Jérémie

Serie: Erasmus


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Monika è stata interroga

Jérémie Mutombo era seduto in platea. Gambe divaricate, braccio appoggiato sullo schienale e sguardo di sfida al mondo, ad imitare le pose da gangster di qualche video rap.

Il poliziotto gli fece segno che era il suo turno.

Si alzò, salì sul palco e si diresse dietro le quinte scortato.

«Monika» disse con il suo accento francese quando incrociò la ragazza.

La lituana alzò gli occhi e gli diede un rapido sguardo, privo di espressione, privo di sentimento, privo di anima. Jérémie le era del tutto indifferente.

Fuggì via, tra le file della platea.

Jérémie provò vergogna per come l’aveva trattata, per come aveva approfittato di lei per arrivare a Karo.

Mentre la ragazza risaliva le scale in legno, Jérémie riconobbe la felpa che indossava. Sorrise, la indossava la prima volta che aveva fatto l’amore con Karo.

La volta che Monika li scoprì…

«Merda!» gridò Karo appena Monika sbattè la porta violentemente.

Spostò Jérémie e indossò, ancora nuda, gli stivali, poi prese la giacca pesante dall’armadio in ingresso e si fiondò ad inseguire la coinquilina.

Jérémie si vestì in fretta con quello che trovava. Doveva sparire.

Se Pavel avesse saputo della sua tresca con Karo, lo avrebbe ammazzato.

Lo avrebbe ammazzato per davvero.

Prima di fuggire, prese la sua felpa e la lanciò sul letto di Monika. Sperò che la ragazza intendesse il gesto come segno di scuse.

I giorni e le settimane successive furono molto tranquille. Non si rivide con Karo, e la cosa lo devastò. Lei era la luce in un mondo buio. A lezione erano molto freddi e lei evitava qualsiasi contatto fisico con lui.

Poi arrivarono i lividi.

Karo era sempre più chiusa e riservata. Aveva smesso di sorridere. Aveva smesso di mostrare il suo bel corpo con gonne cortissime e vestiti succinti. Era chiusa dentro una corazza di larghe felpe e pantaloni della tuta. Si muoveva lentamente, come se facesse fatica, come se avesse dolore.

Un giorno Karo arrivò con le labbra spaccate, l’occhio gonfio e dei graffi sul volto.

«Sono caduta dalla bicicletta, c’era del ghiaccio stamattina.»

«Cazzate. È stato lui vero?» disse Jérémie.

Karo non rispose ed evitò di guardarlo.

Girò la testa, e il ragazzo notò una cosa.

Con una mossa veloce spostò la sciarpa che la ragazza portava al collo e vide i segni.

Qualcuno l’aveva strozzata.

Jérémie era fuori di sé. Sentì il sangue ribollirgli sotto la pelle.

«È morto» disse alzandosi dal banco.

La classe e il professore rimasero in silenzio mentre lui usciva come una furia.

Si diresse nelle aule di ingegneria, setacciò ogni laboratorio, andò in biblioteca. Niente, quel mostro non era in facoltà.

Attraversò il ponte e si diresse al campus. L’aria era fredda, ma lui non percepiva il gelo. Voleva solo far più male possibile a Pavel.

«Esci stronzo! So cosa hai fatto! Esci!» urlò appena arrivò davanti al suo appartamento, al centro della schiera delle villette.

«Codardo! Esci e affronta l’uomo nero, razzista di merda!»

Gli altri ragazzi lo guardarono come se fosse pazzo.

Un braccio gli passò attorno al collo e lo portò via.

«Che cazzo stai facendo? Vuoi farti ammazzare?» gli disse Ismael, un ragazzo tedesco di origine siriana.

Jérémie lo strattonò ma Ismael strinse più forte e lo guidò via.

«Andiamo a farci due birre, dico ad Abdul di raggiungerci con un po’ di fumo così ti calmi.»

Il caso volle che in quella bettola ci fosse pure Pavel, con il suo amico italiano, Andrea.

La scazzottata che ne derivò divenne già leggenda che le volanti non li avevano ancora portati via. Qualcuno aveva addirittura filmato tutto e postato sui social il video.

La notte passò troppo lentamente e Jérémie pensava solo a come fargli male.

Era stanco di quei grossi bulli bianchi che si credevano i padroni dell’universo. Prendevano e arraffavano come se tutto fosse loro dovuto.

Pavel aveva fatto incazzare il “diversamente bianco” sbagliato.

Radunò una squadra, avvisò sui social che il campus era diventato zona di guerra e che quella sera, chi fosse stato trovato all’aperto oltre l’orario del coprifuoco, sarebbe stato braccato e punito.

La caccia al bianco razzista era iniziata.

Setacciarono tutto il campus partendo dal boschetto vicino al fiume.

Al tramonto, non c’era anima viva. Jérémie non sapeva se dipendesse dalla sua roboante auto-instaurazione del coprifuoco o dalla tempesta di neve che si stava abbattendo.

Di Pavel, nessuna traccia.

Si separarono, abbandonando la caccia e Jérémie si diresse verso il suo appartamento, nel palazzone di dieci piani.

Un’ombra nel buio.

Una sagoma tra la neve.

Qualcosa destò la sua attenzione nel boschetto.

