IL SILENZIO

Serie: IL SOGNO DI VERA


Padre e figlia: un viaggio, un dolore da dimenticare, un legame da riallacciare e, sopra a tutto, la forza dell'immaginazione. Racconto in due episodi.


Titolo provvisorio: “IL PITTORE” (scontatello)

Genere: fantasia, dramma, avventura.

Tema: la scoperta di un potere, il desiderio di controllo, l’effetto delle piccole cose sulla società.

Ambientazione: una città immaginaria, vibrante, caotica (no, “vibrante” è meglio non usarlo)

Tempo: il presente (magari inizio anni ‘90, che tra cellulari e computer si rovina sempre un po’ la magia)

Tono: magico, riflessivo. Sprazzi di umorismo.

Protagonista: Salvador Duran. Trentaquattro anni. Pittore e insegnante d’arte.

Introverso, creativo, curioso.

Incerto riguardo al proprio talento.

Infanzia passata in una piccola cittadina di mare (documentarmi sui borghi della Catalogna) da bambino giocava con i colori della natura. Sognava di diventare un artista affermato.

La vita l’ha portato ad essere un insegnante.

Sviluppo: scoperta casuale del suo potere.

Una rosa bianca, al contatto, diventa blu. Spaesamento. Esperimenti su altri oggetti.

Il fenomeno si ripete. Ogni cosa che tocca cambia colore secondo il suo desiderio.

Inizio alternativo: Atto Primo. “La scoperta”.

Scena Uno: lezione di pittura. Mentre dipinge, Salvador nota che i colori sulla tela mutano in modo imprevisto (narro con focalizzazione neutra)

Scena Due: ritorno a casa. Nello studio, il protagonista realizza il suo potere. Gioia o paura? Interrogativi sull’impiego della nuova abilità.

Scena Tre: decisione di mantenere il segreto senza però rinunciare a giocare coi colori.

Atto Secondo. “Complicazioni”. Scena Uno. Involontariamente, Salvador ridipinge la facciata di un palazzo storico (un monumento?) durante una passeggiata in città. La notizia corre su social ed emittenti locali. Il mondo si accorge di lui.

Scena Due. La comunità artistica è divisa: certi considerano l’evento come una nuova forma d’arte, altri lo prendono per vandalismo. Considerazioni del protagonista riguardo l’impatto del suo potere sul mondo.

Scena Tre: incontro con Gala, esuberante giornalista appassionata di misteri. La donna è affascinata da Salvador. Innamoramento. Scoperta che l’amore acuisce il potere dell’uomo: ora può mutare i colori anche a distanza.

Atto Terzo. “La crisi”. Scena Uno: il fenomeno è fuori controllo. La carnagione degli individui inizia a cambiare, riflettendo i loro stati d’animo. Caos e tensione sociale: le emozioni nascoste delle persone diventano pubbliche.

Scena Due: fuga del protagonista da gruppi di potere interessati al suo “dono”.

Scena Tre: la città in rivolta. Gala ricerca Salvador. I colori sono un guazzabuglio stroboscopico, il cielo sembra il soffitto di una discoteca. L’equilibrio sociale è ormai un ricordo. Il protagonista si rifugia in un convento nei Pirenei.

Atto Quarto: “Risoluzione”.

Tiziano smette di leggere il taccuino, tornando a fissare la lunga fila di auto ferme davanti a loro.

Libera un altro bottone della camicia e manda uno sbuffo.

«Trentasei», biascica dopo aver appurato la temperatura nel quadro del cruscotto.

Vera continua a dormire, rannicchiata sul sedile del passeggero, incurante del bagno di sudore che le appiccica la maglia e ne incupisce il tono; la bocca aperta, l’apparecchio ai denti, le guance suppurate, bolgia di comedoni purulenti. Incredibile la quantità di sebo che l’adolescenza è in grado di secernere.

Tiziano guarda di nuovo la strada: un uomo canuto cammina tra le auto e informa i passeggeri del contrattempo occorso.

Un incidente, ripete ogni volta, sempre con lo stesso tono, una signora s’è cappottata con la macchina e non riescono a estrarla dalle lamiere. Niente di grave, ma bisogna aspettare l’elisoccorso.

