La casa rossa – 2

Serie: Le notti di Ottobre


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nono librick di una serie che ruota attorno alla notte di Ognissanti e alle storie locali di folklore italiano. Autore: @gabriel-e_02

Uscii dall’albergo per una passeggiata a sera inoltrata, dopo essermi soffermato nella mia stanza a leggere qualcosa. Ridiscesi il paese verso il fiume, percorrendo strade vuote e viottoli poco illuminati. Anche le stesse case apparivano disabitate, ad eccezione di alcune le cui finestre rivelavano un tenue bagliore che, alla vista, suggeriva sensazioni accoglienti. Passai davanti al bar cui mi avevano già accennato, che sembrava stesse per chiudere, e poco dopo abbandonai il ciottolato e con esso anche il debole calore che la pietra aveva accumulato durante il giorno.

La voce del fiume si faceva di nuovo forte sopra il ponte che lo attraversava: un rumore capace di scacciare tutti gli altri suoni intorno, così da lasciare l’uomo pensoso, quale ero io in quel momento, alle sue riflessioni, senza venire disturbato. L’acqua può certamente indurre idee più vivaci del normale, come se i pensieri stessi fuoriuscissero dalla mente per andare ad amalgamarsi con le sue molecole, stabilendo un particolare legame con il mondo concreto. Ciò che vidi gettando lo sguardo in direzione di dove doveva essere Villa de Vecchi, pienamente ottenebrata dalla notte, fu la figura della casa non per come era ora, consumata e logorata dalle intemperie, ma per come era stata un tempo. Non so come, ma per qualche ragione la mia immaginazione mi proiettò dinnanzi una visione più viva del reale, in cui la stupefacente architettura ottocentesca della villa era tornata in vita. La facciata era rossa e illuminata dal sole, l’erba del giardino attorno ben curata, le vetrate e le finestre integre, e davanti al suo elegante corpo la fontana oggi scomparsa era di nuovo visibile nel suo ricco fascino.

Ma d’un tratto mi sovvennero le dicerie che aleggiavano su quella casa, e così la visione mutò. Mi accorsi che non un alito di vento smuoveva gli alberi circostanti, non un suono s’innalzava da alcun luogo. Un silenzio di morte e aria stagnante sembravano incombere, ma il quadro non perdeva di vitalità e anzi il rumore del fiume sotto di me parve come ovattarsi per un attimo, schiacciarsi sotto il peso forzato di un altro pezzo di realtà che stavo contemplando. Poi finalmente ci fu un suono: un suono terribile. Un unico grido – femminile, ne sono certo – si sollevò da dentro le mura; ma nessuno accorse. Fu come assistere alla manifestazione concreta dei miei pensieri, perché le leggende di Villa de Vecchi vogliono che il conte proprietario rientrò un giorno e trovò la moglie assassinata, e la subitaneità con la quale udii il grido non appena avevo ricordato quelle storie fu spaventosa.

Pochi istanti dopo, tuttavia, lo scrosciare del fiume impose di nuovo il suo dominio di realtà e poco a poco la visione s’affievolì fino a perdersi del tutto. Ma si era trattato di una visione? È davvero questo il termine più adeguato? Quando mi guardai intorno, sopra il ponte parzialmente illuminato dalla luce di un lampione, non potei apprezzare in alcun modo il senso di realtà circostante più di quanto non avessi fatto poco prima, nell’ammirare l’antica villa così come era stata più di cento anni fa, la quale dovevo per forza essermi immaginato.

Dopo quell’episodio decisi che era ora di ritirarmi, convinto che la stanchezza stesse cominciando a farsi sentire e che l’indomani sarei stato più lucido. Avevo intenzione di visitare la casa rossa subito dopo colazione, in mattinata, per essere sicuro di avere molte ore di luce intensa davanti, visto che in autunno l’alta montagna settentrionale sopra Cortenova, la Grigna, oscura parte della vallata già di pomeriggio.

Il giorno seguente le cose andarono come programmate, ed io avevo quasi dimenticato la stranezza delle sensazioni provate il giorno prima; mi dissi che il buio, la solitudine, il suono ripetuto del fiume, dovevano aver in qualche maniera stimolato la mia immaginazione più del dovuto, fino a portare un semplice pensiero alla stregua della realtà. Ad ogni modo stavo ora avvicinandomi per davvero a Villa de Vecchi, anche se questa volta non l’avrei vista ammantata dello stesso splendore di un tempo.

