
La carta da parati
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in NarrativaCerca le pantofole tastando con i piedi il pavimento di marmo gelido della camera da letto. Fuori è ancora buio, saranno le tre di notte.
Ha le palpebre incollate, ma gli scappa da pisciare.
Ormai è routine. Col tempo la sua prostata è arrivata a occupare sei volte il volume normale. È già fortunato a non farsela addosso, anche se, adesso che vive solo potrebbe farlo tranquillamente: non c’è più nessuno di fronte a cui fare brutta figura.
Come è strano alzarsi senza dover più fare attenzione a non svegliarla. Dopo trent’anni, improvvisamente solo.
No, non improvvisamente. Il loro rapporto si era spento con la terribile lentezza indolore di un potenziometro ruotato in senso antiorario.
Tra loro, ormai, abitudine senza affetto e in lui il dispiacere di non soffrirne.
Li aveva tenuti insieme la consapevolezza della loro fragilità, la paura di essere così sottili da sapersi sostenere solo appoggiandosi l’uno all’altro, come se fossero due carte da gioco.
Ma poi lei se ne era andata.
Dopo lo smarrimento iniziale, il fastidio di quando si è costretti a cambiare bruscamente abitudini, il risentimento nel trovarsi l’orgoglio ammaccato e la vergogna per aver subito una decisione che non aveva avuto il coraggio di prendere per primo.
Ripensandoci, non era la prima né l’ultima decisione che aveva subito: da venticinque anni viveva in quella casa, troppo grande e troppo fredda, in una zona mal servita dai mezzi e lontana da tutto, solo perché lei voleva che i bambini crescessero nel verde.
Di bambini, alla fine, non ne avevano mai avuti e a lui del verde non gliene era mai fregato un cazzo.
Nonostante tutto, quella casa, quella con l’IMU più alta, era rimasta a lui.
I quadri, i mobili d’antiquariato e la casa al mare a lei.
Come è possibile che non abbia ancora imparato dove sono gli interruttori del corridoio? No, lo sa, ma in quel momento ha nebbia nel cervello e fuoco nella vescica, così non si rende conto che sono sulla parete opposta a quella su cui li sta cercando come un cieco.
Trascina gambe intorpidite e strascica a terra piedi goffi, infilati invertendo destra e sinistra nelle pantofole di lana cotta: l’ultimo regalo che lei gli aveva fatto, sempre lo stesso ogni Natale.
Dopo metri di muro spoglio le sue mani trovano uno spigolo. Ma il bagno è a destra o a sinistra del corridoio?
Non ha importanza, non ha più il tempo di chiederselo. Cala le braghe del pigiama con la prontezza di un morto vivente e finisce col bagnarle.
Si appoggia allo spigolo con la mano sinistra, sporgendosi in avanti per non farla sulle pantofole e si libera di quella urgente necessità annaffiando i fiori della carta da parati. Quella che lei aveva scelto per i muri della camera da letto e di quel corridoio tanti anni prima, quando erano ancora convinti che sarebbero stati innamorati per sempre e la vita non avrebbe potuto intaccare la loro felicità.
Sul viso stanco, gonfio e pesante di un uomo sui sessantacinque con una prostata che potrebbe vincere un premio a una sagra di paese, nasce un sorriso infantile ed ebete di duplice soddisfazione.
Mi piace come riesci a cambiare linguaggio e a penetrare nella mente di ogni tuo personaggio, mantenendo il tuo stile scorrevole ed elegante con un velo di malinconia in tutti i racconti. Mi piace come scrivi, bravo