Il weekend a Shanghai

Serie: IL TRASFERTISTA


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La settimana trascorre tra esperienze di lavoro, la fatiscente guest house e le uscite serali.

Finalmente arrivò il fine settimana e il capocantiere era solito portarci al Holiday Inn di Shanghai per trascorrere il sabato sera e ritemprarci con qualche buon pasto.

Ricordo che in quell’hotel internazionale facevano un’ottima pasta alla carbonara e che le camere erano veramente lussuose.

Non ero abituato al servilismo tipico degli hotel asiatici, dove diverse decine di inservienti si adoperavano per ogni tua minima necessità.

Addirittura gli addetti al piano, se ti vedevano entrare in camera, poco dopo bussavano chiedendoti se potessero preparare la stanza per la notte.

Io condividevo la camera con il giapponese e la prima volta che diedi il consenso alle signorine del piano di preparare la stanza, Satoshi completamente disorientato e raggomitolato su una poltroncina di velluto marrone, prese il colore di un’aragosta.

Di per certo, aveva immaginato chissà cosa nel vedere quelle due ragazze, entrare, tirare indietro le coperte e posare le bianche ciabatte a lato del letto.

Mi ricordai di aver nel portafogli un biglietto.

Infatti, un mio collega veterano della Cina aveva saputo che sarei passato per Shanghai e prima della mia partenza dall’Italia, mi aveva scritto su un biglietto il nome di una ragazza.

Mi disse: «Questa ragazza lavora al Roxie Pub dell’Holiday Inn; se ti capita di passarci, salutamela».

Visto che di sonno non ne avevo e nemmeno ero intenzionato a filosofare con il giapponese, decisi di provare a rintracciare quella ragazza.

Salutai il giapponese, salutai le ragazze al piano, gesticolai alla signora dell’ascensore il segno dell’OK e mi ritrovai al piano terra.

L’ingresso del PUB si trovava sul lato sinistro della grande hall, a destra c’era la marmorea reception e poco più in là si accedeva al grande ristorante internazionale.

Un cinese tarchiato mi apri una grande porta di legno scuro e subito venni investito da una nebbia di fumo di sigaretta e da un assordante musica cinese.

Il locale era scuro e gli intermittenti flash delle luci psicodeliche sembravano proiettarmi una pellicola mancante di  molti frames. Alienati volti cadaverici apparivano e scomparivano nella cortina di fumo come in una danza tra zombie.

Mi diressi verso il vitreo bancone del bar.

Un barista subito mi chiese cosa volessi bere e io ordinai uno screwdriver.

Quando fece ritorno con il cocktail, gli posi il biglietto con scritto “Mei Lin” e lui, con un cenno della testa, mi disse: «děng yíxià», che significa “aspetta”.

Dopo circa un minuto mi si avvicinò una ragazza dall’audace outfit.

Aveva dei tatuaggi e sembrava slanciata solamente perché io ero seduto sullo sgabello e lei poggiava su delle sneakers con un plateau di almeno dieci centimetri.

Si presentò e io senza dargli il tempo di trasformare la sua curiosità in domanda, gli dissi che ero italiano e che le portavo i saluti di Sergio.

A quella sorta di diavoletta si accesero le pupille e subito chiese se potesse ordinare da bere anche per lei.

Sergio, malgrado avesse la mia età o poco più, era un omone con una folta barba rossa e quelle salopette che, al tempo, era solito indossare lo facevano sembrare un vichingo.

Come tutti quelli di Ardesio, anche il suo metabolismo funzionava solo ad alcolici.

In ditta era soprannominato Chivas.

Girava voce che, in quel pub, si scolasse ogni sera una bottiglia di Chivas Regal.

Capito il mero interesse della cinesina e impossibilitato a pareggiare Sergio dopo il secondo screwdriver mi defilai e feci rientro in camera dove Satoshi dormiva profondamente.

Come al solito la mattina mi svegliai abbastanza presto e mosso dalla bramosia di visitare Shanghai mi vestii e senza svegliare il mio compagno di stanza e abbandonai la camera.

L’hotel si trovava in Nanjing Road e tramite una mappa che recuperai alla reception mi diressi in direzione del fiume Huangpu che si trovava a pochi isolati.

Là fuori, il mondo era caotico.

Innumerevoli persone e biciclette si muovevano in una sorta di disordine perfetto e io mi sentivo smarrito in quel grosso formicaio.

Con la cartina in mano tentavo di orientarmi e quando individuavo la traiettoria, per non perdermi, adottavo una semplice regola.

Guardavo l’ora, camminavo sempre dritto fino alla destinazione, controllavo sull’orologio per quanti minuti avessi camminato e in fine prendevo un riferimento per ritrovare l’imbocco della stessa strada per il rientro.

Quando ritenevo che fosse venuta l’ora di rientrare, ripetevo esattamente la stessa cosa al contrario e il più delle volte mi andava bene.

Arrivai al Huangpu river e diciamo che non era come vedere il bel Danubio blu.

Acque giallastre si muovevano lente e piccole imbarcazioni ne increspavano la superficie lasciandosi alle spalle spumeggianti scie.

Mercanzie di ogni genere venivano incanalate dalla vicina foce dello Yangtze in quel fiume secondario e poi proseguivano verso i distretti periferici di Shanghai o addirittura tramite diramazioni fluviali raggiungevano città secondarie come le vicine Suzhou e Wuxi.

C’eravamo dati appuntamento nel salone da pranzo dell’hotel per le 12,30 e si era fatto decisamente tardi.

Nel primo pomeriggio saremmo rientrati a Jiading.

Individuai la strada dalla quale avevo raggiunto il fiume e visto che correvo, con un ricalcolo mentale divisi il tempo di percorrenza per due.

Raggiunsi il ristorante e tutti erano già a tavola.

Diciamo che in quelle occasioni ognuno di noi era libero di fare ciò che voleva e lo spirito di gruppo veniva lacerato da un individualismo dettato da differenti età, culture e interessi.

Ricompattato il gruppo, a tavola, si raccontava il raccontabile delle proprie avventure e in allegria si consumava un buon pasto accompagnato da una bottiglia di Dynasty.

L’ungherese Bela, era ancora tutto arrossato perché aveva appena finito una sezione di due ore in palestra e sauna; Satoshi aveva fatto acquisti sia per la moglie che per l’amante; Francesco aveva comprato delle camicie di seta e Franco e la Sindy non si pronunciarono.

Fatto il check out, fummo accompagnati da numerosi facchini verso il nostro pulmino Iveco che puntualissimo ci attendeva a pochi metri dall’ingresso.

L’allegria del viaggio di andata fu presto compensata dalla mestizia dettata dai pensieri della guest house e dell’entrante settimana lavorativa.

Il pulmino raggiunse la sua destinazione e come un furgone cellulare liberò il suo contenuto umano nella prigione.

La solita ciotola di riso e una brodaglia verde, ci venne servita per cena ma nessuno diede soddisfazione al cuoco; all’Holiday Inn avevamo mangiato come lupi.

Continua...

Serie: IL TRASFERTISTA


Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni