
Il segreto della gonna rosa
Serie: Nastro adesivo per le piccole crepe
- Episodio 1: La voce che profuma di Londra
- Episodio 2: Momenti rubati al tempo
- Episodio 3: Il segreto della gonna rosa
- Episodio 4: Una vita mai vissuta
- Episodio 5: Lettere dal Passato
- Episodio 6: Viaggio a senso unico
- Episodio 7: La torta che non c’era
- Episodio 8: Ancore di carta
STAGIONE 1
In passato avevo sentito parlare spesso dell’età magica dei “trenta”: c’era chi sentiva improvvisamente il bisogno di mollare tutto e andare a vivere in una capanna nel bosco. C’era chi avviava un business di successo, chi finalmente otteneva il riconoscimento tanto desiderato, e chi realizzava il sogno di fare il musicista invece di restare impiegato in un ufficio bancario. Insomma, questo mistico “trenta” affascinava anche me. Sognavo quel grande boom: svegliarmi una mattina, guardarmi allo specchio e vedere riflessa una nuova versione di me stessa. Una versione straordinaria. O almeno una scrittrice affermata.
Ora ho appena superato i trenta – un “piccolo extra” di dieci mesi, per essere precisi. La teoria del grande scoppio di consapevolezza si è effettivamente verificata, ma non come avrei voluto. Quando ho aperto gli occhi e ho ricevuto un tiepido “Buon compleanno” solo perché la sera prima c’era stata una lite, ho capito che non volevo più vivere così. E non potevo più farlo. A trent’anni ho realizzato quanto fossi stanca degli uomini nella mia vita.
Tutto è cominciato tanto tempo fa con mio padre, la cui attenzione ho cercato di guadagnarmi disperatamente. Uscivo presto di casa al mattino, prima della scuola, per andare dalla nonna, ma anche per entrare nella sua stanza e sedermi in silenzio accanto a lui mentre dormiva. Cercavo di interessarmi a ciò che piaceva a lui. Cercavo di assorbire ogni sua parola. A tredici anni mi sono messa a leggere Bulgakov, nonostante fosse difficile, solo per dimostrare che l’affermazione “Non capirai comunque” non era vera. E ci sono riuscita. Solo che, cinque anni dopo, ho scoperto che l’aveva detto per noia e che il libro non l’aveva mai nemmeno aperto. È ancora il mio libro preferito.
I ricordi di mio padre sono sempre stati difficili da affrontare, e il brusio di sottofondo dell’aeroporto quel giorno amplificava la sensazione di solitudine. Avevo ancora un’ora di tempo, così decisi di dare un’occhiata alle vetrine, sperando che i colori potessero distrarmi.
Borse, scarpe, profumi, gioielli eleganti. Alcolici, cibo, souvenir. E poi, come un piccolo rifugio d’infanzia in un mondo di adulti, un’isola di peluche, abiti da principessa e bacchette magiche. Diademi di plastica, boccette di glitter e un esercito di piccoli Minions di Cattivissimo Me. Guardandomi intorno – per assicurarmi che nessuno stesse osservando – infilai al volo un berretto a forma di unicorno. Datemi subito qualche sedia, una coperta e una torcia: voglio costruire una fortezza di cuscini, fare scorta di dolci e passare uno o due giorni a guardare cartoni animati. Sì, dentro di me vive ancora una bambina che crede nella magia. Ma questa è un’altra storia.
“Papà, papà, guarda! Anch’io ne voglio uno!” gridò una vocina. Bene, ormai era troppo tardi per togliermi il berretto e fingere che non fosse successo nulla.
Accanto a me c’era una bambina di circa cinque anni, con una vaporosa gonna rosa, che non toglieva gli occhi dall’unicorno che portavo in testa. Nei suoi occhi c’era così tanta meraviglia che, per un attimo, mi sentii quasi in imbarazzo. Non sapendo cosa fare, presi un altro berretto simile, ma più piccolo, dallo scaffale e lo posai sui suoi riccioli biondi e soffici. Solo dopo un momento mi resi conto che un gesto del genere poteva non essere ben visto dai suoi genitori, così mi guardai intorno per trovarli.
All’ingresso del negozio c’era una coppia elegante, un uomo e una donna sulla quarantina, vestiti in modo semplice e comodo, con un piccolo zainetto rosa in spalla. Stavano osservando con adorazione il loro piccolo tesoro, che ora si trovava accanto a una donna adulta con lo stesso cappello da unicorno. Dire che mi sentivo sprofondare dalla vergogna sarebbe un eufemismo.
“Mi scusi tanto!” mi rivolsi ai genitori. “È stato un gesto spontaneo.”
“Ma no, non si preoccupi!” sorrise la donna. “Anzi, ci ha fatto un grande favore! Capisce, di recente non voleva più mettere la sua gonna rosa, diceva che era troppo grande per queste cose. Ma quando l’ha vista, ha iniziato a gridare di gioia.”
“Ha una figlia splendida!” risposi sinceramente. Poi rimisi il mio unicorno al suo posto, salutai la piccola con un sorriso e le sussurrai all’orecchio: “Ti parlerà di notte!”. Le feci l’occhiolino e uscii dal negozio.
Un calore profondo si diffuse nel mio petto, come se avessi appena salvato il mondo da una catastrofe imminente. Credetemi, diventare un’eroina per una bambina, alimentare la sua fede nella magia, è uno dei più grandi gesti che un adulto possa compiere. Forse un giorno si dimenticherà di me e di questa piccola avventura, ma continuerà a raccontare i suoi segreti al peluche che stringerà tra le braccia. E chissà, forse una briciola della sua fede sincera influenzerà anche il mio destino. Dolcissima bambina…
Non avevo più voglia di vagare per il terminal e mi sedetti su una scomoda sedia di plastica vicino al muro. L’euforia del momento svanì, lasciando spazio ai ricordi. Non un ricordo preciso, ma un diluvio di frammenti confusi di eventi che, in un modo o nell’altro, avevano plasmato il mio futuro.
