Koala 

Serie: Morirò d'estate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ● Alle 15:30, uscii di casa. Volevo arrivare puntuale all'appuntamento con Serena. ●

Quando arrivai nei pressi del bar, ripetei il rituale della volta precedente, entrando in chiesa per poter osservare l’arrivo di Serena senza dare l’impressione di essere troppo ansioso di vederla.

La luce soffusa che filtrava dalle vetrate colorate creava un’atmosfera tranquilla e raccolta. L’attesa però fu breve, poiché la scorsi lì, seduta tra i banchi ancora vuoti della chiesa. Era di spalle, ma la riconobbi subito dai suoi capelli biondi che le cadevano sulla schiena.

Mi sentii travolgere da un’ondata di emozione e nervosismo, e i miei piedi rimasero inchiodati al pavimento, come se fossero stati incollati lì. Mi appoggiai a una colonna, cercando di nascondere il mio imbarazzo, mentre la guardavo con la coda dell’occhio.

Fissava il Cristo Risorto in silenzio, con gli occhi persi in un punto lontano, come se stesse ricordando qualcosa di doloroso.

Mi sentii un po’ in colpa per averla osservata a sua insaputa, e mi ritirai in silenzio, uscendo fuori dalla chiesa, prima che lei potesse accorgersi della mia presenza.

Entrai nel bar, mi accomodai in un tavolino vuoto e fissai lo sguardo fuori dalla finestra, aspettando che Serena arrivasse, mentre dentro di me cresceva la voglia di scappare di nuovo.

E proprio in quel momento, la porta del bar si aprì e Serena entrò, guardandosi intorno con un sorriso. Alzai la mano per farmi notare da lei che mi cercava tra i tavolini, e mentre lei si avvicinava, mi alzai in piedi, cercando di apparire calmo e sicuro. Lei si diresse verso di me, con passo leggero e un sorriso così bello, da sembrare un quadro di un pittore rinascimentale.

«Ciao, scusa il ritardo!» mi disse, mentre si sfilava il giubbotto di jens.

«Ehm, è molto grave, sono le sedici e otto minuti. Dovresti pagare pegno per questo», risposi scherzando e cercando di nascondere la mia emozione.

Ordinammo due caffè e chiacchierammo, persi nel tempo, in un istante che sembrava non avere fine. E mentre i minuti si dilatavano all’infinito, io sentivo di poter restare lì per sempre, a parlare con lei, a guardarla, a essere me stesso.

La osservavo mentre parlava a raffica, e non potei fare a meno di notare il contrasto che c’era tra il sorriso e il suo gesticolare in modo quasi teatrale, e il suo sguardo sfuggente, quasi triste.

Mi chiesi cosa si nascondesse dietro quel sorriso, cosa la rendesse così melanconica eppure così piena di vita. E mentre continuavo a guardarla, ipnotizzato dal movimento delle sue labbra, mi sentivo fortunato.

«Mi togli una curiosità?» mi chiese, mentre con la mano destra scostava un ciuffo di capelli dietro l’orecchio, con un gesto lento e aggrovigliato, e un sorriso curioso e un po’ timido.

«Cosa ti aveva fatto pensare che io fossi una commessa, quel giorno in libreria?» continuò.

«Non so, credo sia stato il tuo modo di muoverti tra gli scaffali come se fossi a casa tua. Toccavi quei libri come se li conoscessi a memoria e avevo avuto l’impressione che mi guardassi con quel classico sguardo da “Ha bisogno di aiuto?”. È per questo che ti ho fatto quella domanda. Volevo fare una buona impressione» risposi, un po” imbarazzato.

«Ah, mi dispiace! Non volevo essere così ovvia. Ma credo che sia un complimento, no?» disse Serena, scoppiando a ridere.

La sua risata riempì il bar, e io non potei fare a meno di ridere con lei.

«Sì, credo di sì» risposi, sentendomi un po’ più a mio agio.

«Mi dispiace, non volevo ridere di te. È solo che… sì, forse sono un po’ troppo a mio agio in libreria» esclamò, portandosi la mano in bocca e guardandomi divertita.

In quel momento per la prima volta, i suoi grandi occhi azzurri sembravano aver perso quel velo di malinconia, rivelando una parte lei che non avevo ancora visto, una parte più leggera e spensierata.

«Anch’io vorrei chiederti una cosa» dissi, spezzando il momento di ilarità.

«Perché mi hai definito strano, quella sera in pizzeria?»

Lei abbassò lo sguardo, mantenendo quel sorriso divertito e malizioso.

«Diciamo che hai un aspetto buffo, ma anche un atteggiamento impostato, un po’ rigido. Quel contrasto mi ha colpito.»

«Ah! Buffo non me lo aveva detto mai nessuno» risposi, sorridendo e sentendomi un po’ imbarazzato.

Serena guardò il suo orologio e si alzò dalla sedia. «Scusami, ma si è fatto un po’ tardi».

«Tranquilla, anch’io ho altri impegni» dissi, alzandomi.

«È stato un piacere passare del tempo con te. E scusami per la buca che ti ho dato la volta scorsa.»

Lei sorrise. «La prossima volta il caffè lo pago io. Sono una donna indipendente, sappilo!».

Scoppiammo di nuovo a ridere mentre lei indossava la sua giacchetta e io mi dirigevo alla cassa.

Mentre uscivamo dal bar, Serena mi disse: «Comunque una cosa l’ho capita di te: tu sei un koala». Non riuscii a rispondere a quella sua affermazione e tornai a casa incuriosito, ma con una serenità addosso che non provavo da tempo.

Aveva ragione la dottoressa Mori, era necessario rischiare. Cosa poteva accadere di così drammatico, se non perdermi l’opportunità di conoscere qualcuno?

La giornata era ancora lunga e la sera ci sarebbe stata la festa di congedo di Dario e Salvo, quindi affrettai il passo.

Prima di tornare a casa, però, mi soffermai un attimo davanti alla chiesa, mi avvicinai alla Madonna in gabbia e osservai quella statua. «Grazie!» sussurrai, come per paura di essere ascoltato da qualcuno. Poi andai via, realizzando anche il fatto che ultimamente avevo detto “grazie” più volte.

Quando arrivai a casa, trovai Dario e Salvo elettrizzati per la loro imminente festa. Mi diressi in camera da letto e cominciai a cercare nell’armadio qualcosa di decente da indossare per la serata. Alla fine, scelsi un paio di jeans e una camicia gialla, che poggiai sul letto e provai a stiracchiare con le mani, cercando di eliminare le sgualciture. Mia madre aveva un dono per stirare tutto con le mani, ma io non l’avevo ereditato.

Dopo aver finito, andai in bagno e feci una lunga doccia fredda, pensando alle parole di Serena: «Tu sei un koala!».

Non capivo cosa volesse dirmi con quella frase, ma poco importava per me. Mi bastava essere qualcuno per lei, e l’idea mi fece sorridere.

Continua...

Serie: Morirò d'estate


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Discussioni

  1. Hai presente quella sensazione di quando torni a casa dopo un primo appuntamento e sorridi senza motivo? Ecco, questo pezzo te la rimette addosso. E quel “sei un koala” è una chiusa perfetta.