Il Vaso di Pandora

Serie: Alder Venn


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La porta si apre nella mente di Alder e lo fa correre dove aveva dimenticato di andare.

— Non andare. — Dice Omen, che ha sempre taciuto.

— Vai, fratello. — Dice Andrew.

— Fa la cosa giusta, ma la cosa giusta non esiste, è il punto nel mezzo. — Natan.

Caroline non dice niente.

Il suo silenzio pesa più di tutte e tre le voci messe insieme.

Il punto al centro del cerchio è Catherine.

Non è solo una metafora, è come la coordinata precisa in uno spazio che fino a un momento fa non aveva centro e adesso ce l’ha, e il centro è lei, e tutto il resto è il cerchio che le gira intorno nell’eterno divenire che la bambina aveva disegnato sul quaderno senza sapere di stare disegnando una mappa.

Alder va in quella direzione.

Prima a passo sostenuto, come chi ha capito dove andare ma non ha ancora deciso di ammetterlo del tutto. Poi il passo si allunga. I portici iniziano a scorrere ai lati troppo veloci per essere guardati. Poi inizia a correre.

E mentre corre, la mente si apre. Questa volta non è solo come una porta ma è come se si aprisse una diga. Tutto quello che era tenuto dentro viene fuori insieme, senza ordine, senza gerarchia, una Babilonia di simboli e voci e suoni e immagini che si sovrappongono e si contraddicono e si amplificano a vicenda in un bombardamento che non lascia spazio tra un’onda e l’altra. La cattedra e il Mito della Caverna e gli occhi della ragazza con gli occhiali che aveva riconoscimento o paura. Il foglio rosso che premeva dall’interno. Le mani intrecciate sul selciato di via Bogino. Il bambino con le matite allineate. La bambina che si dondolava come sull’altalena. Il taccuino rosso che brillava senza fonte. La bocca di Catherine. Gli occhi di Catherine. La soglia oltre la quale lei si girava dall’altra parte di scatto. Victor che sussurrava lo ssssohhh con quella “s” sibilante che si dissolveva in un’espirazione come se la parola fosse troppo grande per essere detta intera da vivi. L’orsacchiotto strappato. L’orsacchiotto aperto. L’orsacchiotto tenuto. Caroline che era apparsa sui gradini della fontana con il libro sulle stelle. Ci sono ancora. Continuano a bruciare. Le migliaia di coppie mano nella mano in tutto il mondo. L’esercito connesso. Il neon che vibrava. I fntasmi di tutta Torino sono nella mente di Alder. Omen nell’angolo buio oltre quella porta che sussurra di non andare. Andrew che dice — Vai fratello. Natan che dice di seguire la direzione, e la disciplina.
Caroline che non dice niente, gelosa. 

— Fermati! Non farlo! — dice Carnival.

Alder si volta di scatto. Non c’è nessuno.

I portici sono vuoti. La strada è vuota. Torino è vuota in quel modo specifico delle città sotto la pioggia quando la pioggia crolla come un rombo a scivolare sull’asfalto, non gli strascichi di un’acquazzone ma l’inizio di qualcosa di serio. Come potrebbe sentirlo, Carnival, se non c’è?

Come fa a sentire ognuno di loro, se non ci sono mai stati nel senso in cui le cose esistono, con un corpo, con un peso, con la capacità di occupare spazio e impedire ad altro di occuparlo?

La pioggia cade più forte. Batte sui sampietrini, riempie i canali tra una pietra e l’altra, trasforma la strada in uno specchio imperfetto che riflette i lampioni in forme allungate e tremolanti come mani e braccia di strane creature. Alder corre ancora ma non sente i piedi, sente solo la pioggia scivolargli addosso, sul cappuccio, sul cappotto che si appesantisce ad ogni passo. Il suo corpo è separato dalla mente.

La mente è altrove, è in quel bombardamento, è nella Babilonia, è in quel punto preciso tra tutte le voci dove non c’è silenzio ma c’è qualcosa che somiglia alla chiarezza, un istante di visione in cui tutto il rumore si organizza improvvisamente in una struttura e la struttura ha senso e il senso ha un nome e il nome è Catherine che è anche una vibrazione.  Il corpo corre sotto la pioggia incessante di Torino. La mente è già arrivata.

— Sono la stessa cosa. Pensa qualcosa dentro di lui e non è Natan, Andrew oppure Omen, ma qualcosa di più vicino al centro, qualcosa che forse è lui. Il corpo e la mente sono la stessa cosa vista da angolazioni diverse. Come il cerchio e il punto. Come la frequenza e il suono. Come il buco nero e la luce che non torna.

La pioggia adesso è una parete. Una cascata verticale. 

Alder la attraversa.

Corre verso il centro di tutto l’universo, che adesso ha un indirizzo, che adesso ha una bocca e degli occhi e una soglia oltre la quale lei si girava dall’altra parte perché sapeva che altrimenti avrebbe ceduto.

Carnival non dice più niente. Guarda la pioggia dalla finestra dell’ufficio. 

Quella pioggia di marzo su Torino che cade sui portici e sui tetti e sulle Alpi lontane e su tutte le mani intrecciate del mondo, quella pioggia che non distingue tra i vivi e i morti e i fantasmi e i Dei col cappuccio nero, quella pioggia che lava tutto e non pulisce niente e continua a cadere comunque, perché è la sua natura, perché non sa fare altro, perché a volte la cosa giusta è semplicemente continuare.
— E’ la direzione giusta. 

Continua...

Serie: Alder Venn


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