Intrusione

Serie: L'ultimo criminale


Era mezzogiorno e mezzo e il commissario Nowak stava camminando frettolosamente tra le strade della città. La strada principale era colma di gente e di auto che sorvolavano le strade a pochi centimetri dall’asfalto. Nowak decise di prendere un arcobus. Salì sulle scale mobili che partivano dalle due estremità dell’arco e si diresse verso l’area fumatori con la sigaretta già accesa. Dall’apice dell’arco, dove si sedevano i passeggeri, Il commissario osservava le macchine scorrere lentamente sotto di lui. Dopo qualche secondo l’arcobus partì scorrendo velocemente sui binari, e le macchine che vi scorrevano sotto divennero indistinguibili l’una dall’altra. Scese un quarto d’ora più tardi in periferia, dove le telecamere erano poche e per lo più modelli piuttosto antiquati. Dopo qualche minuto di camminata si fermò davanti a un palazzo grigio, i muri erano attraversati da lunghe crepe. Su uno dei lati però risaltava un balcone che ospitava una gran varietà di fiori di diversi colori. Nowak contò i piani fino a quel piccolo orto botanico e citofonò all’appartamento subito sopra.

– Si? – esordì una voce femminile.

Il commissario si schiarì la voce con due colpi di tosse – Mi scusi signora sono della polizia, sono qui per un controllo di routine –

Per un paio di secondi non vi fu nessuna risposta, poi con uno scatto il portone si aprì.

Salite le scale Nowak si fermò davanti a una porta di legno logorata dal tempo, avrebbe dovuto portare al balcone che aveva notato poco prima. Dall’interno della casa proveniva il suono leggero di un’armonica e un forte odore di caffè. Nell’appartamento qualcuno discuteva a bassa voce. Batté tre volte il pugno contro il legno consumato.

– Polizia! – tuonò Novak tirando fuori la pistola con la mano destra e avvicinando la sinistra al viso – Le dovrei fare delle domande signor…– strizzò gli occhi nel tentativo di leggere cosa aveva scritto sulla mano – …Ube… Ubequen… Ub… signore mi faccia entrare! –

Il vociare cessò, lasciando risuonare l’armonica nel silenzio. Il commissario attese qualche secondo, ma non vi fu nessuna risposta. Fece un passo indietro, puntò la pistola verso la porta e le diede un calcio, aprendola con un boato.

Rhineheart e Ubek si erano accucciati accanto alla porta. Erano le tredici, altri dieci minuti e sarebbero stati pronti. La fronte di Ubek si cominciò a imperlare di sudore. La violenza non era mai stata di suo gradimento, gli faceva contorcere lo stomaco. Nonostante ciò, la sua presa sulla pistola era ferma. Rhineheart, che gli stava dietro, aveva invece un’espressione rassegnata.

Ci fu qualche secondo di silenzio poi, con un rumore improvviso, la porta si spalancò. La prima cosa che Ubek vide entrare fu una pistola. Fece uno scatto in avanti e afferrò il polso dell’intruso puntandogli immediatamente la pistola alla testa.

Il tutto durò forse una frazione di secondo e Branko Novak si ritrovò a penzolare dalla gigantesca mano di quell’energumeno dalla pelle scura.

– Mi lasci andare! Giuro che le faccio attivare il dispositivo – gridò agitandosi.

Ubek sorrise – Signor Rhineheart, leghi questo cane da guardia –

Rhineheart attraversò la stanza con passo veloce, teneva la testa bassa e si mordeva in continuazione il labbro inferiore. Tornò mostrando ad Ubek tre cinture.

– Ho trovato solo queste – disse con tono sommesso cominciando a legare l’ostaggio.

Ubek avvicinò il viso a quello di Novak, tanto che i loro nasi quasi si toccavano.

Sorrise mostrando i denti bianchi – È proprio vero che voi poliziotti non servite più a niente –

– Sono il commissario Branko Nowak, quello che state facendo è una pazzia –

– Mi creda, lei non ha la minima idea di cosa stiamo facendo – replicò Ubek.

Una volta legato e imbavagliato il commissario, Rhineheart si avvicinò al suo complice.

– Le posso parlare… in privato – disse con un filo di voce.

Ubek annuì e si assicurò che Nowak non avesse altre armi e che fosse ben legato, poi si diresse con Rhineheart verso la cucina.

– Mi dica – disse.

– Lui non mi ha riconosciuto ma io lo conosco, ho lavorato nella sua centrale. I suoi rapporti con i rappresentanti del governo non erano buoni allora e non saranno di certo migliorati. Si è espresso diverse volte contro l’utilizzo dei dispositivi –

Ubek lo guardò confuso al che Rhineheart fece un profondo sospiro.

– Penso che, se preso nel modo giusto… possa passare dalla nostra parte – sembrava stesse perdendo fiducia nelle sue parole – Mi faccia fare un tentativo, che alternative abbiamo? Ucciderlo? –

All’udire di quell’ultima parola, Ubek si mise istintivamente una mano sulla pancia – No, no… neanche Argo approverebbe – disse con una smorfia disgustata.

Un suono d’allarme interruppe il breve silenzio che era calato nell’appartamento. Ubek e Rhineheart corsero nella stanza dove Nowak era ancora ben legato e imbavagliato. Su uno degli schermi era comparsa una mappa con una scritta rossa lampeggiante: In allontanamento. Sulla mappa un punto si spostava velocemente serpeggiando tra le strade della città.

– Sta succedendo. Ci dobbiamo sbrigare – disse Ubek.

“Se mi dovessi allontanare, procedi immediatamente con il piano”. Così gli aveva detto Argo e così avrebbe fatto.

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