Il sorriso dello Stregatto 

Serie: Nel Paese delle Meraviglie


L'inizio di una storia d'amore

Sono appoggiata con la schiena al muro della stazione. Lo aspetto. Ho una sigaretta tra le dita, i capelli raccolti senza impegno perché tanto so che a lui piacciono cosi: un po’ sbarazzini, un po’ ribelli.

Ho portato solamente uno zaino, sapendo che non staremo lontani da casa se non per qualche ora; la giornata sembra calda e con poche nuvole. Finalmente posso annusare l’autunno della città, tra la gente che ancora va al lago e veste colorata e leggera, le ampie camice degli uomini che svolazzano come mantelli: tenute chiuse da soli due bottoni all’altezza del petto lasciano intravvedere i peli scuri. 

Pure lui è in camicia oggi. L’ha fatto per me, è sicuro; non mette nient’altro che magliette e pantaloncini quando esce con i suoi amici o al lavoro. Lo adoro, lo amo tanto. È sbucato da dietro al Grand Hotel Vittoria. Passo tranquillo, le gambe magre e lunghe, reste curve dagli anni passati a correre dietro ad un pallone, lontano, dall’altra parte del mare. Ha tagliato i capelli, noto, quando si avvicina. Già mi guarda e sorride, inclinando un poco il capo come sempre; il naso lungo e dritto sostiene degli occhiali da sole quadrati, dalla montatura spessa: quelli sono anche nuovi. 

Ci baciamo per salutarci. Per un bel po’, teniamo le nostre labbra appiccicate, ma senza aprire la bocca e lasciare spazio alla lingua; non mi sembra il caso nel bel mezzo di una stazione. Mi stringe forte a sé ed io gli tengo una mano sulla nuca come se volessi spezzargli il collo, toglierli il respiro, farlo soffrire come ho sofferto io in questi mesi d’assenza. I nostri bacini si toccano, le mie ossa contro le sue: è la promessa di una notte insonne. 

Ci prendiamo per mano, lui con il mio zaino in spalla ed io con il mozzicone della sigaretta che mi è rimasto tra le dita; la mia mente si è dimenticata di buttarlo nel cestino che avevo accanto. Camminiamo tranquillamente verso il vecchio borgo, alla ricerca di una gelateria; ne ho voglia. Parliamo dell’estate, di quanto abbiamo lavorato, entrambi, e di come ci siamo mancati. 

Non è potuto venire a trovarmi: era in Turchia con suo fratello che non vedeva da anni, ma mi ha chiamata tutte le sere, mostrandomi la vista dalla stanza che avevano, su tutta Istanbul, che nonostante il cielo nero, non sembra mai voler dormire. Io non l’ho chiamato mai, devo ammetterlo, ma ho questo problema che mi sembra sempre di disturbare. E non voglio disturbarlo, con tutte le cose alle quali deve pensare; preferisco attendere che sia lui a farlo, così sono sicura che ha il tempo e la voglia di sentire la mia voce. 

Non voglio imporre niente a nessuno.

Mi chiede di mio fratello, anche se non si sono mai incontrati, e poi di mia madre, per la quale è anche uno sconosciuto, ma almeno ora sa della sua esistenza. Ci ho messo otto mesi prima di riuscire a farmi uscire di bocca che avevo un ragazzo, da qualche parte, e che da ormai quasi un anno stavamo insieme. Non si sono mai visti anche perché siamo lontani, io e la mia famiglia; ma almeno sanno uno l’esistenza dell’altro. Io non chiedo mai della sua, perché non ne parla mai; non vorrei fare domande che possano farlo sentire male. So che suo padre è morto quando aveva dodici anni, sono sette tra fratelli e sorelle, ma è da anni che non è più sceso in Algeria per visitarli. 

