Il ritorno

Serie: Milano-Monte Bianco (e ritorno)


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Cisa é arrivato in Vetta, ora deve solo cercare di tornare a casa...

Ore 12:23. Un rettilineo più lungo: strapiombo a sinistra, roccia e neve a destra, accelero.

Un ennesimo gruppo di Marmotte sta gozzovigliando sul ciglio della strada, quando mi avvicino si disperdono ma una resta immobile. Passano pochi secondi e l’animale pensa bene di non tuffarsi nella scarpata come tutte le sue amiche, ma di attraversare la carreggiata: è un attimo e me la trovo davanti.

Freno con tutta la forza che ho, lo sterzo si chiude di colpo a sinistra, la ruota anteriore si blocca ed inizia a strisciare sull’asfalto, io finisco in avanti ed in fondo al cannotto vedo la Marmotta, ad un filo dalla ruota.

Penso che appena la ruota toccherà la bestia, la moto si cappotterà. Ma merda…
Non riesco più a passarle sopra di piatto, ora salterei, finendo giù per la scarpata o contro il muro, ma così mi ribalterò, garantito.
Se dovesse essere un incidente serio e la moto non dovesse essere più utilizzabile, dovrei scendere a piedi, prima che arrivi la sera e con lei il freddo, non è troppa strada, credo che potrei farcela ma, se dovessi farmi male, se non dovessi riuscire a camminare, intendo, sarebbe un bel problema. Non so cosa farò.
Perduto in questi pensieri ho percorso millimetri, il pelo dell’animale ormai sfiora la gomma, eppure non sento quella sensazione di sangue sulle labbra, che si ha un attimo prima d’impattare ed infatti, la cara marmotta, d’improvviso, fa la cosa più giusta per entrambi: scarta e torna verso la scarpata.
Appena la vedo muoversi, lascio la leva del freno, lo sterzo si raddrizza di colpo, facendo scodare bruscamente il posteriore e ripiombandomi sul sellino tutto scomposto, la moto punta subito a sinistra, piego verso destra come riesco, per evitare lo strapiombo e mi raddrizzo. Che pelo!
Mi lascio trasportare abbandonato sul serbatoio per qualche metro, mi volto come per mandare al diavolo l’Animale o forse per scusarmi.
Che spavento. Tutto bene. Scendiamo da qui.


Ore 12:33. La strada lentamente si libera, si allarga, si fa più dolce. Mi rilasso un po’.
La Montagna è ora alle mie spalle, mi volto e la guardo allontanarsi; il freddo è passato, la tensione si è sciolta, ha lasciato il posto all’idea di aver fatto una cosa bella.
Atterro. Sposto ancora una volta le transenne e sono fuori.
Apro in mezzo ai prati di margherite gialle ed annuso.


Ore 12:43. Sono felicissimo.
Ho visto la montagna, sono stato in alto, solo, tra le nuvole e la mia testa. Che cosa bellissima. Più bella che nel progetto. Adoro i piani ben riusciti.
Mi fermo un attimo, mi sfilo la tuta anti-acqua ma resto comunque pesante, mi sgranchisco appena e riparto contento.
Un cartello dice che anche il Passo del Moncenisio è “FERMÉ”: non ci credo, sarà la stessa cosa… Vai!


Ore 12:53. Non è affatto la stessa cosa: il Passo del Moncenisio è davvero “fermé”. La strada è bloccata ed un signore appena sceso da una bellissima Subaru blu me lo conferma: «stanno facendo dei lavori».
Rimango sbigottito, non ero pronto a questa eventualità. Pensavo di fare il Moncenisio per rientrare, da qui certo ora non posso tornate a Courmayeur.
Butto l’occhio sulla cartina ancorata al serbatoio, mentre il Signore della Subaru blu mi guarda come se potessi impazzire e mettermi a piangere da un momento all’altro. La cartina è dell’Italia e, nella sola fettina di mappa francese, leggo “Modane – Traforo del Fréjus” e dico francese: «potrei andare a Modane e prendere il traforo!?», Lui risponde con un «eh…», tipicamente francese, che prendo come un “ma sai a me…”.
Riparto.


