Indennità

Serie: Frammenti di nero


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ( I racconti sono disconnessi, a meno che non presentino collegamenti resi evidenti da me)

Io sono, essendo esisto. Ma dire “io sono qualcosa” vuol dire limitarsi a una identità, una semplice realtà bidimensionale. Tridimensionale, più precisamente, perché il tempo è la terza, ma solo per chi è capace di cogliere la differenza fra notte e giorno, alba e tramonto, vita e morte.

Io sono, dunque, perché sin dalla nascita non ho distinto le variazioni temporali. Quando assieme ad altri contemplavamo il variare della posizione del sole nel cielo, loro esclamavano a causa di stupore, io tacevo assorto nei miei pensieri. La mia vita è stata un’immagine, consegue.

E così io sono tutt’ora una figura immota. Ma non sono così da sempre. Fui altro.

Il mio nome preferisco tacerlo, per non far cadere la vergogna sui miei famigliari, per quanto siano comunque innocenti, come ben si potrebbe dimostrare.

Nacqui in una famiglia che rientrava abbondantemente nella norma che vigilava alla fine della seconda metà del nostro secolo.

Avevamo una villetta nelle Highlands, terre ventose e che solo negli ultimi anni della mia prima fanciullezza si stavano affollando. Presentava verdi colli e aspre montagne e queste mi tenevano compagnia nei miei giochi infantili nelle mattine nebbiose e nei pomeriggi mal illuminati. Colpa le nuvole per essere sempre state sopra la mia infantile testa.

Ero il terzo figlio dei cinque che ebbero i miei genitori, e, forse come mediana di una stirpe particolare, dopo di me i miei fratelli erano neri di capelli, mentre i due più vecchi avevano i capelli ramati. Io avevo corte ciocche di biondo cenerino. Non si capì mai il perché di questa varietà di colori fra noi, in quanto i nostri parenti presentavano tratti più simili a quelli dei mediterranei, neri i capelli, scuri gli incarnati, gli occhi di mielato bruno o nero carbone. Neppure i due più vecchi condividevano qualcosa con i nostri genitori, se non una vaga colorazione dei capelli. Epperò, la consistenza, la resistenza, le sfumature, erano comunque diverse.

Giocavo da solo buona parte delle volte, e mi posso scusare di fronte ai miei giudici e alla accusa di aver provato poco affetto, dicendo che i più vecchi erano stati impiegati nei campi, ad aiutare la gestione dei poderi paterni, mentre ei più vecchi ancora rimanevano o al seno della balia, o articolavano scarse e tiepide parole.

Ero solito correre lungo i campi, vicino ai corsi dei fiumi. E mi arrampicavo su per gli alberi, trascorrendovi là sopra anche buone porzioni delle mie giornate. Non mi potevo allontanare troppo, come ordinava la mia tutrice, la signora S., e così potevo percorrere brevi tragitti prima di dovermi fermare perché richiamato dalla signora, la quale mi riportava indietro prendendomi per il braccio. Mi riportava verso qualche punto in cui ero più facilmente visibile, e poi lei tornava a tessere bei lavoretti con lana, ahimè, di mediocre qualità. E io allora me ne stavo seduto sull’erba, su un telo per non sporcarmi con i perenni fanghi, e la contemplavo. Ho dimenticato di dire che la signora S era particolarmente graziosa e curata, e che al tempo di cui sto parlando aveva all’incirca vent’anni. Mi si vorrà biasimare la scelta di riferirmi alla mia tutrice con il titolo di signora, data l’età davvero verde e il suo stato maritale. Infatti, ella non era sposata, non aveva fidanzato, ma aveva corteggiatori. La vedevo allontanare con sguardi severi uomini e giovani impertinenti che si affacciavano su quel nostro angolo di giardino, e li studiavo studiare la sua snella figura, gli occhi azzurri, la carnagione bianca perlacea, i capelli colore noce, raccolti all’indietro per dare loro la forma di un diadema. Pur nel suo abito ruvido e grezzo, forse, anzi, certamente più degno di una vecchia tapina che di lei, ella era davvero bella e ligia ai suoi uffici.

Aveva una voce che uscendo da lei non poteva essere che melodiosa, per il principio del bello che genera bello, e quando parlava nel suo francese nativo ecco che mi era davvero piacevole ascoltarla. La signora S non conosceva l’inglese in quanto nel Lussemburgo, come il lettore saprà, si imparavano solo il francese e il tedesco; venni a sapere solo successivamente che i suoi genitori erano italiani che erano emigrati nel Lussemburgo quando lei non era ancora nata.

La signora S. imparò l’italiano grazie ai suoi genitori,  ma non lo parlava mai, a eccezione fatta di quando la vedevo reincontrarsi con loro. Ogni tanto arrivavano a salutarla, quando avevano occasione. Succedeva di rado, perché oramai negli ultimi anni si erano spostati al sud di Londra. Dopo che raggiungevano la metropoli inglese in treno, prendevano una carrozza a basso costo, di quelle che portavano anche fino a dodici persone, e giungevano in Scozia, dove lavorava la loro unica figlia. Mia madre ci teneva a salutarmi con il dovuto rispetto per anime “cristiane” quali erano loro, pochi esemplari in paesi di un Nord Europa oramai ugonotto. La madre mia era una fervida credente, e sicuramente devo a lei la mia fervida credenza nella scienza come mezzo per debellare malesseri e spiegare ogni fenomeno, per quanto oramai mi sia difficile capire cosa davvero possa esser dimostrabile e cosa meno. Oramai non credo in niente, mentre mia madre, lo ripeto, era davvero fedele al mestiere del cattolico, come mio padre.