Non so se loro sappiano di me: alle volte, quando siamo in auto, sua madre lo chiama. Io mi paco e resto con lo sguardo fuori dal finestrino, mentre con una mano gli accarezzo la nuca ed i capelli, il mio modo per dirgli che lo amo. Lui guida con una mano e con l’altra tiene il telefono accanto alla bocca: sento la voce di sua madre, morbida, ed anche se non so cosa si stanno dicendo lui di tanto in tanto ride, forte, sorprendendomi come ogni volta, dato che lo fa cosi di rado. Mi guarda di sfuggita e sorride, indicandomi con il mento per chiedermi se va tutto bene: se ci sono o se invece sono andata a rifugiarmi nella mia testa per lasciar loro un po’ di intimità. 

La gelateria ha parecchia gente in coda, ci tocca aspettare. Ci posiamo su una panchina, con le spalle attaccate e le mani intrecciate. Lui che mi accarezza le dita e gioca con i miei anelli, togliendoli dall’anulare che dice bisogna lasciar libero, per quando arriverà il momento. Lo guardo e gli dico di smetterla di dire cazzate, ma dentro di me tremo: la mia anima si scuote, eccitata ed impaurita, perché non ho che vent’anni, ed anche se lui è più grande non so se sarei in grado di sceglierlo per la vita. O di lasciare che lui mi scelga.

Perché non conosce ancora tutto, e temo che alcune cose possano fargli paura, come fanno paura a me. E nemmeno io lo conosco cosi bene ancora. Ci siamo trovati e mai più lasciati, ma la verità è che per i primi tempi dividi il letto e la giornata con uno sconosciuto.

Ci stiamo conscendo, lentamente. Mi dico che è giusto prendersi il proprio tempo, non pressare l’altro per sapere del suo passato, cosa lo spaventa, cosa lo accende, degli sbagli per cui non si potrà mai perdonare; alle volte vorrei invece sapere tutto e subito, perché sono convinta che più saprei e più potrei amarlo, con tutte le sue storie ed i suoi sogni. Aspetto però che sia lui a raccontarmi, non lo voglio disturbare con mille domande. Mi trattengo, paziente, lasciandolo parlare quando ha voglia.

La sera di solito, dopo aver fatto sesso ed aver mangiato, quando i miei occhi si stanno già chiudendo e la mia testa è appoggiata al suo petto, rivela un poco di sé. Mi dice di come andava a pescare, con i suoi amici, da piccolo, sulle scogliere accanto a casa sua quando ancora il cielo era rosa ed il mondo silenzioso. Conoscevano i posti migliori: quelli più comodi per stare seduti delle ore e che nessun’altro trovava, oltre il muro del vecchio mattatoio. Andavano durante il pomeriggio a comprare il filo che gli serviva, una marca specifica che conoscevano in pochi ma che non si annodava, e poi si trovavano e pescavano. Non erano altro che dei bambini.

Lo amo davvero quando mi dice queste cose: vedo una parte di lui tenera e sensibile che alla luce del giorno solitamente si nasconde dietro a sopracciglia spesse ed aggrottate, la camminata svelta, le mani in tasca.

Serie: Nel Paese delle Meraviglie


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Discussioni

  1. L’ho letto d’un fiato e ho ritrovato tutto l’entusiasmo e l’agitazione che si prova quando si inizia una storia con qualcuno.
    Scritto bene, descrizioni che permettono di visualizzare bene il personaggio senza essere troppo pesanti.

  2. È veramente bello, delicato ed emozionante questo episodio di inizio serie. Sveli particolari che invogliano a scoprire, a sapere. È così difficile amare chi non ci sta accanto, ma è forse quanto di più emozionante la vita ci regala. La maniera più dolce di immaginarci, liberi e senza pregiudizi. Veramente brava, una scrittura evocativa e fluida alla quale ci hai abituati. Se posso permettermi, ed è solamente un piccolissimo consiglio per rendere il tuo lavoro ancora più splendido, credo che andrebbe riletto in alcune sue parti (minime, naturalmente) che sono perlopiù refusi. Aspetto il prossimo episodio.

  3. “Mi stringe forte a sé ed io gli tengo una mano sulla nuca come se volessi spezzargli il collo, toglierli il respiro, farlo soffrire come ho sofferto io in questi mesi d’assenza”
    Cavolo, Fanni ❤️