Il sacrificio
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Il gocciolio dell’acqua da un tubo guasto sul soffitto martella senza sosta la mia fronte e mi fa riprendere conoscenza. Il fetore della stanza è intenso e dei conati di vomito mi assalgono, provo ad alzarmi ma mi accorgo d’essere legata mani e piedi ad una sedia.
Intorno a me l’unica fonte di luce è una lampadina tremolante appesa al soffitto. Urlo, o almeno ci provo: mi rendo conto che qualcosa di molliccio, probabilmente un fazzoletto, mi è stato messo in bocca.
I ricordi di come io sia finita in quella che ha tutte le sembianze di una cantina sono confusi e non ho il tempo di pensarci molto: la porta alle mie spalle si spalanca e qualcosa viene scagliato a qualche metro da me.
Sembra un grosso sacco di patate, ma guardando meglio mi rendo conto che è una ragazza: anche lei legata e imbavagliata, e probabilmente svenuta.
Una risata gutturale alle mie spalle, poi la porta si chiude. Il fetore aumenta mentre un gigante di almeno due metri si piazza davanti a me. «Mentre eri addormentata ho pensato di andare a cercarti compagnia, piccola» mi dice, ghignando. «Ora ti tolgo il fazzoletto: urla, e ti spezzo il collo. Anche se siamo in un palazzo abbandonato, quindi non può sentirti nessuno…»
La paura mi paralizza e non avrei gridato in ogni caso. «Chi…chi sei?» riesco a mormorare.
Il gigante sorride, mostrandomi una fila di denti marci. «Mi chiamo Giuliano, e sono un umile discepolo della Dea…» risponde, indicando una statua a pochi metri da noi. Sembra essere di legno, o di qualche altro materiale scadente, e rappresenta in maniera rudimentale una donna con le braccia protese in avanti e i palmi verso l’alto.
Quella che era solo paura si trasforma velocemente in panico: so chi è questo tizio. «Sei…sei l’assassino di cui parlano i telegiornali…» mormoro.
Un verso gutturale esce dalla bocca del mio rapitore. «NO!» esclama, improvvisamente colmo di collera. «Sono un servitore della dea Kalyria, stupida puttanella. Quello che faccio è per venerarla!» Il violento schiaffo che segue queste parole quasi mi stacca la testa dal collo.
Ansimo per riprendermi dal colpo mentre il bestione sembra voglia colpirmi di nuovo, quando la ragazza sul pavimento inizia a gemere, mentre riprende i sensi.
Il nostro rapitore si volta, improvvisamente concentrato su di lei. «Oh, bene, ti stai svegliando. Inizierò da te allora…» Afferra la poverina, quasi senza sforzo, e la colloca contro una colonna poco distante da me, legandola per la vita con una catena.
La osserva, compiaciuto, e si allontana verso un tavolo alla ricerca di qualcosa in un cassetto. Io guardo la mia compagna di sventura: è alta e atletica, e i suoi occhi sembrano analizzare la stanza. Poi si fermano a guardare la statua, e colgo quella che è probabilmente paura sul suo volto. Paura, o forse…
«Ecco dov’era!» esclama Giuliano, voltandosi brandendo un lungo coltello. Si avvicina all’altra ragazza e le toglie il rudimentale bavaglio.
«Cosa vuoi farmi?» chiede lei, spostando lo sguardo dalla statua al gigante.
Giuliano ride. «Il tuo sangue nutrirà la Dea. Il tuo dolore, la tua sofferenza…Lei si compiace di ciò che le porto. E mi ricompenserà, come è scritto.» Indica un libro, ingiallito e in pessime condizioni, ai piedi della statua malridotta.
«Quindi…stai ammazzando delle giovani ragazze perché hai trovato un libro in qualche bidone dell’immond…» La ragazza non riesce a terminare la frase che il gigante le assesta un violento pugno sullo stomaco.
Strillo, ma Giuliano mi ignora. «Trovarlo è stato un segno! La Dea lo ha voluto!» Uno schiaffo, e poi un altro. La giovane non emette suoni, mentre i colpi continuano, incessanti.
«Basta, smettila!» grido, e questa volta il discepolo di Kalyria si volta, ghignando. «Ho appena iniziato, bellezza. Ora userò QUESTO…» e alza il pesante coltello a pochi centimetri dal collo della ragazza.
Tutto accade molto in fretta. Il coltello affonda nella carne e un fiotto di sangue schizza sul pavimento. Un urlo disumano risuona nella stanza mentre Giuliano inizia a contorcersi, la lama conficcata in profondità nella spalla sinistra.
Io non riesco a parlare dallo stupore mentre vedo la ragazza sbarazzarsi delle corde e della catena, mentre con una mano continua a tenere saldamente il coltello, alzando Giuliano senza sforzo apparente. Il gigante la colpisce con un pugno al volto ma lei non fa neanche una piega, e con la mano libera lo afferra per il collo e lo scaglia contro la parete opposta.
«Chi…cosa…?» geme il torturatore. «Chi sono? Non mi hai riconosciuta…”discepolo”?» risponde lei, spostando lo sguardo sulla statua di legno.
L’espressione di Giuliano si contorce in una smorfia di dolore, paura, confusione. La fanciulla gli si avvicina ed estrae il coltello dalla sua ferita. «Ecco la tua ricompensa!» esclama, decapitandolo con un fendente netto.
Osservo tutta la scena, ammutolita. La ragazza si volta verso di me, e mentre si avvicina per tagliare le corde che mi imprigionano è avvolta da una sorta di aura luminosa che la rende ancora più bella.
Finalmente libera la osservo, non potendo fare a meno di notare i lunghi capelli neri e il suo corpo statuario. «Ma…quindi…tu sei…?» balbetto.
«Sono Kalyria. Voi umani mi chiamate “dea”, qualsiasi significato diate a questa parola. Questo idiota ha iniziato a uccidere ragazze come te in mio nome, seguendo le parole di qualche squilibrato che ha scritto quel libro, secoli fa…» indica il vecchio volume. «Ma di certo i sacrifici umani non fanno parte dei miei interessi.»
«E ti sei fatta catturare apposta per salvarmi?» chiedo, mentre Kalyria si avvicina alla statua. «Beh, per quello, e per distruggere questo orrore: come posso essere rappresentata in maniera tanto grossolana?!» esclama, frantumando il simulacro di legno con pochi calci.
Abbandoniamo lentamente la cantina, uscendo all’aria aperta. «Come posso ringraziarti?» le chiedo, pervasa da gratitudine e imbarazzo.
La De si volta per rispondermi. «Beh, se mai racconterai questa storia…ricordati di descrivere quanto sono meravigliosa!» mi risponde, facendomi l’occhiolino e allontanandosi nella notte.
Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Horror
Ciao Stefano, è sempre bello ritrovare un tuo racconto sulle pagine virtuali di Open.
In questo brano sei riuscito a costruire la paura in modo diretto e sensoriale, trascinandomi dentro una situazione di totale impotenza. La tensione cresce attraverso l’odore, il buio e la violenza, rendendo l’orrore fisico e immediato. Il ribaltamento finale è efficace perché non annulla ciò che è accaduto, ma lo rilegge. Nel senso che la salvezza arriva da ciò che sembrava più fragile, trasformando la vittima in forza e giudizio.
La figura della Dea introduce una dimensione mitica che contrasta con la brutalità umana, e l’ironia conclusiva alleggerisce senza sminuire, lasciando una sensazione di liberazione dopo l’incubo. Molto bello 🙂
Grazie mille Cristiana!