La canzone del marinaio
I suoi occhi sono chiusi.
Respira piano, il guizzo dell’oro tra le labbra semiaperte. Labbra di cui sento ancora il miele sulle mie. Mi alzo piano per non rompere quel quadro perfetto dipinto nella penombra. Appoggio i piedi sul legno lustro della cabina, tra le carte sparse, i vetri rotti d’un bicchiere di cristallo lavorato, la pozza del suo liquido color rubino che ondeggia insieme al mare. Un’asse scricchiola ma lui non si muove.
Non lo farà per molto.
Osservo le mie dita bianchissime contro il pavimento scuro, le muovo piano assecondando con le ginocchia il rollio della nave.
Piedi, unghie, caviglie, gambe.
Il peso del mio corpo è sbagliato, i passi goffi e troppo rumorosi. L’equilibrio è una questione ancor più difficile sulle navi.
Mi chino e raccolgo il suo tricorno, passo i polpastrelli sulla morbidezza del velluto nero, giro l’indice intorno ai monili luccicanti appuntati come stelle.
Un occhio d’oro e smeraldi luccicanti, simbolo del Capitano, ma ancor prima del pirata.
Il vezzo degli uomini.
Uomini non donne, non ne ho mai assaggiata una, quelle sono proibite sulle navi.
E pensare che io invece, ne ho visitate così tante. Ammiraglie, golette, pescherecci e mercantili, ma le navi pirata rimangono sempre le migliori.
Il loro bottino lo è, il loro oro.
Appoggio il cappello sul cuscino di fianco a lui, i capelli lunghi sparpagliati come corallo, scuri tra le ombre, le lenzuola ancora aggrovigliate del nostro amore.
Nessuna donna ti ha mai amato in mezzo al mare e nessun’altra lo farà mai.
Le sue ciglia sfarfallano, le dita delle mani si tendono chiudendosi di scatto sul lino.
Allora prendo un respiro e intono qualche nota a mezza voce.
Un sussurro che si fonde con il battere del mare e ogni nervo si rilassa. Si sente uno schianto più forte degli altri.
È ora di andare.
Nuda esco nel corridoio, l’odore degli uomini è forte: cuoio, sudore e pasti vecchi. Ma la melodia che sento è un richiamo che cancella tutto il resto. È il ritmo del mio respiro, il pulsare azzurro di ogni vena sotto pelle. È corrente e onda.
Con passi goffi salgo adagio le scale verso il ponte, la mia mano che artiglia il corrimano lascia una traccia umida e scintillante.
La luce della luna mi bagna la testa, illumina di freddo la spuma delle onde. Sono sempre più alte, balzano sul ponte come felini, sempre più fameliche.
Una si rompe sul fianco esposto della nave che oscilla ubriaca, la vela sbatacchia, schiaffeggia l’aria. L’albero geme e s’inclina.
Dieci marinai stanno aggrappati alla falchetta, tutti in fila come statue.
Sorridono.
I petti slanciati verso la gola nera del mare, come amanti sospirano, si sporgono, fremono. Uno butta un bacio, l’altro si porta la mano sul cuore.
L’albero si schianta sul ponte grondando schegge.
Dopo il fragore, tra le onde arriva la canzone. Così mi avvicino a loro, strizzo gli occhi cercando tra i flutti enormi e le vedo.
Almeno dieci teste che emergono dal mare.
Sono immobili come scogli con i capelli bianchi, lunghissimi, che si allargano sull’acqua, le bocche semiaperte in note metalliche, i denti aguzzi di madreperla.
È ora che raggiunga le mie sorelle, le falesie sono già vicine.
Non c’è più tempo.
Fletto le mie strane gambe e mi tuffo. L’impatto gelido mi toglie il fiato, accolgo l’acqua con una boccata profonda, poi un’altra che mi invade i polmoni.
Scalcio, i piedi uniti mi tirano verso il basso. Non mi servono più, non li voglio più.
Il corpo reagisce al richiamo del mare, alle sale liquide del mio Palazzo e le mie ossa si fondono.
La pelle si tira, si rompe, si unisce.
Fa male.
Muovo forte la mia coda e salto fuori in un guizzo trionfale. Le altre urlano e mi acclamano. Quando guardo la nave vedo la prua a pochi metri dagli scogli. Denti rotti pronti a strappare il legno. E allora arriverà la carne, arriverà l’oro.
Mi inabisso per andare ad accogliere il mio Capitano. Il suo oro. A braccia aperte.
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Un racconto che toglie il fiato; l’idea della sirena come un predatore spietato è davvero originale e cupa. Mi è piaciuto moltissimo il contrasto tra la calma nella cabina e la violenza del finale.
Ciao Virginia, un bel raccolto. La voce narrante evoca un mito, tanto antico quanto misterioso, con la stessa magia che tanti hanno fatto prima di te. Brava 👏
“Un sussurro che si fonde con il battere del mare e ogni nervo si rilassa. Si sente uno schianto più forte degli altri”
Bellissima 👏
Racconto fluttuante su un piano indefinito come le onde che scuotono questo vascello di provenienza e rotta ignota.
Gigantesca metafora della vita?
Ho avuto la sensazione di leggere una poesia…
Il tuo linguaggio molto descrittivo ha reso tutto quasi visibile ai miei occhi.
Una piacevolissima lettura.
Ciao Corrado, rendere visibile al lettore ciò che si scrive è uno dei più bei complimenti che un aspirante scrittore possa ricevere, quindi grazie di essere passato e di aver apprezzato. A presto!!
☺️
Il tuo brano costruisce una scena di trasformazione attraverso una focalizzazione interna molto stretta, affidata a una prima persona sensoriale e corporea.
Il linguaggio è denso e dominato dalle immagini legate al mare, al corpo e al desiderio, che si intrecciano fino a rendere. Particolarmente efficace è l’uso del ritmo, caratterizzato da frasi brevi e spezzate che accompagnano l’instabilità fisica ed emotiva della protagonista, mentre le immagini visive e tattili guidano il lettore verso la rivelazione finale senza mai nominarla esplicitamente.
Ciao Cristiana, grazie tante di aver letto e per una descrizione del racconto così precisa, in cui per altro ritrovo molto le mie intenzioni. Ora che sono tornata su Open passerò anche da te!
Eccoti Virginia ☺️ che bello ritrovarti. Associo solo ora il nome alla tua persona. Ritorna a scrivere qui che leggerti è sempre bello. Un 🫂 a presto