Passavo così giornate fra i giochi sotto la sorveglianza della signora S. e fra le litanie che udivo dalla cappella, dove continuamente venivano fatte suonare polifonie sinfoniche per mia madre.

Si svegliava la mattina prestamente, e, dopo una prima rapida colazione, si recava ancora con le vesti del sonno in cappella, ci fosse stato il buio tetro delle morenti notti di inverno oppure le prime albe paradisiache dell’estati shakespeariane, così che assieme a lei si risvegliavano i nostri cuori, e allo scendere della notte noi eravamo gli ultimi ad addormentarci, cullati dagli echi delle campane.

E assieme a lei, andavo anche io, e contemplavo un’arte fatta di immagini, di forme, id icone, che, anche se erano relativamente moderne, comunque rimanevano per me eterne, come messaggi di qualcosa che dovesse essere tramandato di generazione in generazione. E, cosa più interessante, la mia immagine preferita era quella di San Tommaso che toccava la piaga di Cristo. Passai più momenti nella mia vita a rimuginare su cosa potesse dirmi quell’aspetto così umano della religione.

Ma andiamo avanti.

Crebbi, e a me, invece che le giornate nel fango o nelle steppe aride dei campi paterni, fu dato un biglietto di viaggio per Cambridge, dove mi sarei dovuto applicare nello studio di lettere, dacché nel paese natio stavano per aprire una piccola scuola.

Dovetti andare, per quanto care mi furono le terre mie, e care è tutt’ora la loro immagine a me, ché non le vidi più, né mai più rividi i genitori miei.

Viaggiai, e andai ad albergare a Cambridge, dove conobbi i freschi dipinti del travolgente William Turner. Dipinti che mi vennero naturalmente a cuore, data l’asperità della trattazione dell’aspetto, come inumano è anche l’ambiente in cui vissi i miei primi vent’anni.

Assieme ad amici, bevevo le sere, camminavo per le strade con ancora i bagliori dorati che si vedono da brilli al posto delle fiaccole, e le mattine mi mostravo nelle aule antiche.

Mi capitò più volte, dopo nottate in cui corruppi i miei nervi e sensi con oppio e vini vari, di sentire nelle stanze dell’università i sospiri di chi è tornato all’Assoluto, alla completa disgregazione della sua immagine, a rifluire nel caotico conglomerato di identità. Sentivo suoni funebri dei morti, di coloro che avevano lasciato questo mondo solo in corpo.

Venne prima la sensazione che io non fossi sano, che ancora avessi la sbornia da metabolizzare, e così non mi preoccupai di alcuna cosa. Ma, man mano che mi parve che fuori dalle grandi vetrate ad ogiva ci fossero figure sedute sugli alberi; quando vidi che dipinto il signore H., vecchio e illustre magister dell’università, muoveva gli occhi suoi dall’alto del muro a cui era appeso la tela; quando notai che l’inchiostro mio, nel calamaio, si muoveva anche senza venir sollecitato, ebbi la sensazione che qualcosa di straordinario stesse succedendo. Mi guardai attorno, ma non ebbi tempo di poggiare il mio sguardo su qualche mio compagno, che fui sgridato per la mia solita incostanza e volubilità.

 

fine prima parte

Serie: Frammenti di nero


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. La storia vista da “uno sguardo dall’alto” appare piena di buoni spunti e anche scritta bene, come osservato da @joe8Zeta7 . Ti ho già fatto sapere che sono un po’ affezionato a questo modo di scrivere che anche tu stai usando, così come a certe tematiche da te trattate; ma considerazioni personali a parte, per rendere davvero questo racconto degno di quello che vuole narrare, maggiori accorgimenti nella forma sono d’obbligo. Ci sono alcune ripetizioni qua e là che purtroppo fanno lo sgambetto alla lettura, come quel “e li studiavo studiare la sua snella figura” ed altre.. Se già non lo fai, ti consiglio di dedicare il tempo necessario anche ad un’accurata revisione dei testi, oltreché alla stesura. Te lo dico soprattutto perché credo tu abbia delle ottime potenzialità da offrire a questa piattaforma 🙂

  2. Ha dei buoni spunti, però ci sono alcune cose non ho ben chiare:
    1. Nel parlare della tutrice, scrivi che conosceva anche l’italiano, ma che non lo parlava mai, perché non in uso in Lussemburgo. Però, il protagonista si trova in Scozia, nelle Highlands, mentre la tutrice sembra avere origini italiane. E quando la famiglia si reca a trovarla viaggia fino a Londra, per poi, solo eventualmente, proseguire fino, appunto in Scozia. Non c’è una discordanza di luoghi?
    2. Il protagonista lascia la Scozia per andare a Cambridge, presumibilmente all’università. Però, questo non viene minimamente esplicitato, ma si parla solo di “aule”. Secondo me, andrebbe reso più evidente questo aspetto, perché sembra quasi apparire dal nulla.
    3. “Io sono, essendo esisto”: la forma corretta è “Io sono, dunque, esisto”, Che poi, sarebbe il Cogito Ergo Sum cartesiano.
    4. Ci sono alcune imprecisioni e ripetizioni nelle parole, facilmente eliminabili con una rilettura più attenta.

    Sono curioso di leggere la seconda parte per capire cosa avviene a Cambridge. 👍😊