La cantina chiusa

Serie: La casa dei Veltz


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il protagonista è arrivato a Rouen, in Francia, e si è messo alla ricerca di una carrozza. Non trovandola, si muove a piedi verso il villaggio più vicino

Aveva camminato a lungo da Rouen e nel mentre il cielo si era oscurato con il venire della sera, così che a Tourville-la-riviere si era fermato a una piccolissima casetta, dove aveva pagato l’alloggio per quella sera. Chiese se ci fossero diligenze da quelle parti, ma ricevette una risposta negativa. Si chiese come potesse essere che in tutta la Normandia non ci fosse mezza carrozza, o anche un piccolo carro che trasportasse qualche belva verso il sud della Francia, o anche prima. Comunicare con le persone del luogo si dimostrò piuttosto arduo, e ancora più complesso sarebbe stato capire come arrivare a destinazione. Non poteva né aspettare l’arrivo di una diligenza né farsi tutta la strada a piedi. Nel buio e nella quiete della stanzetta in cui si trovava, sentiva i padroni di casa parlare fra loro in una lingua incomprensibile, forse il dialetto locale. C’era odore di legna e stoppa lì dentro, tutto attorno a lui. Il chiocciare di un paio di galline lo raggiunse da fuori della parete a cui si appoggiava con la schiena. Faceva fresco, effettivamente. Lì, fra le varie assi, l’aria fredda notturna spifferava con la delicatezza della mano di un fantasma: se inizialmente era piacevole quel frigido bacio sulla pelle, non si poteva dire che poi quel freddo complessivamente lo rilassasse o gli permettesse di dormire. Prese dalla sua sacca una bottiglia, leggera, e la stappò per poi rovesciarla sopra di sé. Ne uscì non tanto del vino, piuttosto una lettera imbustata e pochi fiorini francesi. Questo quello che gli rimaneva in quanto erede di Adalgund Veltz e di Paulus Veltz. Suo padre non gli diede mai più di qualche moneta, indipendentemente dall’uso che lui, il suo figlio maggiore, doveva farne. La busta era una lettera di raccomandazione a un signore di Lione, mentre i soldi arrivavano a una dozzina di fiorini dorati. A ripensarci, dodici fiorini non erano pochi affatto. Peccato, però, che non poteva neanche spenderli in qualche modo, visto che era fra le lande agricole belle eppure assolutamente disabitate. O almeno, non erano abitate da persone che potessero essergli utili. Tirò fuori una pietra dalla sacca e una piccola lametta che stava dentro una tasca interna della mia giacca. Nella noia più completa, nell’insonnia che assale la mente, è meglio tenersi occupati e aspettare il sonno, piuttosto che mettersi a pensare per vie da cui non si può discendere. Aveva visto una serratura, quella di un piccolo tavolino, e sperava che la mancanza della chiave nella toppa implicasse che il cassetto fosse chiuso.  Si mise a cercare una piccola lampada nella stanza, ma trovò una semplice candela, ridotta a niente oramai. Non sarebbe servita a nulla. Prese del fieno dalla saccoccia che stava ai piedi del piano da segheria, e la bruciò per fare un poco di luce, e poi si mosse verso la direzione che ricordava. A tastoni e tentoni, con l’orecchio che cercava ancora le parole dei due signori di casa, oramai però andati a dormire, lui si diresse verso il tavolino, spostando delicatamente vari oggetti che erano sparsi malamente sul terreno. Vide che in quella casa avevano un solo crocifisso, e che era appeso ad una parete portante della stanza. Notò anche che lungo le pareti erano state fissate delle travi come a fare da contrafforte. C’era da chiedersi se quell’edificio gli sarebbe caduto in testa mentre provava a scassinare il cassetto. Proseguì fino al cassetto, e arrivò. La lentezza che ci aveva impiegato era giustificata dalla cautela che aveva avuto nel procedere piano, inaudito. Prese il coltello e la lametta, e mise la punta affilata dentro per poter roteare la serratura una volta sollevati i vari piccoli pistoni. Infilò poi la lametta sottile e cominciò a scavare dentro la piccola fessura, cercando di sentire se avesse preso tutti i vari blocchi. Li alzò più volte, finché non si ritrovarono tutti contemporaneamente nella posizione corretta, e allora la pressione fatta dal coltello permise di far roteare il cilindro di novanta gradi. Sentì il piccolo rumore di ciò che si apre. Estrasse delicatamente i due utensili per rimetterli nella tasca. Cosa poteva esserci dentro? Probabilmente una o due monete, oppure qualche lettera: non poteva aspettarsi molto da due contadini. Alzò il piano di legno facendolo ruotare attorno ai cardini, e quindi guardò dentro. C’era un piccolo mazzo di fiori appoggiato sopra un medaglione assai consunto. Lo