Jerome il francese

Serie: 2003 – 2007 – quando eravamo giovani


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Non ci vuole mica molto, potete provare da voi e quando volete, anche. Coltivate il silenzio nello stanzino scassato che il destino barando per dritto e per rovescio v’ha dato e solo a spintoni e cazzotti fra l’altro, che alla fine sembra addirittura un favore che vi fa, quello stronzo, invece che truffa. Allora ve ne accorgerete di com’è che girano le cose, io ne ho viste, si può ben dire.

Discorreva così, Jerome il francese, e in quanto ad argomenti non pareva davvero l’ultimo arrivato.

Non era neanche il primo se è per quello, millantatori in fondo lo siamo un po’ tutti, ma comunque idiota quasi per niente, casomai solo un po’ troppo fissato.

Alcolizzato, alto e parolaio, spacciava se stesso a tutte le ore e senza la minima vergogna. Pareva vero.

Bisogna anche dire che ce n’è tanti di quelli, si sa fin troppo bene. Arrivano dalla sera alla mattina, li vedi che bruciano come fuoco, ma sono fatti di carta e però non lo sanno. Pensano ad altro finché il fisico regge. Va da se, non durano molto.

Finiscono di solito con la bava alla bocca in un angolo buio, sempre lo stesso, lo riconosci, non ci batte mai il sole, non passa nessuno.

Allora qualche follia tutta speciale li coglie sul più bello del niente che sono, la sfortuna che si son tirati addosso li acceca, li sbatte per terra. Passa poco e sono persi per sempre, esplodono nei pomeriggi d’estate. Avrete un bel cercare, non li trovate più.

Però, dopo, orizzontali e piantati profondi, per quello che vale, alcuni di loro son santi.

Gli crescono i fiori in testa a uso e consumo di sguardi e commenti più vari. Van via gran fazzoletti, van via sospiri umidicci lanciati verso orizzonti in tempesta.

Pensieri come piume in battaglia forgiano e spingono gli uomini a morire ammazzati anche loro.

L’umanità passeggia fra le tombe per saperne di più. Domandano ai morti dato che i vivi un po’ disgustosi lo sono per forza, non fosse altro che respirano troppo.

L’umanità torna a casa alla sera con pile di libri sotto al braccio e l’impressione di avere colto nel segno ma il più delle volte si sbaglia, capisce quello che vuole capire, non impara nient’altro che quello.

È la verità.

Così uno lì per lì non lo sa la fregatura per turisti che potrà diventare. Non se lo può immaginare. Non ci pensa, altrimenti parlerebbe senz’altro di meno, non lascerebbe niente per iscritto, nemmeno il suo nome.

Comunque era uno che insisteva, Jerome, la guardava da tutte le parti, aveva infatti il tempo e il talento. Così almeno la dava a bere a noi poveri scemi, piazzati lì apposta per credere a tutto per ragioni meccaniche e noia spinta ad oltranza.

Gli esteti, che razza di coglioni, diceva, nemmeno del dolore sanno farci mai niente se non vestitini da portare addosso un giorno solo e poi basta, che bestie, incapaci di piangere proprio come i lupi, gli starebbe bene una catastrofe in piena testa, che li spettini un po’.

Noi chiaramente non ci capivamo quasi un cazzo.

Ma dargli retta era meglio che star lì a far niente, bisognava in qualche modo distrarsi e sotto mano non passava granché, solo i giorni, i mesi e gli anni, non c’era di che riempirli abbastanza.

Lui d’altra parte non chiedeva altro che pubblico e roba da bere. Eravamo d’accordo, allora.

Così io pure, che da un pezzo non ne potevo più di dire e sentire, io pure tendevo le orecchie. Selvaggiamente disperato, brutalmente affranto, accartocciato e piegato com’ero, mi sorprendevo ad ascoltare deliri.

Lasciateli perdere tutti quanti, chiudeteli fuori, mandateli a cagare una volta per sempre, diceva Jerome, e lo stesso non cambierà niente, se non che alla lunga andrà peggio senz’altro. Vedrete, vi verranno a fracassare i coglioni tutti i giorni in mille modi diversi, lo sanno come si tortura un uomo, fosse anche morto.

Continuava.

Si apposteranno di certo, faranno a turno, suoneranno alla porta più volte, o sennò busseranno, telefoneranno nel cuore della notte per riempirvi di scemenze, forzeranno le finestre a furia di baccano e bestemmie, sanno tirar solo urla e sassate, mica capiscono niente, è cosa provata, uno non può nemmeno barricarsi all’inferno, saranno sempre troppi a dargli la caccia.

Poi concludeva

Per quanto decisi si possa essere a farla finita col genere umano, a mollarli in mezzo alla strada una volta per tutte, ce n’avranno sempre una da rinfacciarti, lo troveranno, alla fine, il modo di impiccarti.

Mica scemo, Jerome, ma a cosa mirasse non si riusciva bene a capirlo.

Noi però cominciavamo a guardarci in cagnesco, sospettosi ci controllavamo le mosse a vicenda. Tutte quelle chiacchiere ci davano alla testa, ci disponevano male gli uni verso gli altri.

Nel frattempo Jerome badava ad andare per la sua strada e tanto sembrava bastargli.

Correva i suoi rischi un po’ troppo alla cieca.

Ho smesso di aver paura di uomini e cose, diceva, nemmeno le donne sono più capaci di farmi agguati, mai più, me non mi fregano, ci potete giurare. Conosco i trucchi a memoria.

