Inattesa

Serie: Filo rosso


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Arrivato nel reparto, Marco era catatonico. È andato quasi subito a dormire, senza mangiare.

Quando si alzò, Marco si rese conto di dove si trovasse e non voleva starci. Affianco a lui c’era un uomo obeso che dormiva russando rumorosamente e l’aria era viziata, si sentiva puzza di sudore. Quando entrò nel bagno, dovette trattenere il fiato, forse il signore si era dato da fare. Si guardò le mani che erano fasciate, dopo uscì e passò davanti a un’altra stanza dove tutti dormivano.

«Voglio parlare con il presidente», disse entrando nella stanza degli operatori che stavano preparando il caffè con la moka su un fornello elettrico.

Tutti sorrisero. «Qui non c’è nessun presidente».

«Parlo di Pino», quelli risero ancora di più. «Cosa c’è da ridere?», Marco alzò leggermente la voce.

Un infermiere con i capelli lunghi e la barba gli si avvicinò mettendogli un braccio intorno al collo. «Io sono Gabriele. Parla con me se hai qualche problema o con chiunque di noi. Pino è un utente come te».

Marco si sentì in imbarazzo e arrossì.

«Vorrei una sigaretta», disse dopo qualche secondo.

La colazione era per le otto, gli dissero mentre se ne andava. Gli sembrò strano: non l’aveva già fatta? Lo informarono che gli avrebbero consegnato il cellulare dopo.

Si diresse nella stanza del fumo dove sarebbe stata servita la colazione e pensò di aprire la finestra per respirare un po’ d’aria fresca, ma non c’era la maniglia. In alto c’era solo un aspiratore che si azionava con lo stesso interruttore della luce, allora abbassò lo sguardo sul posacenere e vide un filtro strano. Non poteva trattarsi di una sigaretta, capì al volo che qualcuno aveva fumato una canna, perfino lì dentro e si chiese chi fosse stato.

Pochi minuti prima delle otto, nella stanza entrò Pino che, come al solito gli sorrideva. Si augurarono buongiorno.

«Pensavo davvero che tu fossi il presidente», Marco si mise a ridere.

«Io sono il presidente», Pino era serio.

«Il presidente di cosa?»

«Di tutto», Pino fece un segno con le mani intorno. «Qui comando io».

Marco pensò bene di smettere di ridere e di non tirare più fuori quell’argomento.

Poco dopo, arrivò la colazione. Si trattava di un bicchiere di latte e pochi biscotti. Marco chiese all’infermiera che portava il carrello se potesse averne due pacchi perché aveva fame. Fu gentile e gliene diede tre. Portò il bicchiere e i biscotti al tavolo e divorò tutto avidamente, aveva già finito prima che arrivassero gli altri.

«Avevi fame, eh?» disse Pino.

«Quanto ho dormito?»

«Ventiquattr’ore circa, ma è normale la prima volta», a Marco sembravano passate poche ore.

Guardava gli altri bicchieri e, visto che nessuno sembrava arrivare, si chiese se potesse prenderne un altro, insieme ai biscotti. Pino lo notò.

«La puntura mette fame, eh?».

«Quale puntura?»

«Ieri mattina ti hanno dato solo dei calmanti, poi ti hanno fatto una puntura».

Marco non capiva cosa stesse succedendo. «Come si sono permessi? Cosa mi hanno iniettato?», disse innervosendosi.

«Stai calmo», gli fece segno di fare silenzio. «Non è niente di che, un antipsicotico. Sono anni che lo prendo anche io».

«Ma possono farlo?»

«Ricordati che sei in TSO. Lo sai cosa significa?»

«Trattamento sanitario obbligatorio».

«Appunto».

Marco era confuso, forse Pino non diceva la verità. Non credeva che gli infermieri potessero somministrargli dei farmaci senza il suo permesso. O forse sì?

«Vado a parlare con loro», si alzò.

Pino gli prese un braccio e lo strinse abbastanza forte. «Stai fermo! Così peggiori solo la tua situazione. Non attirare l’attenzione, ho io la soluzione, fidati. Sono venuto qui molte volte».

