Interludio: arte notturna

Serie: Frammenti di nero


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La protagonista si è svegliata nella mezzanotte e si mise alla ricerca di qualcosa da fare nell'attesa delle venuta del giorno. Alla fine, si mette alla ricerca di pennelli per disegno. Ambientato nel diciottesimo secolo, da qualche parte in Scozi

Il salotto era nella semioscurità, illuminato per neanche un quarto dalla luce che la Luna emanava, mentre il resto della stanza era completamente avviluppato nel nero notturno. Le ceneri si erano sicuramente spente tutte, e neppure le scintille facevano più compagnia. Se n’erano andate dopo essere spirate, e ora faticavo a distinguere gli oggetti.

Ero lì a fissare quella stanza da qualche minuto, e avevo lasciato le scale già da una decina di minuti. Avevo i pennelli fra le mani e alcuni lapis fra i fianchi e gli incavi delle braccia, e forse avevo pure un paio di fogli tenuti pericolosamente fra delle dita, ma non ricordo bene. Ero lì perché avevo ceduto alla tentazione di controllare se mio padre stesse dormendo bene. Sfortunatamente, non vedevo niente e non sentivo alcun rumore, e questo mi portava a pensare che se ne fosse andato a dormire nelle sue stanze; eppure, alla volte percepivo anche un flebile respiro, e mi chiedevo se dovesse andare a verificare se fosse il suo. Se fosse stato mio padre, però, sarei potuta arrivare a svegliarlo camminando sulle travi di legno e facendole scricchiolare. Ero combattuta, e sentivo che il sonno se ne tornava a bussare ai miei occhi. Mossi un piede, e sentii un acuto rumore di vecchia legna che si piegava. Mi fermai per qualche secondo, cercando di capire se avessi svegliato qualcuno, ma i miei sensi non sentirono alcunché. Per quanto fosse fresco, fra quelle pareti, sentivo che la mia fronte era imperlata di piccole goccioline di sudore. Feci un altro passo, e stavolta non si sentì alcun rumore. Avanzai ancora di qualche passo, inudita, fino a quando non mi trovavo vicino ala poltrona dove avevo lasciato mio padre. Ero dietro lo schienale, e continuavo a non capire se ci fosse qualcuno seduto sulla poltrona. Non vedevo lo scalpo di mio padre, né i lineamenti della sua testa, vista da dietro.

Un fulmine colpì il cielo, un tuonò fracassò la quiete, e un lampo incendiò la stanza. Sussultai a quella improvvisa rabbia del meteo. Mi ricomposi dopo qualche secondo, e intanto la quiete tornava fra quelle pareti. Andai avanti ancora e ancora, per piccoli passi. Oramai ero abituata al buio che aleggiava da quelle parti, per cui capivo dove potevo muovermi. Ero vicino alla poltrona dove poche ore prima mi ero seduta. Alla fine avevo la poltrona dietro di me, e la guardai. Era vuota, e questo poteva significare per me che mio padre si fosse recato nelle sue stanze. Tirai un sospiro, perché sapevo che potevo tornarmene in camera mia, al caldo. Quella stanza aveva qualcosa di solitario e guardingo. L’avevo notato per la prima volta quando Alger vi era entrato, e ciò che mi colpì fu che avevo pranzato e cenato fra quelle mura per anni. Alger aveva tolto dai miei occhi la familiarità con quel luogo. Andai verso l’uscita e risalii le scale, lasciandomi dietro i rumori di altri tuoni, come pennellate bianche e luminose su una superficie nera e blu oceano.
“Costance!” Veniva da qualche parte, ma non sapevo dire specificamente da dove. Al lettore dico che Costance non era né è il mio nome, ma quello di una fedele serva di mio padre.

Mi girai, dunque, e guardai verso il basso della scale. C’era qualcuno, e avrei potuto dire che la voce che aveva parlato fosse quella di Athelstane.
“Costance, vieni! Non andartene, non ora! Dobbiamo essere fuori fra un quarto d’ora.” Quelle parole e quel tono rafforzavano la mia teoria: lì, a qualche passo di altezza da me, c’era Athelstane, ritto in piedi che allungava la mano a me. Cosa si faceva lì, a quell’ora? Sapevo che il maggiordomo non aveva l’abitudine di svegliarsi presto, né di uscire di casa.

“Athelstane, cosa fate?” chiesi, al che l’altro mosse un passo indietro e con tono diverso disse:
“Signora? Siete voi? Cosa fate sveglia a quest’ora?”

“Non riuscivo a dormire, ecco.” Dovevo assolutamente capire il perché di quei comportamenti bizzarri, e per questo dissimulavo il mio scetticismo.

“Volete che vi faccia portare qualcosa da bere? Oppure preferite che vi riaccompagni alle vostre camere?”

“No, niente affatto. Piuttosto, portatemi per favore alla biblioteca, devo assicurarmi che gli ultimi libri che ho letto siano stati rimessi a posto” e mi avvicinai per porgergli il braccio, così che fosse forzato ad accettare la mia richiesta. Sarebbe stato poco cortese rifiutare la richiesta della propria signora. Così andammo, e sentii che Athelstane proseguiva spedito, e sospettavo che lo facesse perché doleva cercare prima Costance e poi dirigersi non so dove fuori dal castello. Volevo che venisse Costance a cercarci, e allora avrei chiesto a entrambi delle spiegazioni.

