Incipit

Fra quell’uomo e quella donna c’era qualcosa di irrisolto. Una vecchia storia, forse mai conclusa davvero, affiorata sulla pelle dei suoi vent’anni in brevi giornate di pioggia che il sole rendeva rilucenti. Nei loro incontri casuali, fughe di sguardi, parole rotte e risanate si traducevano in teneri sensi di colpa. Ognuno passava al vaglio le proprie debolezze come fossero steli d’erba calpestati. Non avevano alcuna voglia di sollevarsi, erano venute meno le forze. Da ragazza lei cantava vecchie canzoni popolari. Aveva smesso da tempo, la voce le si era fermata in gola a raccontare l’inespresso. Gli anni erano sfuggiti tra il lavoro e le concessioni varie: in parte ai genitori, tutto ai figli, come se nel tempo di mezzo gli adulti debbano acquietarsi per deduzione. Lo spazio vitale s’era andato riempiendo di lucciole vaporose che si risvegliavano durante la notte in pensieri scomposti. Lui aveva fatto di tutto per normalizzare, per rendere amicale ciò che, negli strati del ventre, ardeva come fuoco. Aveva preteso quella visibilità occulta fatta di buone maniere e lei gliel’aveva concessa. In quella breve stagione furono talmente rapiti che neppure l’amore, quello vero, l’amore altro che ciascuno curava come fiore di giardino, era riuscito a sopraffarli. Così era andata: il tempo aveva riscosso i debiti, preteso fino all’ultimo interesse, lasciandoli sulla soglia dei cinquanta, inerti a trasecolare tra i vicoli del paese. Sorvegliati speciali, confinati per non cedere all’ineffabile. A nulla sarebbe valso, a nulla. Una cosa soltanto si era salvata ma questo solo lei avrebbe potuto confermarlo perché lui pareva esserne immune… ogni tanto, nella mente di lei, si apriva una specie di porta, uno spiraglio intangibile, poco meno che fascinazione. Era lì che lo scarto diventava possibile, la realtà perdeva aderenza e rifulgevano processi antichi di labbra arse e mietiture. Lei, famelica, tornava sulle colline, ritta come sentinella si fermava a guardare in basso, scandagliava la vallata da cima a fondo. Lo attendeva al varco come fanno i buoni cacciatori, senza fiatare: prima o poi sarebbe arrivato. D’altronde era la sua unica preda. Un’idea folle ma, ad ogni istante, più concreta: lo avrebbe azzannato, come fanno le lupe di montagna, sì, lo avrebbe sgozzato fino a lasciarlo esanime ai piedi dei ligustri…

… aveva quel biglietto tra le mani, lo sfregava nervosamente: era talmente logoro, scritto a penna biro, le lettere sembravano lunghe teorie di radici ruminate nella terra: “quando i lillà per l’ultima volta fiorirono davanti alla porta e la gran stella a ponente si tuffò presto nel buio, io presi il lutto, che rinnoverò ogni volta che torni primavera. N.S. 24 giugno 1987”. Non ricordava il poeta e nemmeno il senso di quelle parole ma questo era già qualcosa e lo sapeva: le cose intorno, del resto, non erano mutate anzi, nonostante, gli anni, erano rimaste uguali. Glielo aveva scritto lui, questo lo sapeva bene, a margine c’erano le sue iniziali seguite dalla data. La notte prima, di San Giovanni, si erano trovati nella casa, la comune di Villacimosa: la meta agognata con le stanze aperte sul cortile, la grande dimora di famiglia che, d’estate, assorbiva il respiro delle fatiche invernali, avvolta nella frescura delle roverelle, intrisa di odorosi percorsi mattutini, di angoli ombrati e freschi giacigli. Nella sua memoria la realtà materiale, all’apparenza solida e tangibile, era invece pervasa di allusioni e rimandi simili a quelle scene di film di guerra, dove il regista si diverte a ingannare lo spettatore con piani sequenza veloci che trascurano l’essenziale: lunghe code di alberi che farebbero pensare a cerimoniose processioni, paesaggi sonnecchianti da indurti a conciliare con l’esistente, poi però qualcosa si avverte, sullo sfondo, una tensione quasi imperscrutabile, la polvere di una jeep militare piena di soldati che segue le vie contorte della rotabile, i terrazzi bianchi squadrati, come dei cubi sovrapposti, e strani personaggi in divisa che richiamano l’attenzione, forse ribelli in attesa dei soccorsi. I soldati sulla jeep scaricano i mitra in aria, urlando frasi incomprensibili. I civili si riparano nelle case. “E’ perchè non ho detto tutto…” pensò, ritta sulla collina “… non mi ha lasciato finire il mio racconto. Non gli conviene!”

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Discussioni

  1. Mi è quasi si parso che questo tuo racconto abbia un duplice piano. Quello di una realtà scommessa e affaticata dalla quotidianità dove i due si trovano e, nonostante tutto, ancora si cercano. E quello di una realtà che forse esiste solamente nell’immaginario di lei, dove gli amanti si trovano in una maniera diversa e appagante. Lei è stanca, si sente, molte cose l’hanno forse ‘spenta’ eppure nel suo ventre la fiamma brucia ancora. Fra quei due c’è sicuramente qualcosa di irrisolto. Auguro a lui di lasciarsi prendere per mano e condurre, di affidarsi, perché credo che lei sappia benissimo dove andare. Molto bravo.

    1. Grazie Cristiana, la tua profondità nel commento denota, come sempre, un’attenzione rara. I due piani di cui parli corrono paralleli nel verso della storia: è lei che tiene le redini e detta la direzioni ad entrambi, nonostante le asperità a cui è dovuta sottostare in passato. La protagonista riesce a trasformare in materia tattile il sentire presente. Non so se lui sarà in grado di affidarsi e reggerne il peso. Grazie ancora e buona scrittolettura.