Attraversata la strada provinciale giunsi finalmente al suo cospetto, e fu allora che riflettei sulla natura di racconti e leggende. Il giovane con cui avevo conversato la sera precedente aveva, in maniera implicita, posto sullo stesso piano di Villa de Vecchi gli altri luoghi non più abitati del resto del mondo, ma realizzavo soltanto adesso la fragilità di questo paragone. Chiunque possieda un certo gusto per il mistero dei luoghi antichi e veda la casa rossa erigersi in mezzo alla vegetazione che risale la sua stessa struttura, che invade lo spazio di muri antichi e che insieme ad essi forma un’immagine di tale suggestione, come la perfetta rappresentazione della decadenza dell’eleganza – chiunque si ritrovi davanti a questa testimonianza del passato che ancora resiste, non può considerare l’oggetto del proprio sguardo al pari di un qualsiasi luogo abbandonato al suo destino.

A dispetto della mia curiosità mi sarei limitato ad una visita solo esterna dell’edificio: le alte recinzioni di ferro arrugginito e appuntito che lo circondavano rendevano infatti difficile un possibile tentativo di addentrarvisi. Molto però si poteva osservare oltre quelle recinzioni, a partire dalle enormi spaccature nei muri che una volta dovettero essere finestre o portefinestre, le quali mi offrivano ora scorci del disfacimento che ancora più evidente dimorava all’interno. La parte anteriore, quella più esposta al sole, era completamente inaccessibile per via delle folte erbacce e piante rampicanti dalla mole sbalorditiva, che risaltava non poco la crescente incuria cui la vecchia villa era stata destinata. Il retro, di contro, quasi sempre ombreggiato, avrebbe costituito la via preferibile per l’ingresso, malgrado il crollo di diverse parti del pavimento che separava il piano terra dalle cantine. Queste ultime erano in origine adibite a cucine; mentre adesso si aggiudicavano senza obiezioni il titolo di stanze più sinistre. Sarebbe stato arduo, comunque, cercare di esplorarle, perché al loro interno vi erano innumerevoli macerie a coprire ogni angolo, forse più di tutte quelle presenti in tutte le altre aree, ad eccezione magari del terzo e ultimo piano. Avevo sentito che questo doveva in principio diventare un osservatorio astronomico, ma che non fu mai realizzato.

Un’altra leggenda popolare che si racconta su Villa de Vecchi afferma che, in certe notti, sia possibile udire un pianoforte suonare dalle fredde stanze diroccate, e qualcuno aveva detto che da qualche parte in una camera si trovava realmente un vecchio pianoforte ormai distrutto. Ricordando queste voci, mi sforzai d’intravedere lo strumento da una delle aperture su cui stavo scorrendo lo sguardo, ma non ebbi occasione di notare alcunché.

Percorso l’intero perimetro della villa, buttai un occhio anche al vecchio stabile che era appartenuto ai custodi, del tutto divorato dalla vegetazione anch’esso e praticamente inaccessibile. Nel guardarmi intorno immaginai ancora una volta la magnifica struttura, ricca di storia, nei suoi anni di gioventù, e provai una indescrivibile sensazione nel pensarmi in questo stesso esatto luogo centocinquanta anni dopo.

Mi soffermai lì fino a poco prima di mezzogiorno, per poi voltare le spalle all’edificio desolato e godermi il resto della giornata. Non so con esattezza quanto in profondità quel posto era entrato in me, perché non furono molte le volte in cui mi sorpresi a pensarci in seguito. Vie più sottili venivano battute da certe fantasie – può mai essere questa la parola giusta? – che la mia coscienza non riusciva a sondare. La mia seconda e ultima notte, la vigilia di Ognissanti, mi trovò con la testa pesante e inspiegabilmente stanco. Per quanto ci provassi, persino leggere mi riusciva difficile; mi arresi quindi all’idea di dormire con la speranza di riprendermi il giorno seguente.

Ho detto che alcune fantasie invadevano la mia mente, ed è quel che credetti al risveglio la mattina successiva, quella del giorno di Ognissanti, e anche quel che vorrei ancora credere. Mi convinsi di aver fatto un sogno, nel momento in cui ricordai la tetra immagine di Villa de Vecchi messa a nuovo: il prato curato, la fontana, nessuna recinzione attorno, il colore rosso. Mi trovavo a poca distanza dalla casa, nel giardino, mentre i rami degli alti alberi attorno venivano piegati da una tempesta in arrivo. Sembrava notte, ed immersa nel buio e nel silenzio la villa assumeva un’aria spettrale come mai mi era apparsa prima. Qualche fioca luce trapelava dalle finestre di alcune stanze e, da qualche parte, giungeva ovattata la melodia di un pianoforte. Non avevo idea di che cosa ci facessi lì né perché mi stessi lentamente avvicinando, ma ad un certo punto qualcuno penetrò quelle spesse mura con un grido terrificante, e mi fermai. Una figura scura e furtiva emerse dal retro e, poco prima che la visione finisse, si diresse verso di me, mentre una forte folata di vento mi sollevò il cappello dalla testa gettandolo in mezzo al prato.

