La colonnina 147
La colonnina SOS è gialla e sporca di moscerini. Click nell’aria fredda. Stacco la cornetta: il gelo mi passa in mano, poi in faccia. Il cavo tira, come un guinzaglio.
Fruscio, poi una voce piana.
«Emergenza? Colonnina 147, corsia nord. Posizione chilometrica, targa e nome.»
«Marta.» La lingua resta asciutta. «Veicolo fermo. Motore spento.»
«Carburante? Impatto? È sola?»
Sola, sì. Finalmente sola. «Sola.»
«Indossi il giubbino. Si metta oltre il guardrail, tre metri dal bordo. Lampeggianti attivi. Resto in linea. Centrale Autostrade attiva il carro: destinazione del traino?»
Mi trascino la cornetta. Il cavo striscia sull’asfalto e gratta. L’asfalto nero riflette. Le suole sui catadiottri: tac, tac. Un fazzoletto incollato, una lattina piegata, spigoli vivi. L’umido entra e resta.
Sono stata brava per anni. Brava con i dosaggi, con le terapie, con le maestre di sostegno. Brava a tappare prese, legare mobili, mettere paraspigoli. Brava a contare i minuti tra una crisi e l’altra. Brava a non dormire quando non dormiva. Brava a dire al medico: «Benissimo, grazie, sì, ce la facciamo». E dentro, piano, un desiderio piccolo e duro che mordeva: silenzio.
«Marta, il carro dove porta la vettura? Officina? Abitazione?»
Abitazione. La casa registra tutto: magneti coi numeri d’emergenza; pittogrammi sul muro — ACQUA, BAGNO, PAPPA; sedia con tavoletta anti-ribaltamento; tuta con zip dietro perché non si sfili; guanti in vinile in fila; velcro che strappa fili. Nel cassetto la siringa senz’ago per aspirare. Sul ripiano un fermacapelli rosa per i ciuffi corti, altrimenti se li strappa. Cassetti che si chiudono con due mani.
«Se non specifica la destinazione, procediamo con deposito giudiziario. Nel frattempo avviso la Stradale.»
Stradale. Arrivano e mettono crocette. Una crocetta fa riga. La riga non rimette niente a posto.
Mi ricade addosso il tonfo.
Mattina, tapparelle a metà. Avevo deciso: una pausa. Ne avevo portati due, a casa, presi al bar dell’area di servizio. «I soldi prima.» Li avevo dati. Li avevano contati senza guardarmi.
Fretta, impaccio. Mani che non sanno. Io che reggo.
Poi, dall’altra stanza, il tonfo: secco, basso.
«Cos’era?»
«Niente. La mensola.»
Lo dissi facile. Come si dice una parola per non spostare il corpo.
Il tonfo ne chiamò un altro, più sordo. Io tirai su il lenzuolo. «Fate in fretta.»
Finì presto. Restò addosso solo un odore e una bustina schiacciata tra le pieghe del letto.
Mi rimisi la maglia. Passai una salvietta. Contai fino a dieci. Undici. Dodici.
Poi andai.
Sul tappeto, macchie di pongo e impronte di mano. Lei era di lato, la bocca aperta, gli occhi girati. C’era ancora calore, ma il colore cambiava già. Il protocollo: inclinare, liberare, contare. Lo feci. Lo feci tardi: dopo la maglia, dopo la salvietta, dopo aver spento il baby monitor per non sentirmi in due.
Chiamai. Urlai. Dissi «adesso respira» come si dice a un’ombra.
E una scheggia, intanto, dentro: finalmente silenzio. Non esce più.
«Marta?» La voce mi riaggancia al presente. «Mi sente?»
Il cavo tira. La ghiaia mi entra sotto la suola quando faccio un passo senza volerlo.
«Marta, mi confermi che è oltre il guardrail? Si allontani di tre metri. Ha dolore? Capogiri?»
Tre metri. Tre cose. Il bugiardino con le dosi a penna. La ciotola azzurra coi bordi morsi. Un dente da latte in un sacchetto: prova che anche da noi succede qualcosa di normale. Le mie dita cercano la tasca e trovano niente: solo tessuto.
«Serve un luogo per il traino,» insiste la voce. «Me lo dia.»
«Qualsiasi posto,» dico. «Dove non devo più dimostrare niente.»
Dall’altra parte non risponde subito. Sento solo il fruscio. Poi il mio fiato entra nel microfono, corto, sporco, come se avessi corso. Un colpo secco: la punta della scarpa che gratta la ghiaia oltre il guardrail. Un altro respiro che non riesce a uscire.
«Signora…» la voce cambia di un grado, appena. «Marta? Mi sente?»
Non è più piana. È attenta.
«Marta, mi chiamo Anna. Resti con me.» Una pausa piccola, come se stesse ascoltando il mio petto. «Guardi i suoi piedi. È oltre la linea? Bene. Non si muova adesso. Mi dica solo questo: di che colore è il giubbino.»
«Scuro.» Non so se è vero.
«Va bene.» E poi, più piano: «Respiriamo. Quattro dentro… e sei fuori. Io conto.»
Inspiro: l’aria entra e graffia.
Espiro: esce a pezzi e si porta via niente.
Mi siedo sul guardrail. Freddo, ruggine. Sull’asfalto una macchia scura che da qui sembra benzina. Da vicino sarebbe altro, ma io non mi avvicino.
«Brava,» dice Anna, e quella parola mi fa rabbia. Brava: l’ho sentita mille volte.