Si avvicinò e riconobbe la massiccia figura.

Pavel.

Un colpo dietro alla nuca.

Puntini luminosi nel buio e poi l’oscurità.

Quando si risvegliò, nella neve notò chiazze di sangue.

Il suo sangue.

Si mise un ciottolo di neve e ghiaccio dietro la nuca per tamponare la ferita.

Dei bisbigli tra gli alberi.

Strizzò gli occhi nell’oscurità.

Una sagoma enorme, Pavel, aveva preso qualcosa da quella più piccola. C’era qualcosa di familiare.

Un ramo si spezzò sotto il peso della neve.

«Cosa è stato?» disse Pavel.

Le due ombre si dileguarono.

La sagoma misteriosa verso il fiume, all’interno del bosco, Pavel verso le villette. Jérémie si nascose dietro un tronco e lasciò passare Pavel.

Aspettò qualche secondo poi si allontanò anche lui.

Fu in quel momento che la vide.

Karo uscì dal palazzone, lacrime negli occhi e una busta di carta in mano.

«Karo!» la chiamò nel buio.

Lei si girò a guardarlo.

Una fitta alla testa lo costrinse a chiudere gli occhi dal dolore. Quando li riaprì la ragazza era sparita.

Poco dopo dal palazzo uscì Monika.

«Che cazzo ci fai tu qui?» le chiese.

Monika guardò oltre lui, nel buio della notte, in mezzo alla neve.

«Niente…» sospirò.

«Sei ferito?» gli chiese notando il sangue.

«Niente di grave» fece il duro Jérémie.

Un sorriso malizioso si stampò su Monika.

«Ho la cura ideale.»

Jérémie guardò ancora verso il boschetto.

«Lasciala stare, sa quello che fa» disse Monika intuendo l’apprensione del belga.

Portò Jérémie al parcheggio. Aprì la macchina e seduti dentro tirò fuori una canna.

Fumarono a turno, prendendo lunghe tirate e poco dopo i loro problemi sparirono.

Ridevano ed erano rilassati. Si baciarono. Scoparono con la stessa intesa della prima volta.

«Quella stronza ti ha usato come tu hai usato me» disse Monika, nuda sotto la giacca, mentre cercava avidamente una tirata dal mozzicone della canna.

«Già…» disse tristemente Jérémie. Tirò fuori l’accendino e accese una canna che teneva nascosta nel pacchetto di sigarette.

«Dovremmo farle provare quello che abbiamo provato noi» disse Monika con uno sguardo pieno di vendetta.

Prese la canna dalla mano di Jérémie. Tirò il fumo dentro la sua bocca e poi lo sputò, lentamente, in faccia al ragazzo.

I ricordi dopo erano annebbiati, come quel fumo. Jérémie era troppo strafatto.

Ricordava delle ombre, segni nella neve ma poteva esserseli immaginati.

L’agente si fermò davanti alla porta di un camerino e bussò.

«Prego» disse la voce della detective Helli Marin da dentro.

Jérémie respirò, cercando di nascondere l’agitazione.

Avrebbe desiderato una canna in quel momento.

Serie: Erasmus


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Discussioni

  1. torno su questa serie dopo una pausa forzata 🙂 e ribadisco che mi piace molto la tua scelta di strutturare questa seconda stagione in questo modo, con un personaggio come protagonista di ogni episodio, così che possiamo conoscerli tutti e provare a decifrarne le motivazioni.

  2. Come fatto notare da altri lettori, apprezzo il modo in cui stai dando ad ognuno dei tuoi personaggi una personalità ben distinta. Mi piacciono molto anche i particolari visivi, come quella felpa indossata da Monika. La trama, più che risolversi, si ingarbuglia ulteriormente e mi spinge a farmi altre domande. Perchè Karo non si è ribellata alla presunta violenza del suo ragazzo? I lividi erano causati da giochi sessuali consenzienti? (magari la vergogna che la spingeva a coprire il corpo era pudore nei confronti di questo suo interesse). Può Pavel, alla fine, essere davvero una delle vittime di quanto è accaduto? Il grande pregio di questa serie è di mantenere sempre viva l’attenzione: niente è mai scontato.

  3. Episodio di suspense. Ancora niente di risolutivo. Forse Monika e Jeremie sono stati ignari testimoni di qualcosa; pero`poco presenti e soprattutto poco attendibili. Impensabile scoprire il o i colpevoli prima del secondo interrogatorio, fra i tanti personaggi coinvolti nella vicenda. Avremo pazienza. A tempo debito sapremo. Nel frattempo finisco il romanzo di G. Faletti “Niente di vero tranne gli occhi”, di 500 pagine. Min… un giallo interminabile.

  4. Che dire… ogni personaggio aggiunge pezzi del puzzle. Il fatto che questo non sia il racconto di Jérémie alla detective, ma i flashback “prima” di entrare, mi fanno quasi avere fiducia nella sua ricostruzione… sempre che non sia una realtà che si è costruito nella sua immaginazione… mi piace sempre di più!

    1. Grazie! È la sua versione dei fatti, ho diversificato il flashback per evitare di ripetere lo stesso episodio con Monika altrimenti gli interrogatori diventano tutti uguali, novità salteranno al prossimo episodio 😉