La casa rossa – 1

Serie: Le notti di Ottobre


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ottavo librick di una serie che ruota attorno alla notte di Ognissanti e alle storie locali di folklore italiano. Autore: @gabriel-e_02

I racconti di fantasia possono trovare radici assai curiose nelle circostanze sbiadite del passato. Alle volte può sembrare che i più attempati di questi non ricordino il momento della loro nascita, o persino che indugino nel chiedersi se non vivano da sempre. Le persone possono smettere di curarsi delle loro origini, mentre l’attenzione si rivolge al contenuto senza più domandarsi se esso sia stato derivato da realtà o finzione. Vengono accettati così come generalmente riconosciuti dalla maggioranza, ed essi si integrano pian piano con il pensiero comune.

Furono questi ragionamenti a sorprendermi affascinato allorché mi ritrovai davanti a Villa de Vecchi. Il viaggio da Milano era stato confortevole: abbandonato il piattume della Monza Brianza, le prime alture di Como e Lecco, che già preannunciavano il benvenuto in lontananza, mi avevano accolto ai loro fianchi in poco tempo, mostrando segni di abbondante gioia alla luce insolitamente calda di quel fine Ottobre. Le nuvole avevano lasciato spazio alle cime, e si erano sottratte alla vista per rinunciare così al titolo di bellezza naturale più elevata; ora solo il cielo, con il suo limpido azzurro, si onorava di fregiare le Prealpi Lombarde. Ma la mia strada deviava per Lecco, intenzionata a oltrepassarla per poi incunearsi fra le fiancate della Valsassina.

Cortenova era la mia destinazione, e vi arrivai nel giro di neanche un’ora. C’era poco traffico per le strade, piuttosto sfollate dalle prime ore del pomeriggio di un mercoledì qualunque; o meglio, il mercoledì che precedeva il trentuno Ottobre. Mi proponevo di soggiornare lì fino alla sera del venerdì della stessa settimana, il giorno di Ognissanti. Difficile a credersi, ma avevo scelto quel periodo in maniera inconsapevole: nell’organizzare il tutto, non avevo pensato alle festività di quei giorni. Non che sarei stato in qualche modo più incoraggiato nel mio scopo, perché non avevo mai dato alcun reale significato a questa celebrazione. Allo stato attuale delle cose, invece, non posso affermare che le mie idee in merito siano rimaste inalterate.

Il paese mi si presentò con aria spenta, quasi sopita dalle accoglienti nuvolette di fumo che, alle prime ombre che l’alta Grigna gettava sulle case, già s’innalzavano dai comignoli. Non mancò tuttavia di ricevermi con piacere e rispetto, offrendomi l’incantevole vista di chiome di alberi colorate sparse qua e là, accarezzate dal vento, il quale portava con sé gli odori propri dell’autunno, e si faceva strada attraversato da una luce peculiare che solo questa stagione può vantare. Probabilmente dovette essere assai lieto di accogliere una nuova presenza fra le sue strade – che sono ben in poche – e i suoi viottoli, perché avevo finora fatto uno scarso numero di incontri.

Ai piedi della vallata ovest, sulla quale Cortenova è adagiata, scorre il gelido torrente Pioverna, ed io trascorsi la seconda metà del pomeriggio che mi restava sulle sue sponde, a godere dell’ininterrotto croscio che sempre accompagna il paese nelle ore del giorno così come della notte. Le poche persone con cui incrociai lo sguardo erano perlopiù pescatori pazienti che impiegavano il loro tempo camminando avanti e indietro a lato del fiume, lanciando le loro lenze, girando il mulinello, camminando ancora. Ma con nessuno di loro intrattenni conversazione. La mia attenzione si dirigeva piuttosto verso l’ipnotico rumore di qualche breve ma concentrata rapida sparsa qua e là lungo il corso d’acqua, la cui presenza abbelliva il paesaggio nel complesso, in una perfetta miscela visiva di verde, case e acqua.

Se è vero che Villa de Vecchi appartiene e sempre è appartenuta al paese, fin dalla nascita se ne sta in disparte, tutta sola in alto, verso l’altro lato della valle. Eppure non è il desiderio di isolamento a trattenerla lassù, o la volontà di sottrarsi alla vista per la vergogna, poiché la sua figura resta visibile nella sua interezza da tutti i luoghi aperti del paese. Essa sembra voler rammentare e glorificare i fasti di un tempo, quando la sua architettura del tutto unica nella zona era motivo di vanto e di sfoggio, e il suo esuberante color rosso scaturiva spesso un atteggiamento di stupore in chi la ammirava per la prima volta. E ancora oggi non appare indifferente agli occhi del visitatore curioso, mentre per l’animo sensibile alle cose antiche e diroccate rappresenta un’irresistibile attrazione. Colpisce l’inevitabile contrasto di una figura una volta perfettamente simmetrica con l’incedere del disfacimento, non solo sull’edificio stesso ma che si estende ai giardini tutti intorno: dall’erba che rimane alta ormai troppo spesso, alla vecchia casa del custode della villa, di poco distante, soffocata dalle intemperie e dalla vegetazione. Cosicché resta impossibile non domandarsi se questo angolo della Valsassina non abbia qualcosa da ricordare e, forse, da raccontare.

Il primo giorno della mia permanenza osservai l’antica villa solo da lontano; benché essa avesse costituito il fattore preferenziale nella scelta del luogo dove soggiornare, non ero smanioso a tal punto da recarmici il prima possibile: mi riservai così la visita per il giorno successivo. Avrei alloggiato entrambe le notti in un piccolo albergo nascosto nella parte interna del paese, e la prima sera l’avrei trascorsa gironzolando qua e là per le vie, o visitando quello che, a quanto mi avevano detto al check-in, era l’unico bar di Cortenova, di poco distante dalla struttura.

