La confessione 

Osservo la flebile luce che penetra dagli spessi vetri antisfondamento delle finestre che si affacciano sul cortile.

L’odore del disinfettante spalmato nel corridoio della corsia come se non esistesse un domani si propaga anche nelle stanze di degenza.

Vedo un’infermiera sbuffante trasportare con l’entusiasmo di un lemure alla pesca dei salmoni un carrello con medicinali e materiali medicamentosi.

Il silenzio e la solitudine mi concedono l’opportunità di riflettere.

Riavvolgo il nastro degli ultimi anni della mia vita e lo scansiono fotogramma per fotogramma.

Emergono sensi di colpa per il troppo tempo concesso al lavoro, per la ricerca della vana gloria, omettendo la cura della mia persona.

Il risultato è un peso di quasi duecento chili e la necessità di ricorrere alla chirurgia bariatrica.

La mia mente è immersa, forse per un principio di schizofrenia, in un vortice ascetico a base di lancinanti spasmi di rimorso, quando, quasi per divinazione, penetra nella mia stanza un prete.

Lo osservo estasiato, immaginando il prelato avvolto in un fascio di luce, con sguardo compassionevole e mano sul petto, mentre mi invita ad accoglierlo.

In realtà si tratta di un nerboruto sessantenne dal fisico asciutto ed il cranio rasato.

Mi osserva sorridendo.

In preda ad un delirio estatico, probabilmente favorito dalla sopra citata psicopatologia non diagnosticata, mi inginocchio goffamente davanti a lui, urlando “Miserere padre, ho peccato!”, per poi franare miseramente sul mio fianco a causa dell’unione tra la forza di gravità ed il mio peso smodato.

Il prete mi guarda, tra l’attonito ed il disgustato, mentre mi contorco come un enorme lombrico sul pavimento nel tragicomico tentativo di riportare in posizione bipede i miei due quintali di peso.

“Figliolo mi sembra eccessivo tutto questo” azzarda timidamente

“NO!” urlo con l’intensità gutturale della bambina indemoniata del celebre film degli anni ottanta “Lei mi deve confessare!”.

“Va bene figliolo” risponde titubante il parroco, valutata l’assenza di vie di fuga, aiutandomi a rialzarmi e masticando una bestemmia a causa dello sforzo inatteso ed iniquo.

“Da quanto tempo non ti confessi?” domanda in modo meccanico.

“Almeno due anni padre”

“Che peccati hai commesso?” domanda in modo adesso quasi cantilenante.

“Ho peccato di ingordigia padre. D’altronde non sarei qui in caso contrario. Purtroppo il lavoro che svolgo mi porta ad un’alimentazione sregolata”

“Che lavori svolgi?” domanda il prete diventando improvvisamente vigile.

“Avvocato padre”

Il volto del parroco si illumina.

“Civile o penale?

“Prevalentemente civile ma anche penale se richiesto” rispondo spaesato.

“Hai lo studio in città?” domanda con interesse adesso addirittura feroce, piantando i suoi occhi corvini nei miei e fissandomi intensamente. Poggia entrambe le mani sulle mie scapole continuando a guardarmi con la medesima intensità, per conferire maggiore enfasi alla richiesta.

Improvvisamente, con voce greve, formula la fatidica domanda:

“Posso avere il tuo biglietto da visita?”

Rimango inizialmente interdetto.

“Si, va bene” rispondo poi in modo balbettante guardandomi, stavolta io, intorno per cercare una via di fuga.

“Bene. Abbiamo molto di cui parlare” esclama sgranando gli enormi ed ipnotici occhi corvini da rapace.

“Ah … ehm … ma non ci sarebbe da finire la confessione?” abbozzo con un sorriso nervoso.

Nel medesimo istante il silenzio della corsia viene infranto dal rumore di porte spalancate vigorosamente e dal vociare trafelato di più persone.

Il cranio pelato del prete si irrora di rosso.

“È il tuo momento avvocato! Vengono per me!” urla in modo scomposto.

“Cosa?” domando spaesato.

Improvvisamente entrano nella stanza tre nerboruti infermieri, mai visti prima, con una camicia di forza pronta all’applicazione.

Dietro di loro un medico con la barba e lo sguardo austero, accanto al primario del reparto dove sono ricoverato.

“Avvocato aiutami! Sono i tirapiedi di Mammona!” urla il prete, saltando come un grillo sulla sedia presente nella stanza ed accartocciandosi su se stesso, in posizione fetale.

“Che sta succedendo?” urlo istericamente a mia volta, in preda ad un principio di crisi nervosa.

Il dottore con la barba inizia a parlare con voce greve.

“Sono il Dott. Recondito Mammola e questo signore è un mio paziente. È affetto da delirio psicotico di tipo mistico ed è ricoverato nel reparto di psichiatria dal quale, evidentemente, è fuggito”

“È vestito da prete” obietto istintivamente.

“Ha tramortito Don Luca, in visita al reparto psichiatrico, ha rubato i suoi vestiti ed ha approfittato di un momento di distrazione per fuggire” si intromette il primario del reparto dove sono segregato.

“Non è vero avvocato! Aiutami! Domeneddio lo vuole!” inizia a strillare il sedicente prete.

I tre infermieri si avvicinano con la camicia di forza già pronta per l’applicazione, in attesa di indicazioni del medico referente.

Nel silenzio cala un innaturale silenzio gravido di tensione.

Il Dott. Recondito Mammola annuisce infine con cipiglio inflessibilmente severo.

I tre operatori si avventano con ferocia sul presunto impostore.

Ne nasce una rabbiosa colluttazione durante la quale il fittizio prelato tenta di morderli ripetutamente, apostrofandoli con epiteti irripetibili.

“Ritornerò!” urla infine, con livoroso odio, quando i tre operatori lo immobilizzano e lo sedano usando una siringa gigantesca.

Un attimo prima di inabissarsi nella catatonia il sedicente prete si volge verso di me e con l’ultimo rantolo di voce sussurra:

“Ti assolvo dei tuoi peccati avvocato”

Poi si affloscia su stesso sembrando tramutarsi in una gigantesca ed inanimata bambola di pezza.

Osservo il plotoncino di sanitari che lo trascina via, sorreggendolo per le braccia e strusciando i suoi piedi sul pavimento, con  austero contegno marziale, e, mentre il flebile raggio di luce continua a penetrare dai vetri delle finestre antisfondamento che si affacciano sul cortile, mi domando se quella potrà considerarsi valida come confessione.

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Discussioni

  1. Attraverso le riflessioni di questo avvocato peccatore, come noi tutti (del resto), ci si sente sollevati dalle nostre colpe, che variano di soggetto in soggetto, senza lasciare scampo.
    Come mischiare sacro e profano, realtà e sua feroce parodia, in modo sempre divertente e al contempo implacabile. Ti direi valido alfiere del grottesco, se non sapessi benissimo che la realtà supera di gran lunga la fantasia. Sempre.