Il Sognatore 

Era uno straniero.

Ovunque.

Non ricambiava lo sguardo, non il saluto. Qualcuno pensò che fosse sordo –ma ci sentiva benissimo.

Altri biforcarono la lingua al mormorare e, per aggrovigliare orgoglio e superbia, dissero ch’era un delinquente da cui stare alla larga, un ladro di polli, uno scemo alla misura della concezione paesana, ulcerata da una ragione tutta fatta di carne e sangue.

Al di fuori da quella scatola psicotica, lui era invece ben desto.

Si svegliava al sorgere del sole suonato dal gallo, pigliava il caffè e scriveva. Poi a seconda del giorno, svolgeva un mestiere diverso al vantaggio della terra e delle bestie. Pigliava un pasto al giorno, scendeva in paese allo stremo necessario, e appresso al pasto si fumava la pipa sotto le stelle, prima di andarsi a coricare.

Fuori dalla scena, lui era ben sveglio. Al chiudersi delle palpebre, oltre i confini del sonno -e questo nessuno lo sapeva a parte lui- si spalancava il sogno.

Aveva nutrito l’embrione di un dono riservato a pochi, colla disciplina e la violenza: quello di camminare sveglio in mezzo ai sogni.

A forza di sognare si era barcamenato nelle avventure più folli all’inizio, quando la scoperta fa caldo il sangue; fin quando le incongruenze si fanno tremende assai ed innegabili, e trascinano il sognatore oltre la regione salda della realtà.

Dapprima le increspature; deformazioni, anomalie. Ma, capite: a un certo punto diventa difficile far netto il taglio fra veglia e sogno!

Ma a Wolfram non scoppiò il forno: lui aveva capito che c’era un livello ancora più denso e sacro e lucido, meritevole di uno sforzo maggiore e degno di possederlo.

E al collasso dei ragionamenti, capí che potevasi raggiungere al cessare dell’inseguire il rumore, all’osservare del fiume che scorre.

L’ottenimento di una tale qualità di silenzio, la poteva solo pigliare da una ferrea regola.

A tale proposito, si legò stretto il cappio, si condannò a morte, per estinguere tutte quelle voci che parlavano con la sua voce -e a lui appartenevano- e che si travestivano da usurpatori del trono, scambiandosi con l’uno o con l’altro vizio al fine di soddisfarsi.

Il suo rigore li spezzò uno dopo l’altro.

Piegarono le lance e le ginocchia, e cessò finalmente in lui ogni attività.

Oltre quella soglia, vi era una beatitudine che trasudava nella realtà fino a rendere le cose un vero, preziosissimo, momento presente.

Continuavano a guardarlo con disprezzo, quando scendeva in paese per sbrigare gli affari suoi.

Lui, fuori da quella scatola, era ben sveglio.

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