Il trapezio dell’amore

Serie: L'idiota


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: mala tempora currunt, sed peiora parantur

“Allora è questa la follia?”

“Tu che ne pensi?”

“Non so… Mi ritrovo solo a lavorare il triplo… Ora che ci penso.”

“Ah, quindi pulire le stalle degli elefanti è diventato il tuo passatempo preferito?”

“Mai! Quello è sempre un inferno!”

“Eppure lo fai con un sorriso, senza fiatare.”

“Non è vero! Ieri… non… non so più cosa faccio!”

“Sei sulla strada giusta, ma ora viene il trapezio senza rete.”

“Bastano cinque chilometri per incontrare questo pericolo?”

“Tom, non puoi misurare ogni rischio col compasso del tendone. E la Cabbala… beh, su questo è muta come una tomba… almeno con me.”

“E come posso sapere se sono all’altezza di questo trapezio senza rete?”

“Nemmeno io, quando consulto il Libro del Rabbino, so quali domande sto davvero ponendo.”

“Ma non ha senso! Io la conosco la domanda. Voglio sapere se ce la farò, non quale abisso mi attende!”

“Ah, quindi conosci già l’abisso? Allora sei o completamente folle o uno sciocco. Sebbene, in certi circhi della vita, queste due condizioni siano come gemelli siamesi.”

“Basta con questi indovinelli! Non ti seguo!”

“Tom, tu ed io conosciamo gli stessi fatti, ma tu li vivi sulla pelle, io li osservo da lontano. Questo sipario tra noi mi impedisce di decifrare la natura della tua follia.”

“In che senso?”

“Se è un vento favorevole o una tempesta.”

“E che differenza fa?”

“Tutto dipende da chi sei. Ma, stando alla saggezza Maori (e qui, Mordecai ci ha messo lo zampino), la follia benevola rende dolce persino la fatica. E visto che pulisci le stalle con un sorriso, direi che sei benedetto da questa. Quanto alla follia maligna… beh, per ora i tuoi cinque chilometri sono ancora un porto sicuro.”

Tom, irritato da quel labirinto di parole e enigmi, si allontanò come una fiera in gabbia. Corse verso il tendone, spinto da una rabbia inspiegabile che gli ruggiva dentro. Cercava il cuore pulsante del circo, quell’ombelico di sicurezza che la ‘dottrina delle distanze controllate’ di suo padre aveva tatuato nel suo subconscio. Con la furia di un tornado, scostò le tende dell’entrata e si precipitò al centro, il respiro pesante come quello di un trapezista dopo un triplo salto mortale. Si fermò lì, al centro dell’universo circense, girando su se stesso come una trottola impazzita. Gli spalti, un tempo familiari, ora erano un mare di nebbia, accecato com’era dal fascio di luce delle lampade di scena, spade luminose che trafiggevano l’oscurità. Nel vortice di quella danza catartica, i suoi occhi catturarono una sagoma all’entrata. Una figura immobile che lo fissava, come un guardiano silenzioso di quel regno di follia e meraviglia.

“Cosa succede Tom?”

“Direttore, non lo so…”

“Forse sei solo stanco, ti stai spezzando la schiena ultimamente.”

Tom sussultò. In quella frase, il padre aveva equilibrato premura e controllo come un giocoliere con i suoi birilli. Solo alla fine, come un’eco lontana, percepì un accenno d’affetto.

“Probabilmente… padre!”

Un brivido percorse il Direttore. Guardando il figlio negli occhi, si sentì come un trapezista che manca la presa.

“Quel signore che vuole il tuo cavallo…”

“Cosa importa a te?!” esclamò il Direttore, sbigottito come un clown colpito dalla sua stessa torta.

“Beh, ecco, mi chiedevo se la ragazza con lui abbia un nome.”

“Sicuro!”

“Tu… lo sai? Vive dentro i cinque chilometri?”

Nella testa del Direttore esplose un fuoco d’artificio di stupore, come se avesse appena visto il volto di Dio dietro il sipario. Il figlio non solo cresceva e rinsaviva, ma si era innamorato. Smarrito come un domatore senza frusta, corse da Mordecai, esigendo la Cabbala.

Il Maori, fiutando la tempesta in arrivo e temendo domande scomode sul suo ruolo in questa commedia, consegnò il libro prezioso, muto come un mimo.

“Figlio d’un gatto! Tu sapevi!” (L’uso di ‘gatto’ al posto di ‘cane’ come insulto era una peculiarità familiare, risalente ai primi Direttori. “Se il cane è il migliore amico dell’uomo, perché dovrebbe essere un insulto?” diceva sempre il Gran Direttore. “Te lo dico io il perché: così non ti fidi nemmeno del tuo migliore amico, ma solo di quello che ti dicono loro.” Chi fossero questi ‘loro’, il Direttore non lo capì nemmeno dalla Cabbala).