La scuola. Le prese in giro dei compagni: “Hai sempre vestiti vecchi!”. Pugni serrati, lacrime soffocate nel cuscino – non c’era altro modo per difendermi. Flash. Sono adulta. Su un social network mi arriva una richiesta d’amicizia da una ex compagna di classe che aveva partecipato attivamente a quelle prese in giro. Guardo le sue foto: ombretti blu sgargianti, un marito alcolizzato, un figlio con una birra in mano. E barbecue su una riva disseminata di sacchetti di plastica. Provo un sottile piacere malizioso e rifiuto l’amicizia.
L’università. Una tonnellata di sicurezza ostentata e un milione di problemi nascosti. Torno a casa, apro il frigorifero – vuoto. Compro del cibo per il cane. Domani è giorno di stipendio, che se ne andrà tutto per l’affitto, le bollette e le rate dell’università. Al mattino mi lavo con acqua fredda, mi sistemo i capelli e metto il rossetto rosso. Al lavoro dicono che sono un’arrogante insopportabile. Meglio così. Non sopporto la pietà.
Sono forte, ce la farò. È sempre stato così e sarà sempre così. Forse, per l’Universo sono solo un prototipo di prova: testiamo quanto può sopportare. Poi distribuiamo in giuste dosi dolore, fortuna, bellezza e delusione in un prodotto finito pronto per il consumo. A volte, persino io mi chiedo: ma davvero, quanto posso sopportare? Esiste un limite?
Naturalmente, nella mia vita “un po’ oltre i trent’anni” ci sono stati molti momenti meravigliosi – e ne parlerò anche di quelli. Ma ho sempre avuto la tendenza a concentrarmi su ciò che mi ha resa più forte – e questi ricordi raramente sono piacevoli. Se mi chiedete se rimpiango qualcosa… Beh, cinque anni fa avrei detto di sì, e vi avrei raccontato nel dettaglio ogni ferita e delusione. Oggi, però, sono una persona diversa – una persona più consapevole. Una donna consapevole. E porto con dignità il bagaglio del mio passato, qualunque esso sia, perché senza di esso non ci sarebbe quella me che ha saputo salvare la fede in un pizzico di magia, accesa negli occhi di una bambina davanti a un negozio di souvenir.
Una vocina familiare mi riportò alla realtà: “È per te!” disse timidamente la mia piccola amante degli unicorni, porgendomi una busta di carta. Poco distante c’erano i suoi genitori, intenti a osservare con piacere la mia reazione. Sapevo già cosa conteneva quel pacchetto, ma non avevo fretta di aprirlo: non volevo spezzare quel momento così speciale.
“Grazie!” le sorrisi.
Alzandosi sulle punte, la bambina mi sussurrò complice: “Racconta anche tu i tuoi segreti a lui!”
“E tu non smettere di indossare la tua gonna rosa!”
Arrossendo, corse dai suoi genitori. Io li salutai con un sorriso. Una folla di turisti con bandierine gialle si riversò nel terminal, separandomi da quella meravigliosa famiglia. Se non fosse stato per la busta con il cappello da unicorno che tenevo stretta al petto, avrei pensato che tutto quello che era successo fosse stato solo un sogno – o un’altra delle manifestazioni della mia fervida immaginazione.
Non regalate ai vostri figli libri per adulti – regalate loro unicorni e magia. Perché, fra trent’anni, non si ritrovino a sedersi in disparte, in un angolo di un rumoroso aeroporto, senza la minima idea di cosa fare della loro vita.
Serie: Nastro adesivo per le piccole crepe
- Episodio 1: La voce che profuma di Londra
- Episodio 2: Momenti rubati al tempo
- Episodio 3: Il segreto della gonna rosa
- Episodio 4: Una vita mai vissuta
- Episodio 5: Lettere dal Passato
- Episodio 6: Viaggio a senso unico
- Episodio 7: La torta che non c’era
- Episodio 8: Ancore di carta
Una persona assolutamente da ammirare tanto per la consapevolezza di sé quanto per la sua “fede” nella magia.
Mi piace davvero tanto il tuo stile.
Grazie! Sto ancora imparando ad ascoltarmi e ad accettarmi così come sono.
La magia, per me, è la scrittura. Perché mentre scrivo, mentre libero la mente, divento davvero felice.
Un perfetto monologo sulla consapevolezza, la capacità di ascoltarsi e la fortuna di essere compassionevoli verso se stessi. Perché credo che sia proprio quello che ci meritiamo, un pochino di auto compassione, con un’accezione assolutamente positiva: come quella carezza che non ci facciamo mai. Molto toccante l’ultimo periodo.
Grazie mille! Faccio ancora molta fatica a comprendermi per come sono e a concedermi lo spazio per sbagliare. Sono troppo esigente con me stessa.
“Non regalate ai vostri figli libri per adulti – regalate loro unicorni e magia.”
Grazie per questo bel racconto, Karina. Personalmente sono totalmente d’accordo con te, dobbiamo tener viva nei bambini la capacità di sognare ed immaginare, per crescere adulti migliori! ❤️
“Credetemi, diventare un’eroina per una bambina, alimentare la sua fede nella magia, è uno dei più grandi gesti che un adulto possa compiere.”
❤️ Sono assolutamente d’accordo!
@sergiosimioni mi fa davvero piacere che tu condivida il mio punto di vista.