doppia natura.
Hai individuato diverse chiavi all’interno del racconto. Un racconto rubato, tra l’altro, che lo scrittore ha sottratto a una persona che stava cominciando a costruire con lui un certo legame. È singolare il pensare che lo abbia scritto proprio Greta. Il punto di vista al maschile, tutte le risonanze sanno di cupezza, di elementi sempre in agguato, come il vento, la pioggia, le tenebre dirompenti dei boschi, lo schiantarsi degli uccelli contro le case, nel cuore della notte, una morte improvvisa, eppure è quello il suo mondo e lo scrittore se ne impossessa credendolo superiore al suo, a quello che è riuscito fino a ora a trasfigurare dalla sua realtà di privazioni e fobie. I simboli sono ricorrenti, con i loro incroci, le loro corrispondenze. Gli uccelli, le camere, le figure genitoriali dei ragazzi che vengono sostituite ad altre, per ragioni non del tutto chiare, rappresentano un planetario di soli enigmi, dove ciascun personaggio vivrà una sua ibernazione, una condanna al desiderio di superare quella soglia di confine verso un ignoto che non gli è dato di affrontare, forse perché non è ancora in possesso degli strumenti adeguati per sezionarlo. Ma entrambi, Greta e lo scrittore dimenticato, non hanno altro che la loro immaginazione per definirsi in un mondo parallelo, accogliente, che li faccia sentire vivi, riconoscibili, l’unico che sembra accettarli, perché impiantato sul vuoto, un vuoto che a tratti diventa rassicurante, ma che da un momento all’altro può mostrarsi devastante e ibernare le loro interiorità in un castello di ghiaccio.
Il doppio è un elemento che avverto alquanto presente in queste dinamiche. La prossima settimana anche questa stagione si concluderà. Valuterò bene come orientare e organizzare questi elementi con cui ho proceduto fino a ora. A quali dare maggiore peso e consistenza e quale sviluppo dare alle considerazioni del nostro scrittore. Grazie ancora dei tuoi spunti e della tua dedizione alla serie. A presto.
Accenni al fatto che il racconto risuoni cupezza e sia scritto al maschile, e questo mi solleva un’altra sensazione. La sensazione che questo scritto sia nato in Greta quale sorta di “profezia”, come sapesse già che le sarebbe stato sottratto con l’inganno, e proprio dalla persona con cui condivideva la scrittura e l’immaginazione…
Credo che questa serie, pur volgendo al termine, continuerà a vibrare e risuonare nel lettore offrendo richiami e spunti sempre nuovi.
È molto interessante questa tua riflessione. Greta è un personaggio misterioso, segreto, di certo pervaso da frequenze sottili, medianiche, forse, che la conducono in dimensioni impenetrabili, sia nella realtà che nei suoi processi di scrittura, come accade nell’accenno fugace alla luce vaticinante della morte di Adele, citata durante il racconto del tordo, dove potremmo pensare a un’identificazione tra scrittrice e personaggio. Tutto in qualche modo ritorna, anche se per strade inusuali e poco percorribili.
“Ci guardammo a lungo, nella pioggia funebre di fine agosto, nel dolore della vita, delle sue piccole cose, senza nemmeno crederci vivi o reali.”
Molto toccante. Come la morte di una persona cara riesca a trascinare oltre il labile confine di vita/morte anche gli amati.
È un passaggio che sento molto. È la sintesi dolorosa di uno sguardo sulla vita, oltre che sulla morte. Sull’intensità di come una perdita così dolorosa estenda il suo dominio su tutti gli altri elementi, dai piccoli oggetti, alla pioggia con cui si conclude l’estate, fino alla sensazione di totale alienazione, inesistenza.
Il tordo, dall’aspetto principesco, altero, può rappresentare due figure contrastanti: un emissario di morte, di sventure, arrivato solo a certificare, a suggellare il momento di dolore, o al contrario un volatile riconoscente, che torna di fronte alla finestra della camera di Adele, la ragazza che lo ha accudito, per un saluto. Anche qui si aprono alcune domande, che resteranno aperte fino all’ultimo istante di pioggia – una pioggia che continuerà anche a racconto finito, e che lo scrittore sentirà battersi dentro ancora per molto, secondo me.
Un racconto toccante che mi ha emozionato
Sono davvero contento che ti sia arrivato a tal punto da emozionarti. Ti ringrazio molto per la tua visita e il tuo commento.
Molto bello! Tocca, con delicatezza, il ricordo di un momento triste tracciando una linea coraggiosa tra la guarigione del tordo e la morte di Adele. Quasi suggerendo delle domande. Scrittura impeccabile, come sempre. Bravissimo Luigi! 👏👏👏👏
Ti ringrazio molto, Giuseppe. Questo racconto nel racconto contiene una serie di simboli e di riferimenti che riportano al mondo dei personaggi, dai quali ogni tanto mi scorporo, come è già accaduto con l’intervista, per consentire delle inquadrature diverse e pluridimensionali nella stessa scena. Hai colto perfettamente il contrappunto inverso tra guarigione e morte, una sorta di oscuro rito sacrificale vissuto nell’innocenza e nella poesia di una ragazzina di dodici anni, che rimarrà scolpita nel dolore del tempo, oltre il volo principesco del tordo, nel cielo prossimo al temporale. Grazie ancora della tua visita e della tua attenzione. A presto.