Jerome diventava sempre di più un esame di coscienza collettivo spinto a velocità scellerate.

Accuse generiche lanciate nel mucchio.

Uno dopo un po’ che l’ascoltava si guardava centomila volte addosso caso mai fosse lui la bestia immonda che Jerome vedeva in fondo ai bicchieri scroccati in giro e bevuti un po’ troppo di fretta.

Calcava la mano per confidenza acquisita e sbadataggine innata, cominciava a lasciare lunghi sconcerti, a dar dispiaceri.

Qualcuno ci restava piuttosto male a esser preso per stronzo e per di più sottobanco. Non gli si poteva mica dar torto.

Vero è che la coscienza pulita non ce l’ha quasi nessuno, allora basta poco per sentire chiamare il tuo nome, basta il vento. O essere solo.

Ma tutto sommato ci si poteva anche passar sopra.

Quello che alla fine l’aveva fregato davvero, Jerome, irrimediabilmente, era il fatto che non ci si metteva mai lui, lì in mezzo, a prender bordate con tutti. Non erano per lui maledizioni e figuracce, era in salvo, superiore così tanto da non doversi nemmeno difendere. Del resto non l’aveva mai spiegata l’origine della sua rabbia perfettamente alata, chiaramente disumana.

C’era piombato tra i coglioni così com’era, un oggetto nero e chiuso che faceva un sacco di fumo e che una volta arrivato non andava più via.

Non capiva per niente, e questo era la sua più grossa disgrazia, che poteva benissimo essere un povero stronzo anche lui e anzi, di sicuro lo era.

Ha finito per sollevare tanto di quell’odio a destra e a manca che prima o poi la doveva scontare per forza.

Finché una sera ha talmente rotto le palle che ci si sono messi in sei o sette a menarlo. Un paio di zampate, bisogna dirlo, tradito dal buio com’ero, le ho aggiunte pur io.

Come che sia l’hanno tritato tanto per bene che deve aver cambiato città, quella volta. Io perlomeno non l’ho visto mai più. Si era conclusa nel più logico dei modi.

Li ha cercati per un pezzo i suoi calci nel culo, alla fine li ha trovati dove sono sempre stati, in mezzo agli uomini, che pur se dimenticano tutto, per istinto di gruppo non perdonano mai una bocca senz’occhi ne pancia.

Poi è venuto giù altro tempo, piovuto addosso a macigni, cresciuto da terra ci si è aggrappato ai piedi e non ci ha mollato più.

È un pomeriggio lunghissimo, adesso, dura da anni, andrà avanti un altro po’ senza cambiar mai faccia, mi guarda fisso e non passa.

Allora in questo cimitero di numeri mi chiedo dove s’è ficcato, Jerome, se finalmente l’hanno accoppato, cacciato in un buco e tappato una volta per tutte.

A guardar bene, infatti, e col senno di poi questo solo cercava, una coltellata nel buio per avere ragione per sempre, che nessuno gliela portasse via dalle labbra, la ragione, per quanto venisse a costare.

Jerome partito da lontano per salvare il mondo tutto da solo.

Jerome, Narciso inchiodato alla croce che cercava nelle parole una fiamma abbastanza potente da gettarcelo dentro, alla fine, visto e considerato che invece non c’era più niente da fare ed era già troppo tardi per tutto.

Intanto da quello che sento è periodo di scopate al telefono, banconote macchiate e facce da cazzo dovunque. Allora probabilmente bisognerà farsi venire un’idea per ricominciare sul serio a parlare, ci vuole coraggio perché di motivi a ben guardare ce ne sono anche troppi.

Quello che scopriamo giorno per giorno è che però non ne siamo capaci, in verità non riusciamo nemmeno a iniziare.

Perciò stiamo fermi, come sempre aspettiamo.

Così, penso, uno come Jerome può ancora servire, che almeno la vocazione ce l’aveva lui, di rischiare la pelle ogni giorno. E quasi per niente davvero.

Serie: 2003 – 2007 – quando eravamo giovani


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Discussioni

  1. Un linguaggio colto, difficile. Non spaventiamoci per il paragone, che non vuole essere irrispettoso, ma mi sei parso quasi un giovane Manzoni che scrive il prologo ai suoi ‘Promessi Sposi’ parlandoci degli umili. Considerazioni molto amare che faccio mie. Interessante il monologo all’interno del quale ascoltiamo le parole di Jerome, come fossero innesti nel testo. Ti leggo sempre volentieri. Mi dai molto su cui riflettere.

    1. Grazie mille, Cristiana, per aver letto e per aver detto la tua…guarda, in realtà questo è un racconto che ho scritto una ventina di anni fa, a poco più di vent’anni. “Jerome il francese” fa parte di una serie di racconti che volevo proporre qui e che sono stati scritti, grosso modo tra il 2003 – 2007. Torri gemelle – crisi economica, insomma…un bel periodino…hanno dentro un po’ quell’ atmosfera lì (credo), quell’angoscia, la sensazione di un mondo che allo scoccare del 2000 è rapidamente cambiato in peggio, visto con gli occhi di un ragazzo pietrificato che in quel mondo deve comunque provare a vivere.

  2. “L’umanità torna a casa alla sera con pile di libri sotto al braccio e l’impressione di avere colto nel segno ma il più delle volte si sbaglia, capisce quello che vuole capire, non impara nient’altro che quello.”
    Caspita. Amaramente vero