“Direttore, se è per questo la mia Cabbala Maori, che tu ritieni falsa, lo aveva predetto nei dettagli.”

“Stolto mitomane,” urlò il Direttore, afferrando il libro e dirigendosi verso i suoi alloggi come un elefante in fuga dal circo.

Nulla poteva preparare il Direttore a questa situazione. L’amore, per lui, era un numero mai provato in pista. ‘La Cabbala’ ne parlava diffusamente (soprattutto dopo l’avventura di Mordecai con una donna bruttissima in un porto del Nordamerica), ma lui aveva saltato quelle parti come un acrobata evita gli ostacoli. Un po’ per incomprensione, un po’ per paura, considerava gentilezze e cortesie come debolezze da clown (vecchia credenza inossidabile dei Direttori).

Eppure, comprendeva la necessità di una donna come un trapezista comprende il bisogno della rete. In Asia, durante una tappa del circo, si lasciò convincere da un vecchio circense locale sulle virtù balsamiche di una prostituta del luogo. La prima notte divenne una serie, e da quella serie nacque Tom. Quando giunse il momento di spostare il tendone, il Direttore decise di rimanere lì, come un leone che sceglie di non seguire la carovana.

Questa decisione scatenò un dibattito acceso come i fuochi d’artificio di chiusura spettacolo. Mordecai e la Compagnia sostenevano che si fosse innamorato, citando come prova regina la separazione dal suo purosangue – un fatto più incredibile di un elefante che vola. Il Direttore, invece, parlava di ‘amicizia’, almeno finché il Gran Direttore respirava. Dopo, magicamente, la ragione divenne la ‘salvaguardia della discendenza’.

Ora, con Tom innamorato, il Direttore consultava la Cabbala come un indovino nervoso, senza trovare risposte. ‘Ho perso l’abitudine’, pensava, scoraggiato come un giocoliere senza palline.

D’improvviso, una risata sguaiata squarciò l’aria della sua ‘tenda da giorno’:

‘Vecchia Gitana, so che sei tu!’ La senescente folle emerse dall’ombra, gli occhi fissi sul Direttore come fari nella notte:

‘Piccolo, non ricordi? Ti avevo insegnato proprio bene però!’ disse, afferrando il libro con la rapidità di un lanciatore di coltelli. Con il naso schiacciato sulla costa, proclamò:

‘Tuo figlio è innamorato, presto sarà scappato, forse il momento è arrivato!’

E svenne, come dopo un numero mozzafiato. Il Direttore, meccanico come un automa, le sistemò un cuscino e le porse dell’acqua. In un attimo, la Folle rinvenne, pronta per il bis.

Serie: L'idiota


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un racconto molto particolare, per certi versi anche difficile da seguire, come ben riportato da @cristiana , per via dello stile piuttosto articolato con cui descrivi le scene.
    Tuttavia, durante la lettura tende a catturare l’immaginazione e ciò lo rende molto coinvolgente.
    Mi piacerebbe vederlo incluso in una serie, anche breve, per capire meglio le vicende e i personaggi.

  2. Ciao Matteo, da giorni cerco di trovare un momento per leggere la tua serie e finalmente è arrivato. Innanzitutto mi piace molto l’immagine che hai scelto che mi ricorda la grafica del film The greatest Showman e poi amo particolarmente le storie ambientate nel circo. Ne sono passate di veramente buone qui su Open e la tua si unisce a queste. La tua scrittura non è facile, anzi, direi che è piuttosto articolata e sicuramente lo è per scelta. Ho però notato la maggiore scioltezza che hai acquisito scorrendo i vari episodi. Verso la fine prevale l’uso del passato remoto che credo doni maggiormente alla storia, sostituendo il presente che hai utilizzato particolarmente nel primo episodio e che non mi piaceva tanto (però è solo la mia opinione). Buono anche l’uso dei dialoghi. I personaggi sono sicuramente ben definiti e mi piace il rapporto che si instaura fra di loro, ben definito e arricchito di molti particolari. La storia è intrigante e l’inserimento dell’elemento dell’amore è doveroso perché spezza la narrazione e dà una svolta alla vicenda. Molto bravo

    1. Ciao Cristiana,
      apprezzo enormemente il tuo commento, veramente grazie del tempo che hai dedicato.
      La mia scrittura è figlia delle Lezioni Americane di Calvino e dell’Idioma Gentile di E. De Amicis…si, è volutamente convoluta, perché credo che nel linguaggio si nasconda sia il segreto della realtà, sia la possibilità di rimanere meravigliati. E non ritengo la meraviglia una cosa facile.
      Sto cercando di snellire molto, credo sia necessario.
      Il circo lo vivo come uno spazio liminale, in cui nel passato certe categorie potevano coesistere con ciò che biopoliticamente chiamiamo normalità, e narrativamente permette di convenire messaggi altrimenti spinosi.
      Spero, vivamente, in altri commenti così preziosi.
      Un caro saluto