
In(tre)cci
Serie: In(tre)cci
- Episodio 1: In(tre)cci
- Episodio 2: L’arrivo di Amanda
STAGIONE 1
Ho paura di finire prima. Ciò che mi circonda mi attanaglia nella morsa di una vita che si è presa gli anni più belli. Quelli in cui avrei potuto tutto, perché quegli anni possono tutto. Ci è concesso sbagliare, cadere, rialzarci, ri-sbagliare e mettere a posto le nostre vite. Ho paura di accumulare questo rancore sotto le lucide piastrelle di questa casa. Ho paura di urlare tanto, di non riuscire a respirare per quei singhiozzi che a volte mi assalgono nella notte, quando tutto è silenzioso. In questa casa dove il silenzio è appannaggio della notte e della morte.
Non guardo il foglio mentre scrivo, butto giù pensieri che devono volare dal balcone. Non si dovrebbe scrivere sempre tutto ciò che si pensa.
L’altro giorno, alla risposta ad un messaggio di auguri mandato ad una cara amica mi sono raggelata. Amanda con me non è mai stata così fredda. Forse, lo merito. Poche settimane fa le promisi che ci saremmo riviste. Non mantengo mai questo genere di promesse. Non sono abituata alla costante presenza di qualcuno nella mia vita. In realtà, lei dovrebbe saperlo. È per questo che siamo diventate amiche infondo, no?
Quattro anni fa, nel pieno della pandemia, nel pieno della vita da single — che poi che “vita” se si è in pandemia, ma lasciamo perdere — la mia più cara amica Giulia mi presentò Amanda. Al tempo, Giulia tirava di cocaina ed io neanche me ne ero resa conto. E, forse, dovrei raccontare questo “pre” prima di raccontare il “post”.
Una ragazza appena ventenne sponsorizzava ovunque i suoi lavori da onicotecnica. Giulia, giovane già nel suo nome, energica, gentile, in gamba, viaggiava per tutta Napoli e provincia con la sua pesante valigetta. Che forse, “valigetta” sarebbe da considerare un eufemismo. Non aveva la patente, andava in treno, in autobus e se avesse potuto anche volando, di-volando, divorando. Mangiava il mondo con quella sua energia.
Fui colpita da un suo annuncio sulla bacheca della mia piccola città. La contattai e presi un appuntamento. A quel tempo i primi soldi che guadagnavo non sapevo come spenderli. E probabilmente era questo il segreto per averne sempre: non avere il tempo di spenderli. Si presentò a casa mia in seguito all’appuntamento preso e fu velocissima. Fece un lavoro che mi fece rivalutare l’idea di poter vedere quelle unghie così lunghe su di me. Le diedi cinquanta euro… ne fu scioccata. Esclamò nell’immediato:
“Ma sei impazzita? Io prendo cinque, sto imparando e poi tu mi sembri così perbene sapessi che a volte non mi pagano neanche. Quando vado nei quartieri malfamati a volte mi minacciano.”
“Scherzi? Altre per questo lavoro avrebbero preso anche sessanta euro. Come fai a dirmi che ti devo solo cinque? E poi appunto perché qui non sei in quei quartieri: prendili, a me fa piacere quando una ragazza lavora con tanta passione.”
“Facciamo così: ora me ne dai cinque, se mi richiamerai poi nel tempo ti prometto che col tempo diventerò più brava e mi prenderò di più. Ora sono all’inizio e sto imparando. Devo prendere gente e visto che le altre pagano cinque è giusto che anche per te sia così.”
Non sapevo nulla di lei a quel tempo. Ma dal sudore della maglia con cui era venuta avevo capito che se la fosse fatta parecchio a piedi. Sicuramente le sembrai stupida, ingenua. No, sapevo bene cosa stessi dicendo. A modo mio, le dissi “vali di più di quello che chiedi.” In quella realtà era l’unico mezzo che avevo per supportare ragazze meno “fortunate” di me.
Quel giorno mi parlò del suo ragazzo, dei progetti di vita, che si era fermata al quinto superiore però sapeva bene ciò che voleva dalla vita. Voleva “realizzarsi”, andare via di casa. Non ci mise molto devo dire. Dopo poco tempo divenne conosciutissima in tutta la mia zona. Chiunque voleva lei. Alzò i prezzi e depennò parecchie cattive pagatrici dalla sua lista clienti. Aiutava anche la sua famiglia con quei soldi: madre ludopatica, padre disoccupato, nonna afflitta da Alzheimer, sorella adolescente, in 50m quadri di casa. Diventammo amiche. Non fu una cosa scelta. Successe con una naturalezza disarmante. Quella naturalezza che tra una sedicenne e una ventenne non ti aspetteresti mai ci possa essere. Quel letto in cui dormiva era così piccolo che a stento ci entrava lei, eppure dormivano in due. Vivevano con la pensione della nonna. E lei, appena potette, iniziò a creare dei salvadanai: “soldi per Giovanna”, “soldi matrimonio”, “soldi per la casa”. Nonostante aiutasse in casa non aveva il permesso di uscire se non per lavorare o per stare con il suo fidanzato.
Non ricordo di averle mai offerto un drink, di averle pagato una spesa, nulla di tutto ciò che nell’immaginario sarebbe potuto essere possibile. Al contrario, quando andavo a casa sua mi pregava di restare lì a mangiare. In un tavolo per quattro persone sedevamo in sei. Uno addossato all’altro ma la tavola era imbandita. “Amo, mia mamma ha fatto ciò che ti piace perché sapeva che stasera l’ultima cliente eri tu. Sai che ti metto di sera così puoi restare con noi. Daaaai!”