Mi alzo lo stesso. Due passi verso la linea. I fari lontani gonfiano il buio.
Penso alla prima volta che l’ho tenuta: lana nuova, pelle calda; alla seconda: «È semplice, signora», la sonda infilata con dita gentili; alla terza: «Non è colpa vostra.» «Non è colpa di nessuno.» È la frase che non ti dà nemmeno il diritto di pagare.
«Marta, torni subito oltre il guardrail.» Stavolta non comanda. Mi prende. «Mi guardi, anche se non mi vede. Io sono qui. Per favore.»
Per favore. Lo dicevo anch’io: per favore dormi, per favore basta, per favore lasciami un minuto.
Un camion sfiata in lontananza. La striscia continua è più bianca dei miei denti. Ho sempre rispettato i segni: cinture, dosi, scadenze. Tranne quel mattino.
«Marta!»
La voce si spezza. Poi un fischio pieno copre tutto. Il canale cade.
Resta solo il traffico, che non cambia mai registro. Il metallo della colonnina vibra ancora sotto il palmo, poi smette.
Da lontano arrivano luci blu che si allargano e si stringono, come se respirassero. Qualcuno frena. Qualcuno suona, per rabbia o per paura: qui è la stessa cosa.
Sento passi correre sull’asfalto, e una voce che chiama “Signora”, ma non so se è per me o per l’idea di me.
Mi accorgo che sto guardando la striscia bianca come si guarda un bordo di tavolo quando hai la febbre: ti attira perché è fermo, perché non fa domande.
Penso al verbale, al carro, a una X in una casella. Penso alla casa che resta com’è, con i pittogrammi appesi dritti e nessuno che li usi più. Penso alla frase «non è colpa vostra» seduta sul tavolo come una cosa pulita.
Poi non penso.
C’è il conto. E il rumore del sangue: per un attimo sembra esterno, come il traffico. Anche quello si registra.
Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Il tuo brano unisce una scrittura molto controllata a un coinvolgimento emotivo profondo. La struttura frammentata e il linguaggio essenziale rispecchiano lo stato di shock e di dissociazione della protagonista, mentre l’alternanza tra presente e ricordo costruisce una tensione costante. I dettagli tecnici e procedurali contrastano con il caos interiore, rendendo ancora più forte il senso di colpa e di stanchezza estrema. Ne emerge un ritratto intenso di solitudine e di crollo, raccontato senza enfasi ma con grande precisione emotiva. Bravissimo Lino.
Un racconto che fa male nel modo giusto. La lingua è asciutta e controllata, e regge un dolore enorme. La solitudine di Marta resta addosso.
Un testo potente e struggente che esplora il tema del dolore, della colpa e della solitudine.
Sei riuscito attraverso la tua scrittura intensa e allo stesso tempo poetica, ad evocare immagini e emozioni forti. Infine struttura non sempre lineare e il flusso di coscienza che la tua “penba” ha trasmesso, creano un senso di immediatezza, che mi ha trascinato nella mente di Marta.
Leggerti è stato bello e allo stesso tempo doloroso.
Chiedere aiuto per un’auto ferma, quando in realtà lo stai facendo per tutt’altro. Annullarsi per anni, riprendersi di colpo, tutto in una mattina, sbagliando forse i tempi e le dosi. Sapere che non sei sola eppure scordarlo, chiamarla “mensola” quando sbatte. Hai descritto benissimo, con una lucidità chirurgica, lo stato della dissociazione. Questa donna si è ridotta al fantasma di se stessa, prima per accudire la figlia, dopo per non affrontarne la morte e la colpa che inevitabilmente arriveranno. Tutto è semplicemente troppo, e come dai posti, dobbiamo andarcene anche da noi stessi. La cosa più riuscita, a mio dire, è proprio il non detto. Leggendo si prova lo stesso senso di straniamento. Un pezzo ben riuscito.
“Contai fino a dieci. Undici. Dodici”
l’amore rende umani, vittime sacrificate al bene dell’altro. Ma allo stesso modo mette alla prova, rende esausti. anche quando ce la mettiamo tutta, anche quando non vogliamo. dovessi concentrare tutto questo, userei questa frase. Bravissimo
Questo racconto è un pugno nello stomaco, di quelli che lasciano il segno per giorni. Sei riuscito a trasformare un’esperienza di burnout genitoriale estremo in un thriller dell’anima. L’uso degli oggetti — dai pittogrammi al dente da latte — rende il dolore quasi fisico, tangibile. L’angoscia non deriva solo dalla morte della bambina, ma dalla terribile, umana verità di quel ‘desiderio di silenzio’. È una lettura cruda, coraggiosa e scritta con un controllo magistrale del ritmo. Fa male, ma è un male necessario per capire certe solitudini.
Letto ieri sera: troppo ermetico, ho pensato; oppure sono io troppo stanca, lo rileggerò domani. Ora l’ ho rieletto e mi accorgo che ci sono alcune cose non chiare, sottintese o nascoste. La storia però, arriva e fa male. Il dolore, la stanchezza, la disperazione di una madre (?) che non ce la fa più e dopo tanti sacrifici e attenzioni e scrupoli, forse decide che basta? O forse sono io che non ho ancora capito bene del tutto. Spero ci sia almeno una seconda parte per chiarire meglio.
La tua scrittura, comunque, é sempre affilata e penetra come una lama sottile. Mi verrebbe da pensare che tu sia un Autore hard rock. Le tue narrazioni arrivano direttamente al cuore, prima che la mente riesca a capire sino in fondo.