La chiave spezzata
Serie: Il buco nero
- Episodio 1: La scomparsa
- Episodio 2: L’uccellino del cucù
- Episodio 3: La partenza
- Episodio 4: L’inverno di Dio
- Episodio 5: Gli echi nella tempesta
- Episodio 6: L’incontro perduto
- Episodio 7: Voci dal vuoto
- Episodio 8: La bambola morta
- Episodio 9: L’uomo dal cappotto grigio
- Episodio 10: Adele e Guglielmo
- Episodio 1: Riflessi di torcia
- Episodio 2: La chiave spezzata
STAGIONE 1
STAGIONE 2
La porta dell’appartamento di Arianna era socchiusa. Entrai dentro, in silenzio, senza bussare. C’era del buio sparso, interrotto da qualche pezzatura di intonaco sulle pareti. La sala del camino, con il baluginio delle fiamme, rimaneva l’unica fonte di luce e di tepore. Era vuota. Mi addentrai con prudenza nella casa, fermandomi nei pressi della camera da letto dei genitori di Elvira, dove percepii dei lamenti cupi, angosciosi, che mi disturbarono. Decisi di ritornare nel soggiorno, dove trovai l’uomo col cappotto grigio imbiancato di neve, accovacciato davanti al camino. Gli allungai una mano sulla spalla. Toccai la sua neve. Era tiepida, rosata. Doveva essere una persona dei luoghi, non certo uno di passaggio. Un uomo solo, forse un parente di uno degli abitanti dello stabile che non aveva diritto alle chiavi, come Arianna ed Elvira, pensai. Nessuno che lo attendesse, lo riconoscesse o lo cercasse. Era imbiancato, come una vecchia chiesa di montagna. Se avessi dovuto descriverlo a qualcuno, avrei parlato di un uomo in un cappotto bianco, non più grigio. Gli guardai dall’alto il nodo gonfio della sciarpa, più composto di quanto lo ricordassi quando era fuori. Stava ancora tremando. Teneva gli occhi chiusi. Alle luci delle fiamme il suo viso apparve più giovane, nonostante fosse pieno di anni, quanto di misteri e di abissi. Con un filo di voce gli dissi il mio nome. «Mi chiamo Ottavio. Sono contento che sia riuscito a entrare. Fino a poco fa sembrava impossibile trovare la chiave» gli dissi, accorgendomi che i suoi occhi si riaprivano a fatica, per tornare fissi al movimento delle fiamme.
«Tra poco ritornerà Arianna. Con lei penseremo a come giustificare la sua presenza, prima che si risveglino i suoi genitori. Sono persone riservate, sospettose, è bene che lo sappia» e mentre gli parlavo sentii una voce femminile che mi chiamava dall’esterno dell’appartamento.
Mi affacciai sul corridoio dove trovai Cristina, a braccia conserte, giusto sull’uscio. Le dissi che l’uomo sconosciuto era davanti al camino, a prendere calore.
«La chiave di Guglielmo si è spezzata ed è rimasta nella serratura del portone, quando era già stato chiuso da un colpo di vento. Arianna sta cercando di estrarla con una forcina per capelli. Mi ha chiesto di salire sopra e controllare dove fosse finito l’uomo sconosciuto. Quando abbiamo cercato di avvicinarlo, si era già dileguato nel buio delle scale. Era terrorizzato.»
«La chiave era di Guglielmo?»
«Era la sua. Si è accorto solo all’ultimo di tenerla con sé, nel taschino della sua camicia. Che sbadato. Gli ho detto che avevo cercato ovunque: nel suo comodino, in altre tasche, nei cassetti e in tutte le camere della casa, e intanto l’uomo continuava a colpire il portone, e Guglielmo a tastarsi come un appestato le varie parti del corpo, fino ad accorgersi della presenza della sua chiave nella tasca della camicia, pensi. Il viso dell’uomo dall’esterno si è subito disteso, così il viso di Guglielmo, quando la chiave ha brillato come una cometa sotto i nostri occhi. Ho raccomandato a Guglielmo di fare presto, che l’uomo avrebbe potuto congelare – mi sono accorta che affannava e che era sempre più bianco, quasi livido. Guglielmo ha cominciato a tremare, aveva difficoltà a inserire la chiave nella serratura – la luce era poca. Arianna ha acceso un fiammifero da cucina, illuminando la mano di Guglielmo, che dopo una serie di tentativi è riuscito a inserirla, aprendo il portone, ma spezzandola nella serratura, mentre l’uomo precipitava nell’androne. Ritornati nella penombra, Arianna mi ha preso una mano – sembrava una bambina –, osservando insieme a me Guglielmo che si curvava e si stringeva gli occhi con due dita, immagino per l’umiliazione» mi disse Cristina, tirando il fiato e abbassando gli occhi, come se pentita delle sue confidenze così circostanziate.
«Arianna e Guglielmo sono ancora di sotto, accanto al portone. Stanno guardando la neve» mi fece.
«Vuoi vederlo da vicino?» le dissi, sottovoce. Lei accostò la porta e mi seguì.
L’uomo stava sempre fermo, a occhi chiusi, leggermente ricurvo. C’era ancora molta neve rappresa sul suo cappotto. Invitai Cristina ad avvicinarsi, ma lei ebbe un attimo di smarrimento, forse di ripulsa per quella visione. Mi disse che sarebbe scesa giù e avrebbe parlato con Arianna e con Guglielmo sul da farsi. La vidi scendere le scale nelle sue scarpine di corda, facendosi strada con la torcia. Chiusi la porta quando dal fondo del corridoio comparve la madre di Arianna. Aveva il viso di un fantasma, screziato da una candela, i capelli sciolti, più lunghi di quanto non li ricordassi. Indossava una vestaglia viola, di un tessuto pesante. Mi fece un segno con una mano, invitandomi a raggiungerla. La sua vestaglia sapeva di naftalina e di fumo. Mi disse all’orecchio che quando nevicava lei e suo marito restavano a letto per l’intera giornata. Era lui che voleva parlarmi. Da solo, senza testimoni, però.
«Ne è passato di tempo dall’ultima volta in cui è stato qui. Elvira ci racconta sempre dei suoi impegni di lavoro, di situazioni nuove e importanti che sta portando avanti, rendendole difficile, a volte impossibile, raggiungerci. In ogni caso siamo felici che sia tornato a trovarci, davvero. In un giorno così cattivo, poi, non ce lo saremmo mai aspettati, Ottavio. Mio marito mi rammentava della sua difficoltà ad affrontare i tornanti che conducono al paese, non spiegandosi come mai proprio in un giorno di tempesta abbia deciso di raggiungerci. Vi sono state giornate migliori, di sole pieno, in cui lei avrebbe rinunciato, proprio per paura degli stessi tornanti, non ricorda?»
Dissi alla donna che la tormenta era esplosa poco prima del mio arrivo; altrimenti non sarei stato in grado di raggiungerli. Era la verità .
Non mi rispose. Vidi il suo viso irrigidirsi. Non avevo alcun interesse a parlare con suo marito. C’erano troppe cose che non mi tornavano, che dovevo risolvere al più presto, per potermi dedicare al padre di Elvira con la dovuta lucidità . Prima di ritirarsi, la donna mi domandò cosa fossero quei colpi al portone.
«Forse il vento o un branco di cinghiali» le feci.
Lei non mi disse altro e rientrò nella sua camera.
Serie: Il buco nero
- Episodio 1: Riflessi di torcia
- Episodio 2: La chiave spezzata
Si legge bene e ti faccio i miei complimenti. La parte di show, don’t tell iniziale è la mia preferita