
La bambola morta
Serie: Il buco nero
- Episodio 1: La scomparsa
- Episodio 2: L’uccellino del cucù
- Episodio 3: La partenza
- Episodio 4: L’inverno di Dio
- Episodio 5: Gli echi nella tempesta
- Episodio 6: L’incontro perduto
- Episodio 7: Voci dal vuoto
- Episodio 8: La bambola morta
- Episodio 9: L’uomo dal cappotto grigio
- Episodio 10: Adele e Guglielmo
STAGIONE 1
Nonostante la vicinanza alle fiamme avevo freddo, forse per il pensiero fisso della neve. Tra poco le avrei raggiunte. Se avessi cominciato a contare con lentezza da uno a duecento, mi sarei calmato, ascoltando il mio respiro. Ma il rumore delle fiamme e della neve era più forte del flusso del mio respiro e della capacità elementare di contare. Non mi era facile contare fino a duecento e fare nel frattempo altre cose. Eppure le fiamme non avevano un tempo, nemmeno la neve, quando dalla cucina sentii infrangersi dei vetri. Feci un sobbalzo, senza muovermi da dov’ero. Forse era un modo per attirarmi lì. Una strategia di Arianna, che avrebbe chiesto a sua madre di rompere qualcosa – un piattino da dolce, una tazza, una brocca – in modo da attirare la mia attenzione e ricondurmi lì, come entrambe avrebbero desiderato, al loro cospetto. O forse era stata un’idea di sua madre, risentita per il fatto che non mi fossi mosso per salutarla e sua figlia Elvira non fosse con me.
Mi sentii impossibilitato a compiere qualsiasi azione. Cominciai a prendere calore, contando da uno a duecento, sperando che alla fine del conteggio mi sarei deciso a entrare in cucina e salutarla come dovuto, con gli occhi bassi di uno studente impreparato. Il conteggio avanzava con la massima precisione. Ero quasi arrivato a cinquantacinque. Arianna ritornò quando ero a sessantasette, comunicandomi che non era più necessario che le raggiungessi in cucina. «Troppo tardi, ormai» mi fece, richiudendo la porta alle sue spalle e avvicinandosi lentamente al camino, col fare di una conversa. Mi domandò cosa stessi facendo, scorgendo il movimento delle mie labbra fluorescenti concentrate nel conteggio, senza ascoltare alcun suono. Le feci un segno misterioso con la mano, lei non comprese. Insistette, ma io dovevo contare e continuai a farlo, nonostante la sua interferenza. Non potevo fermarmi, ma non riuscivo a comunicarglielo.
«Ottantuno, ottantadue, ottantatré, ottantaquattro, ottantacinque» le sussurravo, ma lei non capiva. Non sentiva bene i numeri, ma solo il crepitio antico delle fiamme – eppure ero convinto che fosse chiaro che stessi contando. La vidi preoccupata. Avrei voluto rasserenarla, ma senza le parole non ero in grado di farlo. Un bravo attore avrebbe sostituito al conforto delle sue parole un movimento leggero ed eloquente, uno sguardo rivelatore, ma non io. Arianna si arrese, dicendomi che avremmo dovuto riparlarne più avanti, insieme ai suoi genitori. Alle sue parole sbarrai gli occhi, come nell’imporle un divieto assoluto di un qualsiasi confronto con i suoi genitori. Il suo viso, dopo il lampo tremendo della mia espressione, mutò e di colpo impallidì, quando avevo già superato un centinaio di conteggi:
«Centododici, centotredici, centoquattordici, centoquindici, centosedici». Poi si allontanò, sconfortata. I numeri continuavano a sbattere come denti contro il fuoco in un ingranaggio fobico, irreversibile. Ormai non ero più io a contare, ma loro a persistere contro la mia volontà. Temevo che arrivato a duecento il conteggio sarebbe andato avanti da solo, senza di me, risucchiandomi nel suo vortice matematico, come un suo fattore numerico e non più umano. Non potevo prevedere una situazione del genere, ormai del tutto fuori controllo. Un uomo non era un numero. Nemmeno la neve, le case, la pioggia, i capelli e gli stivali di Elvira nella notte fonda lo erano mai stati. Non erano elementi contabili, misurabili o sostituibili in alcun modo.
