Il ragionamento

Serie: Dovrei parlare io


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un ragionamento tutto personale che porta a delle conclusioni importanti.

Nonostante la gravità della sua balbuzie non fosse mai stata così considerevole, i suoi anni scolastici non furono facili perché ai bambini e ai ragazzi basta un pretesto trascurabile per dargli il diritto di usare la propria cattiveria, e quindi fu così anche per quelli della sua classe. In ogni caso, a dispetto della morale comune, Lucio a quel tempo adottava spesso un carattere aggressivo che gli serviva comunque per farsi rispettare. Poi negli anni diventò diverso e più maturo, ma quella sera si stupì di come, crescendo, quelle due qualità fossero riuscite a fargli dimenticare bene il suo passato: evidentemente col tempo avevano acquisito molta consapevolezza.

Camminò piano per dieci minuti, e in quel silenzio riuscì a ricordare con pochi dettagli almeno quattro episodi spiacevoli che quindici anni prima gli avevano lasciato addosso una sensazione piuttosto amara, la stessa che adesso, senza preannunciarsi, gli stringeva all’improvviso la gola e lo faceva sentire a disagio anche nella penombra dei vicoli deserti. Poi i suoi ricordi si fecero appena più chiari, anche se si accorse di riuscire a rievocare soltanto le situazioni difficili che allora era stato costretto ad affrontare, ma non la maniera in cui le aveva risolte, né la reazione degli altri e la loro espressione dopo averglielo visto fare. Aveva davvero l’impressione che fosse stata un’altra persona a vivere quelle sensazioni, qualcuno che rassomigliava a un ragazzo che non conosceva per niente e che, con la consapevolezza di adesso, avrebbe aiutato con piacere a districarsi dagli altri, anche se il suo sostegno fosse andato sicuramente a discapito dell’esperienza che questa figura inventata prima o poi avrebbe dovuto maturare.

Cercò di ragionare per trovare la motivazione di questa dimenticanza. Adesso era un artigiano e lavorava tanto con le mani e poco con le parole, proprio come quei vecchi falegnami o fabbri a cui era quasi impossibile sentire il timbro della voce, ma che comunque erano riusciti a guadagnarsi da vivere per tutta una vita, in silenzio. Adesso era più difficile farlo perché il commercio si era evoluto, dedicando più accortezze alla comunicazione. Ma Lucio, arrancando, ce la faceva lo stesso.

« Scusami » disse qualcuno dietro di lui.

Lucio si girò e vide il ragazzo che era seduto da solo accanto a lui nella birreria. Era evidente che aveva faticato per raggiungerlo perché aveva il fiato corto.

« Ciao » disse Lucio.

« Ti ricordi di me? Ero seduto accanto a te nel locale. »

« Mi ricordo. »

« Io sono Roberto » disse il ragazzo. I due si strinsero la mano.

« Volevo dirti che prima ho visto quello che è successo. »

Roberto parlava molto bene, ma era stato un balbuziente. Solo un balbuziente riesce a capire se una persona è stata balbuziente.

« E ti sei divertito? » domandò Lucio sorridendo.

« Naturalmente no, perché avrei dovuto. Vuoi camminare? »

I due ragazzi iniziarono a camminare insieme nei vicoli, tra i lampioni fievoli e le serrande chiuse. I gatti, nascosti nel buio di un anfratto o acquattati sulle soglie delle finestre, sembrava come se non ci fossero.

« Posso chiederti perché non hai mai cercato di risolvere il problema? » domandò Roberto.

« Perché la mia è una delle balbuzie peggiori che ci sia. Non è così grave da necessitare di una cura ma lo è abbastanza da convincermi a evitare certe situazioni. »

« Stai dicendo che dovresti curarti ma puoi anche permetterti di non farlo? »

« Esatto, si può dire anche così. »

Roberto si girò per guardare Lucio.

« E posso chiederti perché hai gli occhi spenti? » domandò a Lucio.

« Perché sono stanco. Ho lavorato tutto il giorno. »

« Non ho detto che hai gli occhi stanchi, ma che li hai spenti. »

« Che cosa significa?»

Roberto pensò un momento a cosa dire, poi rispose con una domanda.