Ore 13:13. Sono partito da casa con 100 euro esatti, non uno di più, non uno di meno. Non ho carte né telefono, perché? Bella domanda e mi sono anche dato divieto di utilizzare le autostrade. Devo fare ancora almeno un pieno di benzina, mi chiedo quindi quanto mai possa costare il Traforo. Se dovessi rimanere senza soldi, dovrei trovare il modo di farmi fare credito o cercare di farmeli spedire qui… beh, insomma, la cosa migliore ora è cominciare a tornare in Italia, poi tutto sarà un po’ più semplice.
Mi chiedo a questo punto se il traforo sia aperto alle motociclette ma credo non lo sia, per motivi di sicurezza. Se dovesse essere chiuso, dovrei scendere verso Nizza, credo o verso Ventimiglia, forse e rientrare dalla Liguria. Non so. Per ora mi porto al traforo, lì, se non si potrà passare, avrò certamente qualche buon consiglio.
Guido cercando di risparmiare benzina e faccio attenzione a non sbagliare strada.
Ormai ho lasciato la Montagna lontana, attraverso paesini vagamente industriali che, se pur con il fascino dell’estero, mi rattristano.
Vedo il casello del Traforo.
Mi fermo.
C’è un cartello di divieto con un tipo felice e nudo su di un Garelli: penso che sono fregato.
Lascio la moto e mi avvicino a piedi al prefabbricato della Gendarmerie, per parlare con il signor Gendarme.
Faccio per entrare, quando le Gendarme apre la porta, mette fuori la testona e mi fa un gran sorriso, io ricambio, sperando che tanta cortesia e tanta testona, portino la risposta che cerco.
«Come faccio per rientrare in Italia?» domando al signor Gendarme. Lui mi guarda, sorride e, accompagnandosi con un plateale gesto della mano, esclama «Con il Traforo!». Un’ovvietà esagerata, minimo questo pensa che ho qualche grave ritardo o sono ubriaco e mi fa l’alcool test, allora mi affretto ad aggiungere «… ma posso con la motò?», mi viene da ridere a pronunciare “motò” e non “mòto” ma il Gendarme è francese, per lui è normale e senza farci caso risponde «Sì, sì, anche con la motò, non c’è problema». Sono salvo e non so leggere i cartelli.
Si va. 15 kilometri, 70 kilometri orari, 150 metri di distanza dal veicolo che ci precede, puzza di gas da svenire, invalidità da permanenza prolungata in tunnel, 21,50 Euro.
Italia… 

Ore 13:33. Sono a Susa. Mi rendo conto che il mio giro è terminato; sto tornando a casa.
Ore 14:03. Sono a pochi kilometri da Torino. Mi fermo nel parcheggio di un supermercato. Mi cambio e rimango leggero. Mangio le ultime razioni K. Riposo qualche minuto.
Si è alzato Vento minaccioso. Mi preparo per l’ultima volta, brava moto e riparto.


Ore 14:33. Attraverso Torino. Fermo ai semafori in un Venerdì pomeriggio qualunque, in coda insieme ai furgoncini delle consegne e a chi esce prima dall’ufficio. Guardo le montagne. Ma lo sapete lassù che roba c’è?! Argh! In poche ore tutto è cambiato. Sono a terra, in basso.
Nuvole nerissime minacciano pioggia e mi seguono per la città. Esco da Torino con le nuvole appresso.


Ore 15:03. Percorro le statali che portano nella pianura Lombarda ad una velocità spettacolare. Tengo sempre aperto, attraverso paesini a fuoco, stacco alle rotonde, tolgo tre marce, destra, sinistra, destra, tiro su e riapro; sorpasso ovunque, manetta spalancata, 180 tra le campagne. Anni che non guidavo senza paura.
Chiudo il gas.
Le nuvole sono ancora dietro.
Ore 16:03. Le strade si fanno sempre più simili alle strade di casa.
È tutto un ricordo.
Le strade diventano familiari. Mi rilasso.
Io e la moto guidiamo meccanicamente e ci portiamo a casa.
Le Nuvole si avvicinano.


Ore 16:33. Sono a casa.
Saluto il cane.
Entro nel box.
Sgancio tutto e mi svesto ma lascio tutto lì, ci penserò domani.
Il Cielo è nero e spaventoso ed io sono tornato.
Saluto la moto, faccio due feste al Cane, entro in casa.
Sono felice, ho fatto una cosa bellissima.
M’infilo nella doccia, dalla finestra guardo scatenarsi un temporale fortissimo ed inizio a ridere, ridere, ridere…
“Riders on the storm.
Riders on the storm.
Into this house we’re born.
Into this world we’re thrown.
Like a dog without a bone, an actor out alone.
Riders on the storm. […]”

Yo!

 

 

(Monza, Primavera 2008)

Milano, Primavera 2011

Serie: Milano-Monte Bianco (e ritorno)


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Discussioni