Qui son tutte montagne, dice un passante, basta niente per finir giù da un crepaccio.

L’uomo dal ferreo senso civico fissa Tiziano attraverso il finestrino abbassato: vuole capire quanto desideri farsi propinare la stessa informazione già recitata ad almeno mezzo chilometro di colonna.

L’autista abbassa lo sguardo offendendo la solerzia dell’altro, che passa oltre.

Chissà perché, Tiziano odia questo genere di esibizionismi.

Torna a leggere il taccuino, sorprendendosi di quanto fosse incredibile l’inventiva della moglie.

Come ha potuto immaginare una storia del genere? Certo: nulla di strano per una scrittrice, pensa, e tutto di alieno per un uomo sterile come me. Figurarsi che ricorda benissimo la genesi di quell’idea. Ne è stato anzi l’ispiratore.

Gli era bastato confessare a Roberta quanto trovasse eccitante immaginarsela con un corpo tutto arancione. Una sciocchezza!

Da lì avevano giocato a cambiare i colori della stanza, reinventando porte blu e soffitti rossi, per poi ridere all’idea di espellere escrementi rosa pastello, o di scrutare dentro a cieli verde elettrico.

E da tutto ciò Roberta aveva tratto l’idea per un altro romanzo.

Chissà quanto sarebbe stato bello poterlo leggere, si dice tornando a guardare Vera.

Un gargarismo d’apnea le scaturisce dalla gola, quasi un grugnito crescente provocato dalla postura tanto scomoda. Quel russare chiassoso la ridesta con l’impressione di precipitare.

La ragazzina guarda il padre da dietro le lenti tonde, impassibile, come se la sua presenza non avesse cessato d’accompagnarla nemmeno nel sogno.

Tiziano si sorprende a pensare che non assomiglia affatto alla madre, poi si vergogna di quel giudizio crudele, quasi un ripudio, e cerca assoluzione nella certezza che, crescendo, Vera diventerà bella come Roberta.

Certo: prima però dovrà superare la disgrazia. Dovranno superarla entrambi.

Sono bastati tre mesi a devastare la vita di padre e figlia; tre soli mesi affinché tutt’e due si imbruttissero a tal punto.

Hai sempre sognato troppo forte, Robby, si ripete l’uomo, e il mondo non è fatto per quelle come te.

«Dove siamo?» chiede Vera con voce impastata.

«Da qualche parte in Liguria… c’è stato un incidente»

«Cheppalle… un altro?»

«Arriveremo tardi: fra poco è sera. Conviene avvisare l’albergo…»

Vera sbuffa, poi cerca qualcosa nello zaino sul sedile posteriore. Lo fa con foga, come se la sua vita dipendesse dall’esito di quella ricerca.

Alla fine, quel qualcosa lo trova: sono carta e penna.

Deve aver partorito un’idea fulminea e volatile, qualcosa che necessiti di un’immediata trascrizione.

Il silenzio parla la lingua delle voci dimenticate.

Tiziano legge con la coda dell’occhio, prima che la figlia pieghi il foglietto e lo faccia scomparire di nuovo nello zaino.

In questo, Vera e la madre sono due gocce d’acqua.

Nella sua breve esistenza, Roberta era stata maestra nel trasmettere alla figlia tutta la sua passione.

Lei è il mio romanzo più importante, gli aveva detto nell’ultima sera.

«Pazza idiota»

«Come?» chiede Vera.

«Niente. Pensavo ad alta voce…»

La ragazzina compone il numero dell’albergo sul cellulare.

«Occupato.»

Tiziano studia il paesaggio, abbagliato dal devastante sole di agosto.

«Potremmo tagliare per le montagne», suggerisce la figlia.

«Lo avranno pensato anche quelli bloccati dall’altra parte… scommetto che lassù sono ancora più imbottigliati che qua», ipotizza l’uomo.

«Altrimenti dovrei allungare di almeno quaranta chilometri e passare comunque per le montagne.»

«Bel weekend!», commenta Vera.