« Hai mai pensato bene al motivo, quello vero » specificò con un sorriso, « per il quale la tua balbuzie non necessità di essere curata? »

« Non ho bisogno di curarla perché non mi infastidisce più come tanti anni fa, ho imparato a conviverci e ci riesco anche bene perché sono riuscito ad accettarla come qualcosa che mi appartiene biologicamente, anche se certe volte mi reprime. E poi, con il lavoro e la vita privata che faccio, la balbuzie non mi causa per niente dei problemi, anzi » continuò Lucio con stupore, come se avesse scoperto all’improvviso qualcosa che non aveva mai saputo, « sembra incredibile ma molto spesso parlo così bene che mi dimentico persino di essere balbuziente. »

I due fecero una risata leggera.

« Per questi motivi pensò che in fondo la mia balbuzie sia anche una delle migliori » concluse Lucio riflettendo. Si era convinto dei suoi concetti appena dopo averli detti e poi pensò che prima di allora, forse, nemmeno li aveva mai dedotti. Si ricordò dell’importanza per lui di parlare con qualcuno perché, così facendo, certe volte gli capitava di riuscire a chiarire con le parole un ragionamento che sarebbe rimasto contorto se avesse continuato a rimanere soltanto un pensiero, e si disse anche che se non fosse accaduto il fattaccio nella birreria, non si sarebbe mai accorto di quanto bene avesse imparato ad accettare la sua anomalia rispetto agli anni prima. Si sentì meglio per tutto questo e la sua serata cominciò a diventare piacevole.

« Riesci a parlare bene perché hai imparato ad usare sempre le stesse frasi? » domandò Roberto con ironia. Anche Lucio rispose con una domanda.

« Anche tu eri balbuziente? »

« Esatto. Ma io mi sono curato e ti dirò una cosa che sicuramente già saprai: non accettare mai dei consigli sulla balbuzie da qualcuno che non è o non è mai stato un balbuziente. Come noi non possiamo capire la cecità semplicemente chiudendo gli occhi per un’ora e camminando tastoni, oppure immedesimarsi in un sordo soltanto tappandoci le orecchie, allo stesso modo chi non ha mai avuto problemi con la fluidità del linguaggio non saprà mai gli effetti emotivi e poi fisici che provocano a chi invece ne soffre, e quindi non potrà mai dare dei consigli giusti » disse Roberto.

« Si, lo so. »

« Quello che puoi fare è soltanto ascoltare i consigli ingenui da chi ti vuole bene, ma soltanto per creare armonia intorno a te e perché non sono provocati dall’imbarazzo. »

Lucio si mise a riflettere prima di parlare e anche Roberto lo fece prima di rispondergli.

« E tu perché hai deciso di curarti? »

« Perché un giorno mi sono accorto che stavo rimpiazzando i miei sogni con altri che non mi appartenevano, soltanto perché quelli fasulli non necessitavano l’uso della voce. Sono stato fortunato ad accorgermene, ho rischiato di sprecare la mia vita. »

Lucio continuò a guardare Roberto anche quando venne il silenzio, come se non avesse capito qualcosa, e tenendo la testa inclinata rimase imbambolato per qualche secondo. Poi fu distratto da un luccichio più forte che stava fermo sul davanzale di una finestra e vide gli occhi gialli di un gatto nero che lo stavano guardando: all’improvviso si ricordò che qualcuno gli aveva già detto di avere gli occhi spenti. Erano stati due consorti di ottant’anni che gli sedevano davanti nella metropolitana della città dove abitava a quel tempo. Erano due artisti di strada, vestiti di cenci e con la pelle sporca. Lui reggeva la custodia di un violino e lei quella di una chitarra e la mano che avevano libera la usavano per amarsi. Avevano tutti e due gli occhi azzurri che scintillavano come pietre turchesi. Allora come adesso lui pensò che fossero due persone bellissime.

« I tuoi occhi non brillano più come prima » gli aveva detto il vecchio dopo averlo contemplato con paternità. Lucio sapeva che aveva ragione e quella veggenza lo inquietò; quindi, per eludere la verità che gli faceva paura, decise di fargli capire che lo reputava un matto, usando una frase qualunque e il tono superficiale che si dedica a chi non ha per niente la nostra considerazione.