Ma alla fine impiegai la maggior parte della serata chiuso nella mia stanza, dopo una breve conversazione, per poi fare due passi in paese solo quando era ormai notte.

«Viaggia da solo?» aveva chiesto l’uomo al tavolo affianco, al ristorante dell’albergo.

La sala era quasi deserta: vi era solo un’altra coppia di anziani seduta dall’altra parte, i cui sguardi indiscreti si erano indirizzati sovente verso di me. A quanto sembrava, la gente del posto era disabituata alle visite dei forestieri. Mi ero voltato, leggermente stupito, verso il mio interlocutore.

«Prego?»

«Oh, mi scusi. Non volevo farmi gli affari suoi.»

Anche l’uomo sedeva a tavola da solo, ma aveva l’aspetto di un abitante del luogo. Era piccolo, dal viso giovane e vivace, forse lievemente arrossato da una precedente bevuta.

«Nessun disturbo» avevo risposto. «In realtà, alloggio qui all’albergo.»

Sul volto gli si era dipinta un’espressione di sorpresa, dalla quale avevo intuito che la struttura soleva avere ben pochi ospiti.

«Capisco. È un escursionista?» aveva poi chiesto con sincera aria di curiosità.

«Lo sono, ma attualmente sono qui in vacanza.»

Un’altra faccia sorpresa. «Non è di passaggio?»

«Non proprio. A dire il vero, sono passato molte volte da queste parti, quando mi capitava di andare al lago o verso qualche monte. Ne sono rimasto gradevolmente colpito, e ho deciso di prendermi una pausa qui.»

Qualcosa nel mio tono o nella mia voce non era stato convincente, e me n’ero accorto dall’aspetto dubbioso che aveva assunto il viso dell’uomo. Volevo subito rimediare con una domanda imprevista.

«Quella casa dall’altra parte della strada, mangiata dall’edera, è…»

«La Villa de Vecchi» aveva subito continuato lui.

Conoscevo il nome che era appartenuto alla villa, e mi ero ritrovato un po’ infastidito dalla sua interruzione; eppure la prontezza con la quale l’aveva menzionata mi aveva convinto che doveva saperne di più a riguardo. Avevo deciso di approfittarne, in cerca di ulteriori informazioni sul conto della casa, le quali, forse, solo un locale poteva fornirmi.

«Una volta doveva essere assai incantevole.»

«Sono sicuro che lo era, anche se la ricordo vuota da quando ho memoria. Se la osserva da vicino, noterà certamente le incrostazioni rosse sui muri esterni: una volta erano molte di più, perché la casa era interamente rossa, in origine.»

«Quando?»

Ovviamente sapevo già a quali anni risalisse la costruzione, ma volevo sollecitare la parlantina del mio interlocutore con il preciso scopo di apprendere qualcosa di nuovo.

«Se non vado errato, fu edificata attorno al 1850, per volere di un certo nobile di Milano – Felice de Vecchi, si chiamava – i cui eredi se ne andarono quasi un secolo dopo. Ma sono trent’anni che nessuno ci bada più, da quando è stata definitivamente abbandonata, nei primi anni ottanta. E si vede!»

«Ho sentito che girano delle storie strane sulla villa» avevo risposto, intenzionato ad arrivare al punto.

«Quale luogo che non sia più abitato da almeno cinque anni non è circondato da storie del genere? Ma ha detto bene: “storie”, perché è questo che sono. Qui sono tutti abbastanza stufi di quelle sciocchezze, anche perché non si spiegano come siano nate, visto che non è mai accaduto nulla di tragico fra le mura di Villa de Vecchi. Immagino che sia stata la fantasia dei ragazzi che venivano qui d’estate per far vacanza, a dare inizio a tutto; o meglio, questo è quello che dicono gli eredi degli ultimi custodi della casa.»

L’uomo era sembrato irruento nella prima parte della risposta, ma aveva concluso con voce intenzionalmente pacata come a voler farsi perdonare. Aveva poi proseguito dando una spiegazione, seppur ridotta, del suo convincimento circa quanto aveva appena asserito. Curioso, perché sarebbe stata la mia prossima domanda.

«Perdonerà la mia fermezza su questo punto, ma io sono un parente di quegli eredi, e le smentite delle dicerie su Villa de Vecchi me le ricordo da quando ero bambino: ce le ho impresse bene qui dentro» fece toccandosi la tempia, «e non ho mai creduto a nessun racconto di omicidi o fantasmi.»

Serie: Le notti di Ottobre


Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Mi sono lasciato incantare dalle magnifiche descrizioni, che mi hanno riportato alla mente lo stile del tuo Maestro, Algernon Blackwood. Hai fatto assolutamente bene a dividere questo racconto in due parti, perché il ritmo e la storia meritavano un respiro più ampio.
    Veramente bravissimo, Gabriele! @gabriel-e_02
    Passo alla parte finale. 😊👌

    1. Mi è bastato ascoltare l’audiolibro I Salici e poi leggere il libro per innamorarmi di Blackwood, specie del suo modo di trasporre su carta le sottigliezze di comportamento dei suoi personaggi, che rivelano una grande conoscenza dell’interiorità dell’animo. Qui ho provato a ispirarmi alla sua abitudine di descrivere la natura e in generale l’ambiente come fossero quasi esseri senzienti