Il Sognatore

“Quindi è così, ci sei dentro anche tu?” esordì Gordon senza neanche voltarsi verso l’uomo che gli stava accanto.

“Cosh..sshi..si, scusa” rispose il mendicante dopo essersi pulito la bocca con la manica sudicia del vecchio impermeabile. “Non mangi ragazzo?”

“Non ho fame, grazie” rispose con lo sguardo fisso davanti a sé, mentre il panino che teneva in mano si trasformava lentamente in poltiglia.

“Dovresti mettere qualcosa nello stomaco, sai? Se davvero hai intenzione di continuare a viaggiare fino a…bè, fino a…”

“E chi ti ha detto che voglio continuare?” lo interruppe Gordon continuando a fissare un punto imprecisato davanti ai suoi piedi.

“E allora che ci fai qui?”

Aveva ancora la possibilità di cambiare qualcosa di tutta quella storia o aveva già superato il punto di non ritorno? Le notti si erano a poco a poco trasformate in lassi di tempo interminabili e i giorni sempre più rarefatti si assomigliavano tutti, come un lunghissimo déjà vu da cui gli era impossibile fuggire. Sentiva di non avere quasi più alcun controllo della realtà che lo circondava. La percezione di Spazio e Tempo era completamente distorta, forse rovinata per sempre. Se l’era cercata. Lo sapeva.

“Ragazzo ascoltami…”

“No, ascoltami tu” disse Gordon con la rabbia che gli montava dentro, mentre stritolava il panino fino a ridurlo ad un ammasso umido senza forma.

“Calma, stiamo calmi. Io posso passare per pazzo, vivo per strada da una vita e la gente non fa più caso a quello che dico o faccio. Vuoi passare per pazzo anche tu? Con tutto quello che hai da perdere?”

“Cosa ho da perdere?” rispose Gordon laconico.

“Ecco, appunto.” gli rispose il mendicante con un sorriso a dodici denti. “Ascoltami. So cosa stai pensando. Tutti abbiamo sofferto la nostra dose di incertezza ma alla fine, in un modo o nell’altro, siamo scesi a patti con tutto questo.”

“Perché non lo chiami con il suo nome?”

“Perché non sono un filosofo, uno scrittore o un burocrate. Non ho bisogno di dare un nome alle cose. Il mondo, quel mondo, l’altro mondo, ha davvero importanza?” rispose il mendicante con un sorriso appena accennato

“Forse, non lo so. Devo dargli una forma, devo renderlo concreto, capisci? Devo capire cosa diavolo fare!” gli occhi di nuovo spalancati per la rabbia.

“Fermati. Prova a pensare a ciò che hai detto. Tu vorresti dare un nome e un’identità a quel posto? E poi sarei io il pazzo!”

“Forse siamo entrambi pazzi e tutto quello che abbiamo visto è solo frutto della nostra follia. Potremmo essere rinchiusi nello stesso manicomio.”

“Ti piacerebbe, lo so. Ti può sembrare la spiegazione più logica ma non è così e lo sai. Non provare mai più a negarlo o potresti non essere più in grado di farvi ritorno.”

L’ultimo commento arrivò dritto al cuore di Gordon.

“Ecco, lo senti? Questo dolore dovrebbe rispondere a tutte le tue domande.”

“Forse” rispose Gordon alzandosi in piedi.

“Quello non lo mangi?”

Cercando di non incrociare il suo sguardo, gli porse quello che rimaneva del panino.

“Peccato, sono allergico alla maionese ma grazie comunque per il secondo panino.”

“Devo andare.”

“Lo so. Come so che ci rivedremo.” gli sorrise il vecchio.

Da quando tutta quella storia era iniziata, Gordon affrontava la notte in maniera diversa. Mettersi a letto, cercare di prendere sonno assomigliava più al riscaldamento di un pugile prima di salire sul ring che al momento conclusivo di una giornata normale. I pensieri correvano ad una velocità insostenibile. Tutto ciò che aveva sempre creduto reale era un’illusione. Il suo mondo, quello in cui per trent’anni si era allenato a sopravvivere, non era altro che il modo del suo cervello di proteggerlo dalla Realtà. L’evoluzione aveva fallito. Davvero? Ne poteva essere sicuro al 100%? Come fanno i pazzi a sapere che sono pazzi? C’è un momento, prima dell’oblio totale, in cui conservano ancora un minimo di lucidità e sono in grado di rendersi conto di aver “svoltato l’angolo”? E lui come poteva essere sicuro che i contorni del letto che vedeva nella penombra non fossero quelli di una branda da manicomio o…o un bellissimo prato verde, morbido e sorridente?