Ero vicino alla meta, non avevo mai ritardato o accelerato. Tutto scorreva in una sua progressione naturale – mentre dal corridoio riaffioravano le voci striscianti della madre e della figlia. Sarebbe stata una possibilità di fermarmi a duecento, per poi richiamare con odio il nome di Arianna, o semmai della maggiore, Elvira, in modo da verificare se fossi tornato in possesso dei sentimenti delle parole e non solo dei numeri freddi e insensibili della progressione. Avevo deciso di contare per ingannare un’attesa, o per darmi un mio tempo limite prima di raggiungere la cucina, nonostante non fosse più necessario, a detta di Arianna – sempre se non mi avesse ingannato, come aveva già fatto sua sorella.
«Centottantaquattro, centottantacinque, centottantasei, centottantasette, centottantotto…» e il mio respiro si calmava, pensando che il numero duecento fosse prossimo. Non sentivo più le voci di Arianna e di sua madre, che fino a poco prima erano presenti, dietro la porta chiusa; o forse era il sonno arcano dei numeri, che si avvicinavano inesorabilmente a una fine. Ma i numeri non avevano una fine, per quanto sapessi. Il numero duecento non era che un margine d’ufficio che avevo stabilito per puro caso, in modo arbitrario, senza volerlo. Mancavano solo otto numeri:
«Centonovantatré, centonovantaquattro, centonovantacinque» e io affannavo. Il tempo era lo stesso, non lo perdevo – ne restavano due:
«Centonovantanove, duecento» quando mi fermai, esplodendo in una risata terrificante ma liberatoria. Avevo preso una paura inutile, per così poco, poi. Che follia! Era davvero infantile la mia risata, mentre il mio umore era cambiato, e intanto mi avviavo, col viso accaldato, verso la porta socchiusa della loro camera. Il corridoio, dove fino a poco prima percepivo le voci, era tornato deserto, come prima del risveglio inatteso della donna, così la sua cucina dei sospiri, dove mi affacciai per pochi istanti, impressionato dall’oscurità dirompente; solo dalla camera da letto dei genitori si intravedeva un lucore fioco, ammalato, quasi un lamento di luce, proveniente da una lampada notturna difettosa.
Mi avvicinai alla loro camera, a piccoli passi, esitando. Posai il viso sulla feritoia dell’uscio, dove li vidi tutti e tre, sul grande letto matrimoniale, distesi e ammassati nelle coperte, come animali: Arianna con gli occhi sbarrati, sua madre col viso bianco, invecchiato, contro la parete – suo marito contro il soffitto, gli occhi serrati di chi dorme da giorni, smarrito in un rigurgito di pace, come se parte di un universo non ancora creato, ma appena sull’orlo di accadere, senza l’idea della fine o di un abbaglio d’infinito.
L’immagine di Arianna, distesa in mezzo a loro, vestita di tutto punto, mi raggelò. Mi ricordava una bambola morta, sommersa da un lago di orina.
Serie: Il buco nero
- Episodio 1: La scomparsa
- Episodio 2: L’uccellino del cucù
- Episodio 3: La partenza
- Episodio 4: L’inverno di Dio
- Episodio 5: Gli echi nella tempesta
- Episodio 6: L’incontro perduto
- Episodio 7: Voci dal vuoto
- Episodio 8: La bambola morta
- Episodio 9: L’uomo dal cappotto grigio
- Episodio 10: Adele e Guglielmo
L’immagine finale è devastante, riassume tutte le emozioni e la situazione mentale del protagonista. L’espediente del conteggio come fulcro della narrazione è molto originale e riuscito.
Gli elementi che hai evidenziato rappresentano i due cuori battenti dell’episodio. Dentro il letto matrimoniale, con la bambola morta soffocata tra i genitori, ho rivisto la genesi pura del terrore. L’acme di ogni maledizione inespressa fino a quel momento dai sentimenti del protagonista, che ne viene subissato e traumatizzato, ma senza rendersene del tutto conto.
