Il sorriso della morte

Il trillo del telefono sul comodino aveva posto termine al suo desiderio di riposare per qualche minuto, «Che succede ora?» disse con la voce impastata dal sonno; dall’altro lato della cornetta l’infermiera Sherley lo avvisava dell’arrivo un caso molto urgente.

«Va bene, vengo subito» aveva replicato, insofferente: mancavano diverse ore alla fine del suo turno di trentasei ore e fino a quel momento non aveva avuto un attimo di respiro; si alzò e cercando di mettere in odine i capelli, ormai brizzolati, aveva messo in funzione la macchinetta del caffè. Non era un granché ma era quello di cui aveva bisogno in quel momento.

Qualche minuto prima Sherley aveva ricevuto una chiamata dai paramedici del Fire Department, un grave incidente stradale, il suo ospedale era il meglio attrezzato per traumatologia e in generale come medicina d’urgenza della zona: una grossa berlina aveva pensato bene di perdere aderenza sull’asfalto bagnato ed era andata a fracassarsi contro un grosso autoarticolato che procedeva tranquillo nella notte in direzione opposta.

Il dott. O’Malley era arrivato in reparto ed aveva preso una cartella coi dati sul nuovo ennesimo arrivo:

Ci mancava anche questa, imprecò tra sé e sé , «Shirley avverti subito il dott. Wright e, dato che ci siamo, anche i tirocinanti. Fai preparare subito la sala d’emergenza 1 ed allerta il blocco operatorio, in caso di bisogno.» Magari anche l’obitorio…

Si era scosso da una sorte di torpore, come quando una persona resta incantata a guardare un qualcosa all’orizzonte, nella notte che piano piano iniziava a cedere il posto ai primi chiarori dell’alba, o era il crepuscolo che stava per sfociare nell’oscurità? Non ne era certo.

SI sentiva vagamente confuso, stranamente in forze come non gli capitava da tanto tempo; scese le scale dello stabile in cui abitava ed entrò nel suo garage dopo aver alzato la saracinesca. La Mustang rosso fuoco gli fece strabuzzare gli occhi, ricordava di averla guidata quando era poco più di un ragazzo.

L’assurdità della situazione gli fece dubitare di essere in sé, ricordava vagamente che ormai era un rottame, invece appariva fiammante, ansiosa di scaricare sull’asfalto i duecento e più cavalli del motore; si mise subito in moto con un potente rombo e uscì nella semioscurità. Le strade erano sempre le stesse, ma avevano un che di vetusto, di antico, di distopico.

Lo avevano intubato già i paramedici prestando i primi soccorsi, la situazione era apparsa subito grave, se non disperata: il disgraziato nello scontro aveva subito gravi fratture agli arti e , aveva anche sbattuto violentemente il capo contro il volante, non avendo avuto la premura di usare la cintura di sicurezza.

«Tom, riesci a ridurre quella frattura alla tibia prima di portarlo in sala operatoria?», chiese O’Malley al dottor Wright, ortopedico molto esperto e vecchio amico e compagno di tanti turni assieme in quella struttura. «Temo sia l’ultimo dei suoi problemi, Joe», aveva risposto l’altro, «A giudicare da quanto vedo, alcune costole rotte gli avran perforato i polmoni per non parlare della botta alla testa»

«Edema cerebrale? Prepariamo una TAC!» sibilò agli infermieri e ai tirocinanti, che osservavano i loro mentori nel tentativo di salvare la vita a quell’uomo sulla quarantina, privo di conoscenza, intubato e con i valori vitali in picchiata.

Era sceso dalla Mustang, sentì il bisogno di fumare, cercò nelle tasche ma non trovò né il pacchetto né l’accendino, vide all’angolo della piazza una tabaccheria, quella del vecchio Tony, immigrato italiano di terza generazione, che parlava un mix della sua lingua con parole slang, un accento quasi comico.

«Marlboro ed un accendino, grazie Tony» disse, passando una banconota , lui si voltò, senza una parola prese quanto gli era stato chiesto . La prima boccata lo aveva fatto tossire forte, come fosse la prima volta. Ma il vecchio italiano non è morto anni fa?? ,pensò tra sé stranito e poi si rese conto che aveva smesso di fumare anni prima, dopo che una brutta bronchite lo aveva tormentato per mesi.

Il senso di smarrimento andava crescendo in lui , man mano che camminava per la strada, negozi che ricordava chiusi da anni esponevano i loro prodotti come ai bei tempi, persone che vagamente aveva conosciuto nel passato gli si paravano davanti guardandolo con aria assente come se lui non ci fosse, era come un tuffo con gli occhi della sua mente in un passato remoto , una sorta di stasi temporale, come se la sua mente fosse prigioniera di un chissà quale artificio malefico.

Uno dei macchinari iniziò ad emettere un segnale di allarme « È in arresto cardiaco!» tuonò l’infermiera, mentre un altro dei presenti provvedeva ad iniettare adrenalina.

«Lo stiamo perdendo» mormorò O’Malley , provando pena per il paziente che gli stava morendo sotto gli occhi, ben poco da fare ormai.

L’istinto lo portava verso uno strano palazzotto che lui non ricordava di aver mai visto , era come se le sue gambe non fossero più sotto il suo controllo, un senso di inquietudine, quasi di paura lo pervadevano ormai, incapace di resistere a quel richiamo.

Entrò in quella che sembrava una cappella di qualche signorotto medievale, torce che rischiaravano la volta, si avvicinò verso un letto con baldacchino posto al centro della stanza, una giovane donna dai lunghi capelli ramati era distesa con le spalle rivolte a lui, una lunga e stretta tunica fasciava il suo corpo.

Con il cuore che batteva all’impazzata era giunto vicino a quella creatura e, prima che lui potesse fare alcunchè, lei si voltò… Christine! La giovane moglie che aveva perso qualche anno prima per un brutto male era davanti a lui, più bella di come lui la ricordasse. Uno splendido sorriso dava ancora più luce alla cappella , senza una parola gli tendeva la mano. Inebetito, paralizzato, sentì una mano gelida posarsi sulla spalla, si voltò e vide la Grande Falciatrice, lì per portarlo con sé.

«Ora del decesso 23.58»

Un sorriso sulle sue labbra

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