Marco si risedette, forse Pino aveva ragione. O forse no, visto che era stato ricoverato ripetutamente.

Pino tirò fuori un pacco di sigarette. «Me le ha portate un mio amico», aprì il pacchetto e gliele fece vedere: sembravano sigarette normali.

«Ti piacciono le Marlboro?» Marco non capiva.

«Non sono “sigarette” normali. Se ne fumi una te ne accorgerai».

Marco non era sicuro che fosse lucido, comunque ne prese una per farlo contento. Quando tirò fuori la sigaretta, qualcosa cadde a terra, Pino non se accorse neanche. Era come una pallina bianca e Marco capì subito di cosa si trattasse, sorrise.

«Forse hai capito male, Pino», disse mentre raccoglieva l’oggetto da terra. «Quelle sono sigarette normali, ma questo le renderà speciali», era hashish arrotolato in una cartina.

Anche Pino sorrise. «La sai fare? L’ultima l’ho fumata un paio di giorni fa, ma era già rollata».

«Scusa, da quanto tempo fumi?»

Pino lo guardò accigliato. «Che significa?»

Marco rimase un attimo interdetto guardandolo. «Niente, lascia perdere. Non ci sono problemi».

Marco mischiò il fumo al tabacco di una delle sigarette e poi rollò la canna in pochi secondi. L’accese e cominciò a fumarla.

«Non c’è il rischio che ci scoprano?» disse guardando verso la porta chiusa.

«No, a quest’ora c’è il cambio turno. Ne avranno per una buona mezz’ora».

Mentre fumavano, la porta si aprì all’improvviso. Marco immaginò che fossero gli operatori. Nascose la canna nel palmo della mano. Si chiedeva come si sarebbe giustificato, se loro l’avrebbero detto a sua madre e come avrebbe reagito lei. Invece, era la signora in pigiama con i capelli bianchi tutti arruffati. Li guardò storto, ma non disse niente e andò a sedersi nell’angolo più lontano rispetto a loro.

«Lei è Caterina», gli disse Pino.

La donna gli faceva compassione. Notò che fumava in fretta non respirando nemmeno tra un tiro e l’altro. Marco e Pino fecero un altro paio di tiri a testa alla canna, già fumata per metà, mentre Caterina aveva già finito. Li guardò di nuovo con il suo sguardo torvo e uscì dalla stanza senza dire niente.

«Mi dispiace per quella signora», disse Marco. «Non parla? Perché sta qui?»

«Sono qui da quindici giorni e non l’ho sentita fiatare. Lei era già qui da un mese circa. Mi hanno detto che ha perso la madre a cui era molto affezionata. Non può più vivere da sola. La manderanno in una comunità».

Marco pensò a sua madre, a come era preoccupata quando era arrivata in caserma. Per un attimo, immaginò di perderla e gli venne quasi da piangere.

«Devi voler bene a tua madre. Se non vuoi stare bene per te stesso, fallo per lei. Non farla soffrire», disse Pino come se gli avesse letto il pensiero. Marco si girò verso di lui stupito.

Dopo aver fumato, rientrò nella sua stanza dove il grassone dormiva di nuovo, ma erano solo le otto e mezzo. Non voleva stare lì, doveva andarsene al più presto.

Rimase sul letto a fissare il soffitto e pensare cose strane, per via del THC. Più tardi, sentì suonare il campanello e gli operatori lo chiamarono perché era arrivata sua madre.

Serie: Filo rosso


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “«Devi voler bene a tua madre. Se non vuoi stare bene per te stesso, fallo per lei. Non farla soffrire», disse Pino come se gli avesse letto il pensiero. Marco si girò verso di lui stupito.”
    Mi commuove l’idea. Se la madre fossi io, non vorrei che lo facesse per me

    1. È un’illusione farlo per gli altri. Quando prendiamo una decisione lo facciamo sempre per noi stessi, al massimo per la rappresentazione che abbiamo dell’altro, sempre dentro noi stessi.

  2. Ciao Domenico, questo racconto mi piace, e` scorrevole, ricco di spunti su cui riflettere o sorridere. Abbastanza movimentato e con vari elementi che rendono il testo tutt’ altro che prevedibile.
    A presto.