
LA CONFESSIONE E L’ADDIO
Serie: OMICIDIO A MERIDA
- Episodio 1: L’ARRIVO
- Episodio 2: L’INCONTRO
- Episodio 3: SABOR
- Episodio 4: L’AMORE E IL POTERE
- Episodio 5: LA CONFESSIONE E L’ADDIO
- Episodio 6: L’OMICIDIO
STAGIONE 1
Sabato 14
Sofia mi stava aspettando, con gli occhi tristi e un poco gonfi, questo pomeriggio. Forse aveva pianto prima che arrivassi. Tra due giorni dovrò partire, ma lo sapevamo fin dall’inizio.
Era seduta su una panchina del parco alberato, in Plaza Grande. All’orizzonte un rosato tramonto; per le strade il traffico stava aumentando: gente uscita dal lavoro che ritornava a casa, gente che si trovava con gli amici a bere un bicchiere nei locali del centro città, gente che aspettava l’inizio della notte per andare a ballare e divertirsi.
Mi sedetti vicino a lei e cercai di consolarla; lei mi guardava ma non voleva parlare. Poi mi disse che stava bene, che era soltanto stanca per la giornata di lavoro. Le chiesi se voleva camminare un po’, allora mi prese le mani e mi raccontò tutto, liberandosi del peso che si sentiva addosso: stamattina un cliente dell’hotel aveva cercato di buttarla sul letto, di abusare di lei.
“Mi sono messa a gridare e qualcuno ha bussato alla porta, forse una delle sue guardie… allora si è calmato e mi ha lasciato andare; ma prima che uscissi dalla stanza mi ha minacciato, ha detto che dovevo ritornare, prima che partisse, altrimenti mi avrebbe fatto licenziare.”
Prese respiro, trattenendo le lacrime. I miei propositi di consolarla non valevano più; non era per la nostra separazione, allora! La presi per le spalle.
“Che brutta storia” le dissi stringendola a me “adesso però devi calmarti. E poi come potrebbe farti licenziare?”
“Oh, è molto semplice: basta che finga in Direzione che non trova più il suo orologio d’oro, oppure che mancano dei soldi dalla valigia… è una persona molto importante, invece io non conto quasi niente… hanno chiuso tutte le altre stanze all’ultimo piano, c’è soltanto lui. E a fare le pulizie mandano sempre me.”
Uno strepitio di clacson coprì per un attimo le sue parole.
Avevo capito di chi stava parlando, ma ugualmente glielo chiesi.
“È un politico” mi rispose guardandomi negli occhi “Padron, il futuro presidente di questo grande e liberale paese!”
“Potresti denunciare…” cominciai a dire, senza troppa convinzione, ma non mi lasciò finire la frase.
“Credo che tu stia scherzando… non andrò più nella sua stanza, non ho paura di perdere questo lavoro; ho venticinque anni, ne troverò un altro, magari pure migliore.”
Si asciugò un poco gli occhi; ora sembrava più calma.
“E adesso non voglio che continuiamo a parlare di questa vicenda. Tu devi partire e voglio dedicarmi soltanto a te, nel poco tempo che rimane.”
Le vetrine dei negozi si stavano accendendo di luci colorate; la sera prendeva vita, per le strade di Merida.
—
Domenica 15
Sofia entrò nella mia stanza alle quattro del pomeriggio. Era una calda domenica di metà gennaio; la mia ultima domenica qui a Merida. L’indomani sarei arrivato a Città del Messico, e poi di ritorno in Italia. Non sapevo cosa dire, quando si avvicinò a me. Non sapevo che cosa fare. Capivo che lei era nervosa, che l’addio non poteva essere da amici: non lo eravamo mai stati, nei giorni precedenti.
Mi mostrò una fotografia in bianco e nero; stava suonando il violino, e gli occhi sembravano persi nel vuoto, forse a rincorrere l’incanto della musica.
“È per te” mi disse “c’è una dedica dietro.”
Girai la foto: “Te quiero para siempre” scritto a mano, e l’impronta rossa delle sue labbra.
Pensai che domani sarebbe stato tutto finito, tutto nel deposito dei ricordi.
“A che ora parte il tuo aereo?”
“Molto presto, Sofia, alle sei di mattina, devo essere all’aeroporto prima delle cinque. Lascerò questo hotel verso le quattro, ho già sistemato il conto alla reception …”
“Voglio venire a salutarti all’aeroporto.”
“È meglio di no, salutiamoci adesso. È oggi il giorno dell’addio.”
Ed ecco che il suo silenzio cominciò a ferirmi; anche lei non sapeva che cosa dire. Girava per la stanza, inquieta, senza guardarmi. Poi, di scatto, mi abbracciò.
“Sapevamo che sarebbe finita…” cercai di dire.