prese in mano e provò a vedere se si potesse aprire, ma comprese che quello che aveva in mano era un semplice monile, senza alcun carattere interessante. Probabilmente era stato posseduto da un qualche loro famigliare. Provò a vedere se ci fosse un secondo fondo, nel cassetto, ma alla fine capì che l’avevano messo in una stanza assolutamente ordinaria. Poteva fare solo una cosa, girare e rigirare, nella speranza di assopirsi. Oppure… ora che ci ripensava, c’era ancora un piano da controllare. Certamente, non poteva salire facendo rumore, perché si sarebbero insospettiti, quelli là di su. Già il fatto che avesse parlato in francese a loro li mise sulla guardia, di conseguenza vederlo vagare per casa loro di notte fonda sarebbe stato sicuramente preoccupante. Se avesse voluto uscire, lo poteva fare a due condizioni: doveva essere silenzioso come la peste, e disposto anche a macchiarsi le mani, qualora la coppia si fosse svegliata e si fosse allarmata alla sua vista. Tra l’altro, ogni tanto doveva soddisfare il suo istinto di controllare e studiare le persone inerte ed inerme. Era la sensazione di invincibilità che gli dava la consapevolezza che sarebbe potuto entrare in qualsiasi casa e agire come meglio poteva, senza dover pagare di qualche conseguenza. Era entrato in cripte e chiese, monasteri e case senza mai essere incappato in qualche incidente particolarmente pericoloso, e questa bravura era venuta solamente con l’esperienza e la pazienza. Anni e anni passati a studiare quello, una arte. Sentiva come la lama che aveva nella tasca rivelare tutte le case in cui era stata, e forse, oramai incattivita pure lei, se avesse avuto la vita avrebbe denunciato i modi con cui Alger la aveva bistrattata; in fondo, però, si erano affezionati l’un dell’altro come se fossero stati due cherubini che bonariamente guardano i riflessi l’un dell’altro nella polla d’acqua. Una lama, solamente una lama, e comunque molti usi, da quelli violenti a quelli domestici e ancora a quelli della notte. Se la mise sul polpastrello dell’indice, per vedere se fosse riuscito a tenerla dritta. Era un esercizio perfetto per capire la quiete che governava una persona: non poteva permettersi di uscire da quella cantina con qualche emozione che lo frenasse o ne inficiasse le abilità. Era lì, quell’arma, come fosse stata la spada di un jolly da carte da gioco, e come una serpe a sonagli fissava Alger per sperare di ipnotizzarlo e poi tradire, solo che Alger, per quanto magro e di statura medio bassa fosse, aveva una ampia resistenza alle tentazione e ad ogni forma di seduzione. Da fuori veniva il monotono rumore del vento invernale, mentre lì dento si poteva sentire ancora il crepitare del grano che finiva di bruciare. Aveva anche fame, pensò. Si chiese cosa possa esserci di peggio della fame, visto che l’appetito rende impossibile per gli uomini concentrarsi. Doveva decisamente mettersi alla ricerca di cibo e di qualcosa da fare. Ripassò lo stesso schema di azioni, e la porta fece click, dandogli la possibilità di uscire. L’ironia stava che poi si sarebbe richiuso dentro, sempre con quei due oggettini, così che non avrebbero sospettato che il loro ospite fosse uscito dalla stanza. Questo a patto che volesse tornarvi dentro. Salì le scale, aggrappandosi un poco alle mura per alleviare il peso che gravava sui gradini. Sentiva i nervi tesi e i peli delle braccia che si erano rizzati dalla tensione. Le dita sentivano il legno ruvido su cui facevano pressione, e la luce che trafilava dalle finestre rendeva possibile l’avanzare in avanti, senza rischiare di andare a sbattere contro qualcosa. Sentiva un respiro che si perdeva fra gli spazi, come un soffio di aria che fugge dai polmoni di chi dorme come un agnello sotto la lama di un macellaio. Era freddo, pungente, e c’era l’odore di cipolle e patate misto a una punta di birra e ruggine delle falci e dell’aratro. Un poco di latte rimaneva conservato in un secchio vicino a dei panni che dovevano essere lavati a una polla d’acqua. I due dormivano in letti disposti uno di fronte all’altro. Ora che vedeva meglio, lei era incinta. Possibile che non l’avesse visto in tutto il tempo che aveva passato assieme a mangiare? Sicuramente possibile, se è successo. Prese il pane che era vicino al tavolo, ed uscì dalla porta, facendo attenzione a non far stridere i cardini. Poteva pure far freddo, però almeno poteva dire che con la pancia non più vuota stava meglio. Non poteva restarsene lì, niente affatto. Aveva fatto bene a portarsi le su poche cose con sé su per le scale. Ebbe una idea, una cosa sciocca ma divertente.

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