« E tu da questa distanza » aveva risposto indicando i due metri che li separavano, « riesci a vedere dentro ai miei occhi? »

Senza parlare, il vecchio e la sua compagna avevano risposto che era così.

E poi, dopo che ebbe vissuto di nuovo questo episodio, con un impulso della testa e con tanto stupore si ricordò anche che il suo sogno più grande era sempre stato quello di fare lo scrittore. Ritornò a guardare Roberto, pensando a come fosse possibile che lo avesse dimenticato per tutto quel tempo. Ancora una volta, era come se i suoi anni migliori, in cui chiariva e dava una sostanza a tutti i suoi concetti scrivendoli sulla carta, fossero stati di qualcun altro che non conosceva. Ma in realtà, si accorse soltanto che stava cominciando a capire di non conoscere affatto la persona che era diventata.

Serie: Dovrei parlare io


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Si racconta che Demostene- ma tu sicuramente lo saprai- fosse balbuziente e che si sia curato da sé. In realta, anche i tuoi protagonisti, e in particolare Lucio, sono propensi ad affrontare coraggiosamente il problema facendo conto soprattutto sulle proprie forze e sulla solidarieta di chi si confronta con la medesima difficoltà.
    Non conosco le diverse teorie in merito alla balbuzie ma non mi sorprende sapere , come hai scritto qui sotto, che ci sono in giro anche molti incompetenti o ciarlatani travestiti da esperti.

    1. Penso che tu abbia capito bene quale sia la soluzione, secondo me, a questa e ad altre disfunzioni simili. Non sono un logopedista né un qualche altro genere di medico, quindi questo concetto è e deve rimanere soltanto la mia esperienza personale, oppure al massimo un consiglio alternativo. In breve, circa due mesi fa ho avuto un miglioramento mentale e spirituale (niente di religioso, si intende) che mi hanno portato a migliorare la mia persona e quindi anche il mio modo di parlare, nonostante io non sia mai stato comunque un balbuziente molto grave, anche se ho avuto degli episodi piuttosto duri. Questo soltanto per dire che quando la soluzione a un problema è molto personale, è normale che nascano anche ciarlatani o comunque persone criticate da chi ha fallito. Secondo me la soluzione giusta a qualcosa che ci guarirà per sempre è soltanto quella che ci creiamo noi, perché altrimenti quella degli altri vacillerà sempre, e chi non è mai riuscito significa che ha sbagliato percorso spirituale. Scusami se magari è un discorso un po’ confuso, non sono abituato a parlare in chat e mi dilungo troppo perché la uso come se parlassi dal vivo con qualcuno!

  2. Ciao Daniele. Ho appena scoperto la tua serie con questo secondo episodio, e devo confessare che mi intriga molto. Ho apprezzato molto il focus sulla balbuzie che purtroppo, molto spesso, non viene affrontata in modo ottimale o non affrontata proprio. I miei complimenti!

    1. Ciao Alfredo, grazie mille per l’apprezzamento, è la prima cosa che pubblico e mi fa veramente un effetto speciale e surreale riceverlo. Nel prossimo episodio cerco di spiegare meglio e in linea generale il funzionamento di questa disfunzione, ma ci sarebbe così tanto da dire che stavo pensando di scrivere addirittura un saggio! Quello che posso dirti è che se prendiamo in considerazione il fattore web, i motivi per il quale questo problema è evitato oppure è confusionario, per me che non ho mai navigato e se lo faccio mi stupisco di tutto, sono estremamente chiari: il web ha dato voce a un’accozzaglia di opinioni e teorie e offese di ignoranti di tutte le età che sconforterebbe chiunque. Per quanto riguarda la realtà, in fede posso dirti che chi cura la balbuzie è semplicemente un balbuziente che è riuscito da solo a uscirne da solo, e non è detto che il suo metodo valga per tutti. Una buona parte della riuscita della cura la fa il fatto di sapere che chi ti sta curando non balbetta più. Poi i casi specifici, i modi emotivi e i concetti mentali che ogni balbuziente affronta sono infiniti e interessanti.