Mi è molto piaciuto l’espediente dei numeri. L’attesa e la tensione che salgono, lo sconforto, la perdita di lucidità, e sul finire un apparente ritorno alla normalità. Ma proprio quando il protagonista si dice, che follia, che paura inutile, ecco che veniamo traghettati verso la terribile scena finale. Un episodio a più strati dove tutto si sovrappone e confonde.
“Ormai non ero più io a contare, ma loro a persistere contro la mia volontà.”
Mi ha colpita molto questo passaggio. Solitamente, il rito del contare è messo in atto per calmarsi e inizialmente anche in questo caso mi è parso fosse così. Invece a un certo punto la ragione è la calma soccombono in un vortice di discesa che anticipa l’agghiacciante scena finale.
Ciao, Dea. Come sempre si aprono dei fronti luminosi lungo il corso di questa nostra tratta. Il conteggio l’ho introdotto pensando a uno degli espedienti di alcune antiche tecniche di meditazione della tradizione therawāda, utili per calmare il respiro, che invitano a contare un certo numero di inspirazioni e di espirazioni, impedendo alla mente di distrarsi, seguendo il flusso caotico dei propri pensieri. Ottavio in quel frangente si affida quasi inconsciamente, forse senza nemmeno conoscere cosa sia la tradizione therawāda, a questo singolare conteggio, che imposta con un suo automatismo alquanto maldestro e farraginoso, che va invece a ritorcersi contro la sua tranquillità, acuendo sensibilmente il suo senso di isolamento e di angoscia primigenia – come in effetti può accadere in determinate esperienze di meditazione profonda. La sua postazione, di fronte al fuoco, è giusto sul margine dei misteri iniziatici più sottili e dei lampioncini rosa di un postribolo, verso il richiamo parallelo di una vita cieca e materiale, dove ritrova il suo assetto e il suo equilibrio borghese, che l’incontro con Elvira e con il suo mondo ha messo a repentaglio. In quel pomeriggio, forse per la prima volta nella sua vita, Ottavio avverte l’abisso che si cela dietro il velo della realtà apparente e che andrà a definirsi e a perfezionarsi nella visione raggelante della camera da letto, dove assaggia nello stesso istante le primizie degli inferi e la nostalgia soffocante della tenerezza di un altro infinito, che ha solo immaginato come controluce di un suo contrario – vedi la nuca bianca di Elvira in uno degli episodi precedenti, come esercizio di preveggenza testimoniato dalla sorella Arianna. Grazie sempre della tua attenzione ispirata. A presto.
Ammetto di non conoscere la tradizione therawāda, e sicuramente provvederò a rimediare e approfondire, mi hai messo la curiosità. Grazie per questi preziosi spunti .
È interessante che tu nel tuo commento abbia colto in pieno il nesso e la mia intenzione di intendere il conteggio come se la conoscessi perfettamente. Il rito del contare, la calma, il respiro. Esistono sempre delle regioni preconcettuali dentro di noi.
Devo porre ancora più attenzione del solito nel mio commento per non correre il rischio di ‘rivelare’ qualcosa che ho letto adesso e che potrebbe influenzare un lettore curioso che, prima di approcciarsi al testo, ‘sbircia’ i commenti! Scherzo, naturalmente 🙂
Sono a dir poco raggelata. La scena finale è sconvolgente, sconcertante perfino in quanto viene da chiedersi se, quanto letto e compreso, corrisponda alle reali intenzioni di chi scrive. Complimenti per questo giro su se stesso che fa la storia. Quasi spingesse essa stessa per tornare da dove è partita. Complimenti sempre.
* su se stessa
Dentro quel letto avverto le origini. Non solo della storia, ma dell’universo. Il calore della madre e dell’inferno, a brevi isolati, semmai a distanza di un solo numero civico, o all’interno dello stesso plesso.
L’ossimoro di togliere vita a un oggetto che già non ne ha, è di per sé la chiave di volta dell’universo del buco nero, con le sue regole oscure, i suoi sibili da cui comincia la vita, sempre dietro una parete, una porta socchiusa. Sono movimenti tellurici dell’immaginazione, mentre cerca a tentoni una sua strada che resista al mistero. Bellissime le tue suggestioni.