
Inchiostro e dinamite
“Ida, lo sai perché il professore del quinto piano non esce mai di casa dopo le cinque della sera?” domandò Lucia, mentre versava all’amica il primo caffè del giorno.
“Quello è un pazzo rivoluzionario, il mio figliolo che è nella polizia di quartiere mi ha detto che ha l’obbligo di farsi trovare in casa prima del tramonto, pena il confino.”
“Ci vuoi un po’ di anisetta nel tuo?” disse Lucia, mentre ne stava versando un po’ nella sua.
“Sei proprio una viziosa” rispose l’amica, allungandole la tazzina.
“Cosa avrà fatto mai di male quello, per finire così?” domandò Lucia.
“Sempre, il mio figliolo mi ha detto che lo hanno beccato in una fiascheria in piazza della Passera ubriaco fradicio mentre recitava versi proibiti, contro il governo.”
“E’ stato fortunato, conosco gente che è finita appesa per molto meno, ti ricordi il figlio del pescivendolo, o il verduraio di piazza della repubblica? se chiudo gli occhi vedo ancora i corpi di quei poveretti dondolare dai platani lungo il viale” disse Ida sorseggiando il caffè corretto, mentre l’amica si riempiva la tazzina con un pò di liquore nostrano.
“Quelli erano terroristi, che volevano sovvertire lo stato, invece il professore, aiutato dalla bottiglia si è messo a declamare parole senza senso. Lo hanno arrestato solo per farlo smettere di importunare i clienti. Ed è per questo che se le cavata con un ammonizione ed alcuni giorni di coprifuoco.” rispose l’amica prendendo la bottiglia e facendosi anche lei un altro cicchetto.
“Fuori fa freddo, facciamo bene a riscaldarci.” rivolgendosi alla Ida.
“Questi sono i giorni della merla” rispose l’amica.
Quella dimora signorile aveva visto tempi migliori, i proprietari avevano trasformato quel palazzo in una squisita pensione, dove il professore era uno degli affittuari più illustri, almeno fino al fattaccio. Gli alloggi al quinto piano erano ricavati dalle camere dei servi. La stanza che il professore occupava era piccola, soffocavi sé ci accendevi una sigaretta, i libri erano raccolti in pile che raggiungevano il soffitto, la luce entrava da un lucernario, da dove entrava anche la pioggia ed il freddo a causa delle guaine marce, ed è per questo che al centro della stanza stava perennemente un vaso da notte ed il letto o meglio un saccone di paglia e stracci era stipato contro il muro esterno, umido e freddo.
La stufa di ghisa, era tra il tavolo ed il letto, senza i soldi per la carbonella, era più un ornamento che altro, cosi la usava come mensola per un più economico fuoco a spirito usato per la teiera, un vizio che si era portato dai suoi studi all’estero. Nessuno lo veniva a trovare, i fatti accaduti in quei giorni gli avevano dipinto un bel bersaglio sulla schiena e lo stesso sarebbe accaduto a chiunque lo avesse incontrato.
Nulla era fuori posto, un maniacale istinto per l’ordine lo si vedeva in ogni dove in quella stanzetta, seduto al tavolino a tre gambe il professore passava il tempo a leggere tutto quello che gli capitava sotto mano, per poi scrivere puntualmente la sua opinione in merito, con in mente una unica cosa “ai posteri l’ardua sentenza”.
La sera del fattaccio si era ubriacato pensando hai suoi amici della resistenza, impiccati lungo i viali, ai loro corpi che penzolavano dai rami dei platani sfogliati, agli sguardi vitrei, al colore violaceo dei segni delle percosse che lentamente si mostravano sulla carne pallida.
Da uomo di pensiero, poco importava dell’esilio, anzi vedeva in questo un occasione per erigere un testamento morale per i posteri, dove spiegare il suo gesto, e di come era stato ponderato fino nei minimi particolari essendo esso solo l’inizio di una serie di azioni. Una vera parabola di gesta atte a sconvolgere chi gli stava intorno e demolire in maniera irreparabile il sistema di questo governo repressivo. “Io oggi smetto di essere un uomo di pensiero e di lettere per legare la mia anima, la mia mente ed mio corpo a filo doppio alla causa della libertà dell’uomo dall’oppressione, io oggi smetto i panni di pecora per quelli di lupo. Dedico a voi questa mia azione rivoluzionaria con la speranza nel cuore di salvare il nostro mondo dal baratro a cui il governo lo sta spingendo” con questa frase il professore ci lasciava, a poche ore dall’azione.
Quando armato di un rudimentale ordigno esplosivo, nascosto in una teiera si lasciava esplodere contro un gruppo di poliziotti della milizia in Piazza della repubblica.
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Molto interessante il fatto che tu abbia diviso il racconto in due parti distinte che poi si ‘incrociano’. Ridicolo e quasi surreale il dialogo fra le due donnette, arricchito di gustosissimi luoghi comuni. Bella la descrizione della stanza del sovversivo dove, credo, tutti noi vorremmo provare a stare. Il finale poi, con il botto. Molto bravo
Finalmente un sovversivo!!! Felice di conoscerti. Ottimo scritto.
Adoro il genere distopico, e con questo racconto mi hai davvero stuzzicato!
Questo racconto ha un po’ il sapore di 1984 di Orwell, mi ha molto intrigato.
Dal punto di vista stilistico, invece, ha bisogno di una rilettura per eliminare alcuni refusi e temporizzare meglio il testo, ma non è nulla di insormontabile.