Si alzò piano in piedi proteggendosi gli occhi dalla luce accecante del Sole. Dov’era finito il suo albero?

“Adesso devo ricominciare tutto d’accapo” pensò “mi era venuto così bene! Ah…mi sono dimenticato di nuovo i vestiti. Ecco, fatto.”

“Ciao ragazzo. Te l’avevo detto che ci saremmo rivisti!”

“Oh…salve.” non si era accorto dell’arrivo dell’anziano tanto era concentrato a crearsi prima le mutande e poi i pantaloni e non viceversa.

“Dai, dai. Lascia perdere le formalità. Ormai siamo amici, no?” il sorriso era radioso come sempre, ma adesso con 32 denti perfettamente allineati. L’uomo viaggiava da molto più tempo di lui ed era diventato un maestro nel controllo dei propri desideri. Quello che stava osservando era l’espressione più pura della sua personalità nella Realtà.

“Vedo che hai deciso di tornare.”

“Non credo di aver deciso proprio niente.”

“Ti ha forse costretto qualcuno?” rispose l’anziano con tono divertito.

“No…”

“O forse si?”

“Che fai? Cerchi di confondermi ancora di più? Sono già a posto così.”

“Che stavi facendo? Ti ho interrotto?”

“Stavo cercando di ricostruire l’albero che avevo messo a posto ieri. Quando arrivo qui, finisco sempre nello stesso punto e la luce del vero Sole ancora non la sopporto bene.”

“Ragazzo, perché credi che l’albero non ci sia più? Te lo dico io perché. Perché dall’altra parte, in quel mondo posticcio, aggrovigliato e senza senso che tu chiami realtà, hai dubitato di te stesso, del Cosmo e dell’esistenza di una Realtà ultima.”

“Ah, quindi basta questo? E se dovessi ripudiare completamente questo posto? Cosa accadrebbe? Sparirebbe e tutti voi con lui?”

“Ti credi così potente ragazzo? Nessuno può distruggere questo luogo perché questo esiste e basta, a prescindere da tutto e da tutti. Tu, io, Buddha o Dio stesso potremmo mai distruggere la Realtà? Pensaci. Sia noi che loro siamo prodotti di questo magnifico tessuto, ne siamo i frutti. Una mela può distruggere la Natura intera? Non credo.”

“Però noi siamo più di una mela! Una stramaledettissima mela non può modificare il campo in cui cresce il suo albero semplicemente pensando!”

“Esatto. Diciamo che sei una mela con i superpoteri, ok?”

Gordon lo fissò in un misto di dubbio e paura. Se si fosse concentrato troppo sulla mela con i superpoteri, avrebbe rischiato di trovarsi appeso ad un albero.

“Lasciamo stare la mela, è meglio. Perché sei tornato?”

“Non l’ho deciso, è successo.”

“È successo? Dici che è successo? E così, dal nulla, un tizio si addormenta nel proprio letto e si risveglia nella Realtà con la R maiuscola? Dai, sei più intelligente di così” sospirò l’uomo davanti a lui. “Il tuo organismo si sta abituando, la tua mente inizia a viaggiare su altre lunghezze d’onda. Sei in grado di entrare nel Mondo dei Sogni, sei in grado di accedere alla Realtà ultima. Gioisci cazzo!” tirando il fiato l’anziano esplose in una risata che fece sobbalzare Gordon.

L’eco della risata rimbombava nella testa di Gordon. Di scatto posò la mano sul comodino alla sua destra alla ricerca della lampada. Si trovò invece la mano impiastricciata da qualcosa di fresco e unto. Con un po’ di disgusto avvicinò le dita sporche al naso. Riconobbe l’odore. Maionese.

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Federico, questo racconto è molto “Federico” 😀 Nel senso che ho trovato molto di te e del tuo immaginario che ho imparato ad apprezzare. Cosa dire di più? Ottimo.

    1. Federico Ferrauto Post author

      Wow che commento! Grazie davvero.
      Il fatto di aver riconosciuto un certo stile “unico” è qualcosa di grande.

  2. Raffaele Sesti

    Bel racconto che si legge veloce come i passaggi da una realtà all’altra nella tua storia… Un sorta di Matrix che mi ha catturato soprattutto nel ritmo dei dialoghi molto credibili.
    Bravo.
    Alla prossima lettura.