Andammo dunque alla biblioteca, e lì trovai alcuni pennelli e lapis per disegnare nell’attesa che ci raggiungesse la mia servetta.

Sonnacchiosamente, mi misi a scarabocchiare qualche vaga forma mentre sentivo il tamburellare della pioggia contro le vetrate e le vetrate con coperture a spiovente. Athelstane dovette rimanere con me, per mio ordine. Se ne stava seduto su una piccola sedia di fronte al camino della biblioteca, con le gambe accavallate e lo sguardo meditabondo.

Seguivo il movimento dei suoi occhi fra le fiamme che danzavano dentro la camera del camino, e mi chiedevo quanto tempo ci dovesse mettere Costance per capire che il suo socio non era più disponibile a riceverla. Ogni mio secondo era conteso fra il disegno e la ricerca di suoni di passi nel ballatoio interno, e sentivo che la mia presa sul lapis si era fatta piuttosto stretta e dura, così che mi veniva difficile disegnare le curve. Anzi, i miei scarabocchi erano più simili a forme irregolari geometriche, come quelle che vedevo nei libri custoditi gelosamente da mio padre.

Il crepitio del fuoco amplificava la mia percezione, i miei sensi, e così anche il sommesso pigolio nella pioggia raggiungeva le mie orecchie, così come anche per i sospiri del servo. Cercai di capire cosa potesse essere a trattenere Costance, e soprattutto quale potesse essere la causa di quell’incontro di notte, quando tutti gli occhi erano chiusi e la luce estinta. Che fosse una relazione? Oppure un affare poco raccomandabile? Un piano disdicevole? Oppure dovevano vedersi anche solamente per una semplice passeggiata fuori, di sera? Mi convinsi che nell’ombra e nel buio, lontani da tutti, possono starci solamente coloro che vogliono fare qualcosa di male e impunemente.

Finalmente, sentii un passeggiare fra le pareti del corridoio che passava di dietro alla biblioteca. Era un rumore costante e assai rumoroso. Mi dissi che se fosse stata Costance avrei avuto un granché da ridere, perché mai avrei creduto di incontrare una persona che era rumorosa quando cercava di agire silenziosamente. La grazia di un battitore di pesca, lo posso giurare. Sentii i passi farsi sempre più rumorosi, e intanto sentii che le mia mani sia aggrappavano ai braccioli, mentre Athelstane cominciava a girarsi tutto attorno. Scivolai via dalla poltrona, e siccome il servo mi dava le spalle, volevo che mi desse le spalle, ecco che potei ritirarmi dietro uno scaffale, sperando che il servo non se ne rendesse contro immediatamente. Mi aveva tenuto le spalle da una buona mezz’ora, e da quindici minuti avevo smesso di disegnare, per cui sarebbe stato plausibile se avesse pensato che me ne fossi andata via attraverso una delle porte minori della biblioteca.

Da dietro i libri dell’ultimo scaffale potevo intravedere chiunque entrasse dal portale.
La porta si aprì, e una fiammella entrò. Non era Costance, constatai, perché quelli che vidi erano abiti maschili. Mi chiesi chi fosse a entrare nella dimora, chi entrasse a quell’ora e con l’aiuto di qualche mio servo. Che fosse stata Costance? Quell’appuntamento che avrebbero dovuto avere forse serviva a loro due per capire come far entrare quello sconosciuto. Gocce di acqua piovana scendevano lungo i suoi abiti fradici, e non riuscivo a distinguerne il volto. Aveva degli stivali rumorosi, ma vidi che se li tolse per entrare dentro, forse perché temeva di sporcare il tappeto. Non aveva senso, mi dicevo, perché il tizio aveva comunque sporcato il corridoio con le suole.

Si sfilò un calzone, e poi l’altro, ma dal secondo fece cadere fuori un piccolo sacchetto. Sentii il rumore metallico che veniva da dentro quel sacchetto di tessuto. Erano monete, dovevano esserle, perché solitamente in contenitori di quella grandezza e tipo la gente ci teneva piccole somme. E poco dopo che feci quel pensiero vidi lo sconosciuto tirar fuori dal sacchetto delle monete. Con pollice e indice, schioccando le dita, ne passo un paio ad Athelstane. Il mio servo non si mosse. Non si era mosso nemmeno quando la figura era entrata. Ovvero, aveva mosso la testa, certamente, ma non aveva abbandonato la sedia.

Lo sconosciuto lo guardò da dietro una maschera nera, di quelle che vengono usate nei funerali a teatro. Aveva folti capelli neri. Una statura medio alta, con la testa che non superava però le vecchie porte degli armadi, e un paio di guanti bianchi. Non avrei saputo dire di che tessuto fossero fatti, sfortunatamente. Aveva della calze riccamente intessute. Non riuscivo a vedere altro, da dove stavo io. Avrei dovuto muovermi, ma avevo paura di farmi notare.

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