“Nessuno conosce la fine delle cose” mi rispose “dopo che sono cominciate.”
“Niente comincia se noi non lo vogliamo, però.”
“Non è vero. Credo che non sia vero.”
Improvvisamente tutto mi sembrava estraneo: la stanza, il leggero ronzio del condizionatore d’aria, il mio panama bianco sopra il televisore, la valigia aperta addosso all’armadio.
Guardai verso la finestra. Per strada le coppiette staranno camminando verso la piazza principale, scambiandosi carezze e promesse; qualcuna si fermerà a comperare dello zucchero filato, o una bibita fresca. La musica starà già riempiendo gli archi di gesso e mattoni del Municipio. Sarà per tanti una domenica come mille altre, perduta nella memoria leggera di una qualunque stagione della vita. Una domenica qualunque.
“Io vengo lo stesso all’aeroporto” disse Sofia “non potrei dormire questa notte.”
“E domani?” mi venne da dire, ma capii subito che era una domanda cattiva.
“È vero” mi rispose “cosa accadrà domani?”
Avrei voluto essere già lontano, in quel momento; oppure che tutto dovesse ancora cominciare.
“Ho voglia di te” disse Sofia venendomi vicino “ma so che dopo mi farebbe troppo male. Parliamo ancora un poco, e poi me ne andrò. Mi basta soltanto prenderti le mani, sentire il profumo della tua pelle, accarezzarti il viso. Voglio tenere dentro il desiderio, per quando sarai lontano.”
Ora stava cantando sottovoce la nostra canzone, con i capelli davanti agli occhi. Era un momento di magia che sembrava non dover finire mai, dilatarsi nel tempo. Da una stanza vicina si sentiva arrivare un debole suono di musica, forse una radio o un televisore: una canzone ritmata e spensierata, scritta per far ballare. La sentì anche lei, adesso, e sembrò risvegliarsi da un lungo sogno. Guardandomi mi chiese se la accompagnavo fino alla macchina.
Così il pomeriggio in fretta finì, quasi senza parole, forse per la paura di dire cose troppo difficili da dimenticare, poi.
Mi venne in mente ancora la canzone del nostro incontro.
“Baciami” le dissi “come se fosse stanotte l’ultima volta.”
“Ma non è notte…”
“Ma è l’ultima volta.” E poi continuai: “Pensa che forse domani sarò lontano, molto lontano da te.”
“Non tornerai più in Messico?”
“Non lo so. Forse sì.”
“Se tornerai ti aspetterò.”
Uscimmo dall’hotel. In macchina si infilò un paio di occhiali scuri, anche se il sole ormai era quasi sparito. Dopo un paio di tentativi il motore si accese, sputando la solita nuvola di fumo grigio. Abbassò il finestrino, le strinsi la mano.
Tutto sembrava sul punto di finire, e di non finire mai.
“Buena suerte, Sofia.”
“Buena suerte, Ernesto.”
La macchina partì. Sperai di vederla girare alla prima traversa per ripassare ancora una volta, invece proseguì dritta, finché scomparve nella malinconia della sera.
Serie: OMICIDIO A MERIDA
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- Episodio 5: LA CONFESSIONE E L’ADDIO
- Episodio 6: L’OMICIDIO
Grazie Giancarlo.. sei troppo buono.. volevo solo far capire che in questa storia, a parte l’omicidio, non mi sono inventato quasi niente.. mi piace scrivere di cose che ho vissuto, quando posso
Hai già scritto di Sofia in un altro bellissimo racconto breve. Lo hai fatto in una maniera differente, ma si sente che lei è sempre lei. Mi piace molto la delicatezza con cui tratti questo personaggio. Qui mi chiedo, se ne andrà veramente Ernesto dal Messico? Quali intrecci e colpi di scena ci aspettano?
Ciao Cristiana.. la storia è quasi finita.. l’ultimo episodio l’ho già spedito.. mi piacerebbe molto fare un seguito, ma dovrei inventarmi tutto..
Non c’è bisogno ☺️
Scusate se mi intrometto, ma questo scambio di battute aveva un po’ lo stesso sapore del racconto.
– Che bella serie, peccato che finisca.
– Sì ma è così che deve finire
– Hai ragione, è meglio così.
E in effetti è così che ci si sente spesso, quando un racconto ben scritto termina. Vorremmo che continuasse, anche se la storia è finita. Cristiana, come sempre con la sua sensibilità, ha colto questo sentire e lo ha espresso.
Bravo Furio, ora il finale!
Hola @ianni67 , qué tal? 🙂 🙂 🙂
Sono convinta che quando per passione sei uno scrittore, un viaggio così non finisce mai. Adesso vediamo quanto @furioz ha ancora voglia di raccontarci. Siamo in due. Io non mi accontento di certo. E tu?
Io nemmeno!