Alla fine della cena ci chiudevamo poi in camera dove mi raccontava di serie TV, libri e film mai visti, tutti rigorosamente in inglese. Infatti, parlava un inglese che a vederla — guardandola dalla testa ai piedi, con i suoi maglioni leopardati, il biondo barbie, tutto estremamente rosa e glitterato — si sarebbe potuto pensare fosse un lip sync. Si contavano sulle dita di una mano le ragazze che nelle mie zone conoscessero e parlassero un inglese così perfetto. Non ci si può pensare a quanto tutto sia cambiato così in fretta.
Negli anni scoprì vivendo e condividendo con lei quella sua realtà quanto il padre fosse violento. Scoprì che cominciò a tradire quel fidanzato storico con cui si sarebbe dovuta sposare. Scoprì che divenne donna e in un modo o nell’altro avrebbe ottenuto ciò che desiderava: andare via da quella casa.
Ed infatti, quella realtà rimase tale fino a quattro anni fa.
Quel 2020 è stato un anno fatale, per tutte e tre. Il trio insospettabile.
Ero da poco uscita da un percorso di terapia con una brava psicologa, non sapevo neanche io se fossi stata lasciata, se non ero mai stata insieme a quella persona, se fossi caduta in depressione o se mi fossi immaginata semplicemente tutto.
Giulia usciva da un periodo in cui per non lasciare il ragazzo storico (a cui non aveva il coraggio di ammettere di non provare più nulla) aveva cominciato a drogarsi pesantemente. Aveva finito per tradirlo, si era ripulita per questo altro ragazzo e riuscì a liberarsi di quelle catene… per delle nuove, di color argento, super moderne. Ma questo l’ho scoperto solo in seguito.
Serie: In(tre)cci
- Episodio 1: In(tre)cci
- Episodio 2: L’arrivo di Amanda
Bella scrittura. Il testo merita una revisione attenta ma l’argomento è molto interessante. Brava
A me piace tanto la tua scrittura. Pulita, limpida, mai banale e scorrevole. Forse cambierei il finale con un po più di brio. Pero ho una gran voglia di tuffarmi nel prossimo episodio.
Confesso che mi è piaciuta molto la storia. Un po’ meno la struttura, che rimbalza (a mio avviso) velocemente da una cosa all’altra senza darti il tempo di immagazzinare e dunque provare più sensazioni al riguardo. Nel complesso lo reputo un racconto da leggere assolutamente, questa barbie che cresce mi incuriosisce un sacco e devo assolutamente leggere il secondo capitolo.
“La contattai è presi un appuntamento”
un piccolo refuso, errori comuni un po” a tutti. Quando succede a me vengo colto da uno strano nervoso 😂
Sebbene faccia comunque parte della tipologia di narrazione, mi permetto di dirti che secondo me “Al tempo Giulia tirava di cocaina” risulta posticcio. Non credo (personalmente) che nella vita vera una persona reale esprima un pensiero al riguardo così freddo, robotico. Sembra messo li solo perché ci dev’essere. Ripeto, è un mio modesto parere personale e non vuole esser una critica se non costruttiva! Ora continuo a leggere da dove son rimasto
Un inizio che cattura e dei personaggi che promettono bene. Sul ritmo veloce concordo, ma potrebbe anche essere parte del tuo stile. Sono curiosa di leggere i prossimi episodi, brava!
Complimenti Valentina, hai stuzzicato la mia curiosità e aspetto di leggere i prossimi episodi. Sei partita a bomba, le prime righe sono scritte proprio bene e rendono perfettamente lo stato di ansia e disperazione della protagonista! Brava! Per quanto anche il mio parere valga quel che vale, ho notato anche io a un certo punto una certa ‘fretta’ narrativa che forse devi dosare un po’ di più
Grazie per il feedback, sei stato gentilissimo. Nonostante io scriva da anni, solo ora ho cominciato a postare qualcosa. Per questo il mio obiettivo principale è proprio quello di capire le imperfezioni della mia scrittura. Spero di migliorare col tempo… ❤️
Come detto da Cristiana, frena! La storia è bella ed interessante merita di essere “distesa” per renderla più comprensibile, più appetibile. Comunque brava!
Grazie… cercherò di rallentare e sbrogliare meglio quella matassa che è il corso degli eventi così come si presentano nella mia mente.
Una storia di vita vera che inevitabilmente attrae, anche perché sei molto brava nel coinvolgere con le parole e le giuste immagini.
Seguirò con piacere.
C’è molta freschezza nel tuo modo di scrivere così veloce, come se tu mi raccontassi una storia che ti prende tanto e ti mangiassi le parole. E io ogni tanto ti dovessi interrompere chiedendoti: ‘Come, come? Raccontami di più’. La storia mi sembra davvero bella, storia di amicizia e di ampio respiro, una di quelle che ci abbracciano tutti e ci fanno ricordare che molto di ciò che racconti è più o meno successo anche a noi. Ti seguirò volentieri, soprattutto per quel buon sapore autobiografico che si respira. Se posso, mi viene da darti un solo consiglio, che se vuoi puoi buttare nel cestino: dovresti forse fare un po’ di ordine e dire o svelare poco alla volta. Come ti dicevo, la storia è molto belle, secondo me dovresti prenderti il tempo ‘lento’ di raccontarla. Benvenuta su Open 🙂
Grazie mille, il tuo consiglio è preziosissimo per me ❤️