Il viaggio di ritorno verso Milano fu strano e accompagnato dalla peggiore sensazione di turbamento che avessi mai provato. Al risveglio, non avevo trovato il mio cappello in nessun angolo della camera d’albergo; ma come potevo aspettarmi che l’avrei raccolto solo poche ore dopo, fra i folti fili d’erba davanti a Villa de Vecchi?

Serie: Le notti di Ottobre


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Discussioni

    1. Grazie mille Giuseppe!
      Sì durante la stesura mi sono preso un sacco di spazio per estendere il tutto a un qualcosa di più ampio, però ho tenuto poco in considerazione i tempi che avevamo a disposizione come gruppo Rue Morgue, e gli spazi che non mi avrebbero permesso di elaborare ancora di più. In effetti, col senno del poi, un terzo episodio, forse fatto uscire un po’ in ritardo, ci sarebbe stato bene sì.. Ma intanto sono onorato che ti sia piaciuto, e ti ringrazio direttamente per aver contribuito anche tu a questa piccola serie con la tua storia/gioiello che sembra uscire da altri tempi che si chiama Pelle di Lupo 🙂

  1. Trovo che questo racconto sia davvero bello e ben scritto: oltre alla trama piuttosto coinvolgente ho apprezzato particolarmente le descrizioni della villa. Leggendo, mi sembrava quasi di averla davanti! Trovo per di più che la magia che emerge dall’atmosfera del paese e dell’edificio in sé sia potenziata anche dal dettaglio iniziale del percorso del protagonista da Milano a Cortenova, che porta a immaginare il netto contrasto tra la vita in città e quella in campagna. Anche a me sarebbe piaciuto poter leggere un terzo capitolo, ma devo dire che il finale con quel particolare del cappello sia più che incisivo. I miei complimenti!!😊

    1. Grazie del bel commento! E anche per aver rimarcato il dettaglio sottile del contrasto città/campagna; in effetti, in questo passaggio, risiede molto dell’influenza che questo misterioso viaggiatore subisce ad opera della casa, e di una sua possibile coscienza.. Una storia che si manifesta di sua iniziativa all’animo sensibile e più adatto per lei

  2. Un racconto molto piacevole da leggere. La descrizione della villa la trovo perfetta, sei riuscito a renderla ben presente nel racconto, descrivendola a più riprese, in modo che il lettore riuscisse a “vedere” ogni suo cambiamento attraverso gli occhi del protagonista-narratore. Ci sarebbe stato bene un terzo episodio per sviluppare l’epilogo considerando anche l’impegno che hai dedicato alla stesura di questi primi due e il risultato davvero pregevole. Ma come avevi già accennato tu, hai cercato di mantenere le proporzioni del racconto. Però, secondo me, hai creato le basi per un futuro librick. Magari sfruttando questo tipo di ambientazione. Per farla breve, è un peccato che sia finito troppo presto!

    1. Ti ringrazio tanto per l’apprezzamento, Maschera! Il mio intento era proprio rendere la villa protagonista del racconto descrivendola a più riprese per l’appunto, in momenti e in stati d’animo sempre diversi.
      Devi sapere che, inizialmente, pensavo di fare un breve racconto singolo; poi come al solito la fantasia mi ha fatto dilungare parecchio specie nella parte iniziale direi, e quindi avevo pensato di fare ben tre episodi. Ma, ahimè, tempo e impegni di altro tipo non sono stati dalla mia parte e, se volevo concludere entro la fine di Ottobre, avrei per forza dovuto chiuderla con due capitoli soltanto. Anche a me dispiace che sia finita troppo presto ma, d’altra parte, le idee ci saranno sempre e sarà sempre il momento per una nuova storia, migliore della precedente 🙂

  3. Ciao Gabriele! Ho finito ora il tuo bellissimo racconto (l’ho letto nella situazione ottimale: di notte😁). Durante la lettura non ho potuto fare a meno di sbirciare qua e là nel web per trovare informazioni e immagini della casa e del paese (prima o poi ci andrò!). Questa storia è una sorta di reportage gotico scritto divinamente (ci ho visto richiami al Poe più riflessivo e atmosferico). Ottimo lavoro!👏🏻

    1. Grazie Nicholas! Onorato che tu abbia apprezzato, e soddisfatto di averti instillato curiosità per questa villa abbandonata 😄
      Per tutto il tempo, ho voluto che la vera protagonista fosse lei: la voce narrante è usata infatti più come un mezzo per raccontare tracce della sua storia e mostrare ciò che poi accade verso la fine. Ecco mi dispiace solo che appunto nel finale sembra un po’ che mi abbiano puntato la pistola alla testa obbligandomi a completare a tutti i costi in poche righe 🤣 Ma dopotutto è responsabilità mia, devo imparare a “calibrarmi” meglio quando si tratta di avere un massimo di parole.

      1. A chi lo dici!😂 Quando mi viene dato un limite di parole sembra che la mia immaginazione faccia di tutto per escogitare il modo più prolisso possibile di esporre un concetto😅