
Interconnesso
Le mie mani accarezzavano il suolo, umido per via della rugiada mattutina. Riuscivo ancora a vedere le goccioline penzolare dai fili d’erba o dai petali di fiori. Presto si sarebbero asciugate alla luce del sole, ma per il momento erano ancora lì, resistevano al calore ancora flebile dei primi raggi, ed al contatto con essi brillavano nei loro ultimi istanti di vita. Avanzai verso la spiaggia, affondando la pianta dei piedi nella sabbia ancora fredda. Mi fermai alla riva, dove l’acqua la bagnava fino a renderla scura e corposa. Il mare era calmo, il sole era timido, di vento non ce n’era: piuttosto, c’era una leggera brezza salmastre della quale mi riempivo i polmoni. Mi voltai di spalle, osservando la città immersa in un profondo silenzio. Pochissime finestre erano illuminate, per il resto riuscivo a vedere soltanto i lampioni, che facevano luce alle strade prive di passanti. Percepivo una dolce calma che raramente si riusciva a cogliere quando il sole già era alto nel cielo, le strade venivano travolte dal traffico, i negozi aprivano le serrande e facevano luccicare le insegne. Sembrava che tutto fosse addormentato, e gli unici suoni che mi accarezzavano le orecchie erano il canto degli uccelli e lo scrosciare delle onde.
Alla vista di quello spettacolo silenzioso, oltre alla calma sentivo anche una profonda tristezza. Se solo il tempo si potesse fermare, pensavo, e la vita potesse essere tranquilla come questo momento. Ritornai ad osservare le finestre, quelle luminose e quelle buie, chiedendomi chi ci potesse abitare, com’erano le vite di quelle persone, di cosa erano fatti i loro sogni. Se anche loro avrebbero gioito di fronte alla tenue luce dell’alba, al grattare della sabbia sotto le cosce, alla vista della rugiada – che ormai si era quasi completamente asciugata – alla sensazione di freschezza dell’acqua sulle braccia. Se anche loro non vedessero l’ora di riempirsi i polmoni di quell’aria piena di salsedine, o di ascoltare il canto degli uccelli. Perché era diventato così raro prendersi anche solo un momento per sedersi, per smettere di rimuginare sul passato o pianificare il futuro, ed apprezzare il presente? E perché ciò che era convenzionalmente considerato presente era quasi sempre privo di tutto ciò che lo rende tale? Il presente, per me, era esattamente quello: il mare. Nel mare era impossibile trovarci passato o futuro. Il mare era un eterno presente. Le onde avanzavano, svettavano contro il cielo e si infrangevano sulla riva, disperdendosi in schiuma. E, prima che si potesse anche solo formare un pensiero, si riusciva a vedere lo stesso meccanismo ancora una volta: le onde arrivavano, si alzavano e si spezzavano contro la sabbia, contro gli scogli, contro i piedi. Così, all’infinito. Né futuro, né passato. Un presente che, testardo, continuava a farsi vivo. Perché, allora, avevamo perso il contatto con il presente? Perché avevamo perso il contatto con la natura, con noi stessi? Le radici di un albero si intrecciano nel suolo come i fasci di fibre nervose percorrono il nostro corpo, mentre dai nostri occhi sgorgano le stesse acque salate che, imperterrite, si infrangono sulla costa all’infinito. Nei nostri polmoni arriva l’aria che ci donano le piante, e nelle nostre vene ed arterie scorre lo stesso sangue di un cervo, di un passero o di un montone. Eppure, era stato così facile per noi dimenticare da dove fossimo generati. Avevamo con fretta sputato sulla Terra che ci dà la vita, avevamo messo un cartellino del prezzo alle montagne, alle colline, al suolo, avevamo stuprato le nostre risorse, avevamo inquinato col sangue le acque pure dei mari, dei fiumi, della pioggia. Ed eravamo contenti così, o almeno pensavamo di esserlo.
Mia nonna, che era un po’ come me, mi diceva sempre che esistono tre tipi di anime: quelle completamente addormentate, troppo prese dalla frenesia della vita per volgere uno sguardo al mare o al tramonto; quelle più sveglie, che apprezzano la natura in tutta la sua bellezza, ma rimangono ignare o indifferenti di fronte al dolore che la affligge; ed infine, quelle che riconoscono la natura come parte di noi, o meglio, che riconoscono se stessi come parti della natura. E che non chiudono un occhio di fronte alla sua – nostra -sofferenza. A volte, si tratta di un’unica anima, diceva la nonna. Può capitare, infatti, che queste tre anime non siano altro che tre fasi di crescita personale che seguono un ordine preciso, altre volte invece si alternano costantemente. Spesso perché non si ha tempo, o non si ha la forza, di accettare l’ultima fase. Quando la si raggiunge, però, tornare indietro è soltanto un’illusione: una volta assunta quella consapevolezza, non si guarda più al cielo terso estivo con gli stessi occhi. E che sia una fortuna o un supplizio, quello dipende dalla prospettiva di ognuno. Io penso sia un po’ entrambe.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Bentrovata, anima notturna. È il primo tuo scritto che leggo e mi è piaciuto. Non è un racconto, non ha dialogo né una trama, è più un pensiero che si snoda dentro e fuori l’animo del protagonista. Un pensiero comune, direi universale nella sua ovvietà, detto in senso positivo. È ovvio che le cose stiano così, è ovvio che l’animo umano debba sentire l’attrazione della natura alla quale appartiene, è ovvio il dolore che proviamo nel vedere lo scempio che di questa natura stiamo facendo. È ovvio, eppure una porzione maggioritaria, almeno in termini di potere economico e politico, non sembra capirlo.
Forse le cose stanno cambiando, lentamente e con difficoltà, perché dopo un trentennio di rifiuto, di negazione dell’evidenza, molte coscienze stanno tornando a vedere. E la tua fra le prime, con in più il dono di saper usare la scrittura per aprire gli occhi agli altri.
Il tuo scritto mi è molto piaciuto. Grazie per averlo condiviso. Non sei sola.
Si spera che le cose stiano cambiando, e soprattutto spero che più persone si rendano conto di avere il potere di farlo. Grazie a te per avermi lasciato questo bellissimo commento, e per il tuo supporto!
Mi trasmette così tanta pace, ordine e riflessione. Davvero molto bello.
Sono felice che ti abbia trasmesso delle belle sensazioni e ti ringrazio davvero tanto per le belle parole!