Il Silenzio della Foresta

Serie: Neromondo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo non aver trovato nulla da mangiare nel villaggio sotteraneo, Morbene viene sollecitato a cacciare nella foresta.

Nuvole gonfie si addensavano, trascinando con sé l’acre odore dell’est.

Chinai il capo, in segno di resa. Estrassi la mazza dal passante di cuoio e rimasi per un attimo a fissarla. Esitai. Ma il grave brontolio della tempesta ridusse drasticamente le scelte a una. Girai l’ottone sul manico: l’arma si allungò con un sussurro metallico. Con la punta ferrata che ne emerse, cercai di piantarla nel terreno. Ma venne respinta. Il suolo era troppo compatto. Troppo secco.

E ti pareva,” pensai, le narici allargate in un profondo respiro.

Affondai di nuovo. E di nuovo, ancora. I muscoli delle braccia si tesero, dolenti. Di tanto in tanto mi fermavo, indugiando sui rumori della foresta—o forse sarebbe meglio dire l’assenza. Il metallo slittò per l’ennesima volta sulla crosta dura, grattando via manciate di polvere. Ne ricavai a malapena qualche scalfittura. Le mani bruciavano. Graffiate dalla scanalatura del manico. Lo maledii. Il suolo, il temporale e lo stramaledetto villaggio. Mancava solo la dannazione eterna a Icalono in quel miserabile quadro senza gloria. La sterpaglia alle mie spalle scricchiolò. Il sangue si ritrasse dal viso. Sollevai la mazza, stretta ora in petto. Attesi. Rovi e arbusti in lontananza si piegarono, lasciando intravedere un ghigno che emerse in tutta la sua crudele ilarità dal fogliame.

«Sento puzza di brache bagnate.»

«Per il Tetramorfo, Drenato. Che ci fai qua?»

Drenato si raddrizzò con un guizzo teatrale, come se uscisse da una tenda di scena. Indossava la solita giubba stinta, piena di rattoppi, con il cappuccio mezzo strappato.

«Quando ho visto “quello”, ho avuto un brutto presentimento. Per un certo imbranato.» Il suo sguardo salì verso le nuvole, poi scivolò sui solchi ai miei piedi. «E come sempre fai pena a piantare la mazza glifica.»

«Lascia perdere e torna dagli altri» dissi riprendendo a picchiare con affondi più rabbiosi che decisi. «Ho del lavoro da fare.»

«Magari se chiedi per favore al Verme ti apre una voragine. Dai qua.»

«No!» Feci mezzo passo indietro, stringendo la mazza. «Apprezzo che sei qui. Ma devo farlo da solo. Torna indietro prima che notino la tua assenza.»

Il rombo dei tuoni ci interruppe nel crepitio che si levava a oriente, come se il cielo stesso venisse lacerato insieme alla disperata richiesta. Drenato emise un fischio sommesso. «A quanto pare sono costretto a restare.» Si inginocchiò sfilando dalla giubba il coltellaccio dalla lama ampia che aveva forgiato da sé. La conficcò nel suolo, aprendo delle fratture sulla crosta. «Riprova qui.»

Sospirai ma feci come mi chiese. Stavolta la mazza vi si incastrò quanto bastava, rimanendo dritta e immobile. Allora aprii la borsa. Ormai rimaneva poco meno di niente. Il pezzo di carne essiccata reclamava la fine della propria solitudine, e i quattro cristalli sprofondavano sotto la pentola di ghisa e la tazza di argilla. Uno solo sfumava ancora nel colore dell’oro. Tirai fuori quello. Le dita seguirono l’intricato intreccio di tagli.

«È quasi esaurito. Va bene essere parsimoniosi ma lo sai quanto dura di solito la pioggia dei lamenti.» Fece notare Drenato.

«Non… non ne ho altri.»

«Come scusa?»

«Li ho consumati nei piani inferiori del villaggio,» risposi fissando il resto dei cristalli — ormai opachi — con aria mesta. «Icalono ha ben pensato di conservare i suoi.»

Drenato aprì appena la bocca, solo per serrarla subito dopo in una linea arricciata.

Conoscendolo, il solo girovagare per la foresta doveva sembrare già un rimprovero sufficiente.Invece tirò fuori un cristallo. Il suo brillava di un acceso color ambra. «Usa questo. No, niente storie. Ne va anche della mia pellaccia. Forza.»

Seppur restio, l’accettai incastrando l’oggetto sulla cima della mazza glifica. La cavità ad anello lo accolse in completezza. In pochi attimi irradiò una cupola di luce dorata e le rune scolpite sull’asta arsero di fiamme dorate. Pulsava a ritmo lento con noi all’interno. L’aria si fece leggera. Prese a piovere. L’erba si tinse di dense gocce di bianca melma che si infrangevano invece a contatto della cupola.

«Drenato.»

«Mmh?»

A malapena riuscii a sovrastare il rumore della fanghiglia che si frantumava contro la cupola in scintille evanescenti. «Grazie.»

«Aaaah, bandisci quella parola dalla tua bocca. Tra amici è futile e sciocca. Oltre a rendere l’atmosfera imbarazzante.»

Poi arrivò. Il brontolio di prima risuonò. Stavolta più vicino. Una vibrazione bassissima, profonda. Sollevammo entrambi il capo. Nel cuore della tempesta le nubi si scuotevano dall’interno, torcendosi su sé stesse. Lì, il bagliore delle folgori profilò una massa colossale. Così vasta da non riuscire a coglierla nella sua interezza.

«Non importa quante volte lo vedo. Mi fa sempre orrore.» disse Drenato. Eppure più fissavo quella forma, più mi abbandonavo a un vago senso di ineluttabile ma consolante fine.

«Mor.»

«Mmh?»

Abbassai lo sguardo, e il mondo perse ogni altro suono. Una punta scura spuntava dal suo stomaco, lucida di sangue. Si mosse… Drenato riuscì a stento a dire in un rantolo soffocato: «Corri.»

Continua...

Serie: Neromondo


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Il tuo racconto mi colpisce per come mescola frustrazione e resilienza, dove la mazza glifica diventa quasi un’estensione del protagonista, simbolo di un’umanità che non si arrende.
    La tempesta e l’apparizione della massa sono potenti, non solo fisicamente ma anche come metafore di un destino inevitabile, una fine che però porta con sé una strana sensazione di liberazione.
    Hai reso molto bene il senso della relazione tra Morbene e Drenato, fatta di aiuti pratici ma non sentimentali, che mi fa riflettere su quanto, in certe situazioni, la sopravvivenza dipenda più dalla collaborazione che dalla forza individuale.

    1. Leggere il tuo commento mi ha emozionato. Sapere che la mazza e la tempesta sono arrivate come metafore potenti è per me la conferma migliore del risultato e grazie per aver dedicato del tempo a guardare così a fondo tra le righe del rapporto tra Morbene e Drenato.

  2. Quel “Corri” alla fine è un colpo che non vedi arrivare, e ti lascia senza fiato. Ma il bello è tutto prima: la mazza che non si pianta, il cristallo offerto senza fare storie, quel “tra amici è futile e sciocca”.