«Vuoi farmi sentire in colpa?» risponde lui a tono.

«Dico solo che non valeva la pena di fare tutto questo casino per tre giorni al mare… di cui due passati in macchina…»

«Oh, senti: il dottor Baluffi dice che hai bisogno di cambiare aria! Non ti fa bene restare sempre in quel posto, fra i pettegolezzi della gentaglia… e…»

«E…?» lo incalza lei.

«…in quella casa…»

Tra i due cade il silenzio.

Fosse almeno capitato a me, si rammarica l’uomo.

E invece no, è toccato a lei trovarla: una ragazzina di quattordici anni che stacca il cadavere della madre dal soffitto… e io dov’ero?

Ha un bel dire il terapista: “ricucire il rapporto”, “estinguere il senso di colpa” e via dicendo… nulla le impedirà più di odiarmi. Perché Vera lo sa: conosce il motivo per cui Roberta si è uccisa. E sa che quella notte ero a letto con quel motivo.

Un tonfo alla cappotta risveglia l’uomo dai suoi pensieri. È il tizio dal ferreo senso civico.

Solo ora Tiziano si accorge che in realtà è una donna.

«Dicono che sarà una cosa lunga», lo informa. 

«Per passare oltre conviene prendere l’autostrada».

«Io devo andare sulla costa…», ribatte Tiziano.

«Allora vada per la panoramica», gli suggerisce lei, «da lì c’è una vista stupenda sul mare. Le basta tornare indietro per otto chilometri. Non imbocchi il primo bivio, però, che ormai sarà intasato. Passi al secondo.»

L’uomo ringrazia e mette in moto, compiendo poi una perfetta inversione a U.

Serie: IL SOGNO DI VERA


Avete messo Mi Piace9 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Non ho parole, rimango basito. Potrei perdermi tra il commentare il modo in cui hai impostato l’inizio e poi sviluppato il proseguo, invece rimango fermo seduto e basta. Come si fa quando guardi un bel dipinto, cerchi di capire cose che non sai e di sapere cose che non hai mai visto prima. Eppure sembrano tutte li per te, insieme, a comunicarti ora una cosa e subito dopo un’altra ancora. Il secondo capitolo lo conservo, prima rileggerò dopo qualche giorno questo, un’altra volta almeno.

    1. Ciao Roberto! Grazie mille per aver letto il mio racconto! La Liguria continua a ispirarmi: più la visito e più regala stimoli alla scrittura. L’altra settimana ho visto Vobbia col suo Castello della Pietra, e poi Crocefieschi (ero capitato in una settimana di presentazioni fitte di libri di autori liguri, un bel paese per chi ama scrivere!)

  2. Mi piace tantissimo il coraggio con cui usi certi approcci narrativi così incredibilmente originali e innovativi.
    Questo, in particolare, mi ha subito stupito e coinvolto, perché la prima parte sembra proprio la scena iniziale di un film, dove l’uomo ragiona sulla sceneggiatura e contemporaneamente vengono mostrate le immagini che lui descrive.
    La seconda parte, invece, si “normalizza”, per così dire, mantenendo, però, sempre un certo stile a mo’ di sceneggiatura.
    Passo a leggere l’ultimo capitolo.

    1. Ciao Giuseppe! Grazie come sempre per la lettura e per la bella analisi. Sono contento che tu abbia apprezzato questo approccio!😊 Sono in un periodo in cui ho tanta voglia di sperimentare, ma confesso che ogni volta ho paura di combinare disastri😬

  3. Interessante l’incipit, che mette un’ipotesi di romanzo all’inizio di un racconto che parla di una scrittrice suicida. Molti elementi che verranno sviluppati, immagino: l’idea di “cambiare strada” ha un significato metaforico, forse.

  4. Una prima parte coinvolgente che ti fa venire forte il desiderio di sapere perché, come e come mai. Mille domande vengono in mente mentre le parole si susseguono e i dialoghi ti aiutano a stare aggrappati durante il su e giù dei cambi temporali che tu sai gestire con maestria. Il tema che hai scelto è toccante e per niente facile da trattare. Molto trascinante.