La cosa
LA COSA
A pensarci bene la Cosa, in fin dei conti, non esiste. Ovvero esiste, ma per ora sono riuscita a limitarne i danni: l’ho confinata in soffitta. L’ho stordita di chiacchiere e promesse. Dio solo sa quanta fatica mi è costata farle salire le scale. A ogni gradino si stoppava e mi ci voleva ogni volta una bugia nuova per farla andare avanti. E intanto lei continuava a pormi domande: -Ma perché? ma allora tu dici che…- e io a risponderle, inventare, arrampicarmi sugli specchi. Non si è accorta di nulla, credo.
Ora è lá, non so per quanto. Prima o dopo si accorgerà del tranello.
É arrivata all’improvviso, ha bussato alla mia porta, proprio alla mia, ‘sta disgraziata. Io fino a quel momento stavo trascorrendo un bel pomeriggio sereno, come non mi capitava da un po’. Mi stavo godendo un té costoso, nero, molto profumato. Lo getterò tutto nella pattumiera.
Le ho aperto così, sopra pensiero, mai mi sarei immaginata di trovarmela davanti. Una volta aperta la porta, respingerla è stato impossibile. L’ho dovuta far entrare, anche se con la morte nel cuore e lo sguardo basso; i muri di casa sono diventati di colpo bigi, da candidi che erano. Per fortuna ho avuto l’accortezza di non farla sedere in salotto. Se l’avessi fatto a quest’ora sarei già bell’e spacciata. Il mio divano ha questo particolarità di abbracciare strettamente le persone che ci si siedono e di rilasciarle con estrema fatica. Io stessa se faccio la sciocchezza di sedermici sopra appena sveglia, ancora mezza incosciente, non riesco ad uscire dalle sue grinfie che ben oltre mezzogiorno. Memore di questo, l’ho instradata verso la scala a chiocciola che porta in soffitta. La Cosa è più larga che lunga, praticamente lei saliva le strette scale e io la spingevo da dietro. E contemporaneamente le parlavo, cercando di dissimulare la mia irritazione per il suo continuo fermarsi. Una gran sudata. Una volta in soffitta l’ho fatta accomodare su una robusta poltroncina. Non è che sia esageratamente grossa, ma è rigida, inflessibile, un peso morto. Poi altre chiacchiere, altri equilibrismi, infine grazie a Dio si è assopita. Successivamente sono scesa di sotto, mi sono seduta in cucina e ho cercato di raccogliere le idee.
Pensare che sarebbe bastato non aprirle, fingere di non essere in casa. Rivedo la scena attimo per attimo, vorrei fosse quella di un film ed io un’abile regista, per poterla rigirare da capo e modificarla.
Però, sul serio fino a che sta su in soffitta, fino a che nessuno la vede, é come se la Cosa non esistesse.
Sembra facile a dirsi. Fra poco comincerà a protestare, a pretendere, a chiedere. E io, che mi inventerò?
Non ho il tempo nemmeno di mettermi a piangere che di nuovo bussano alla porta. Stavolta mi avvicino brandendo un lungo coltello. Non vorrei che la Cosa si fosse portata dietro il suo seguito di disgrazie.
Dallo spioncino vedo che è Mila, la mia vicina ficcanaso. Sa bene che sono a casa, ci siamo salutate poco fa dalle nostre rispettive terrazze. Che vorrà? Nascondo il coltello dietro la schiena, apro la porta di una decina di centimetri e metto fuori mezzo viso.
-Ciao Mara- capisco che la sua bocca sorridente ha l’obiettivo preciso di catturare la mia benevolenza mentre i suoi occhi cercano di carpire informazioni: scrutano bramosi quel poco che lascio intravedere di casa mia.
-Ti va una fetta di torta alle mele?- continua a perpetrare nei miei confronti il lavoro di dissociare bocca e occhi.
-Veramente adesso io…
-Ma dai Mara- mi interrompe, freme, teme un rifiuto.- Su vieni, é ancora calda, non vorrai mica che ingrassi da sola?
-Ok, va bene, ma giusto un momento- pronuncio le parole lentamente, per prendere tempo-Devo uscire, devo andare in farmacia prima che chiudano.
Uso anch’io la sua strategia dissociativa: dalla mia bocca esce una affermazione falsa ma rassicurante che spiana la strada ma nelle retrovie le mie capacità cognitive si stanno consultando in segreto per risolvere la situazione sempre più drammatica. Spero si spiccino. Sí, perché l’ impicciona di sicuro ha visto la Cosa entrarmi in casa, si è incuriosita, e ora vuole cavarmi più informazioni possibili. La scusa della torta è ridicola: lo sa bene che non mangio dolci. Anche per la sua palese idiozia, oltre che per la boccaccia larga che si ritrova, va fermata al più presto. Non so cosa voglio fare. Mila entra nel suo monolocale e io le sono dietro; cavoli come puzza di lavanda casa sua. E io odio la lavanda, ma penso che questa volta servirà a coprire per qualche ora gli inevitabili odori che di lì a poco satureranno l’appartamento, dato che la mia mano destra sta affondando la lama del coltello nella schiena.
Rientro velocemente nel mio appartamento e di certo non ho risolto niente, anzi ora ho due problemi anziché uno.
É che sono nata scalognata, non mi va mai bene nulla. Sento di nuovo un nodo di pianto chiuso in gola che cerca uno sfogo, lo riconosco: é quello di prima. Devo negargli per la seconda volta una via d’uscita perché la Cosa si è risvegliata e mi chiama.
-Mara, Mara, ma dove ti sei cacciata?
Si è fatta vecchierella, ha perso il tono comandino che aveva un tempo. Si è anche ingobbita. Forse non sarà così complesso, come un tempo, cavarmela. Mi accorgo di aver lasciato il coltello da Mila. Ma tanto per sua maestà la Cosa serve un piano più raffinato. Bisogna agire d’astuzia. Devo distrarla, parlare d’altro, confonderla e poi agire. Salgo le scale con la tempie bruciacchiate dai giri di vite inflittami dai tanti ragionamenti. Ma la Cosa non è più seduta sulla poltroncina. Tuttavia c’è, sento che si muove nella stanza. Calma, devo rimanere calma, anche se il ginocchio destro è sul punto di cedere ad ogni passo. Non importa, sto ferma. Finalmente riflessa nello specchio appeso di fronte la vedo.
É dietro di me. E ride, ride, ride…
alcune descrizioni sono di notevole efficacia (ad esempio la dissociazione bocca-occhi) e così anche il personaggio della vicina di casa. Il divano che cattura le persone è un’idea molto buona, peccato rimanga isolata.
Grazie
Una storia interessantissima, è stato un vero piacere leggerla. Brava!
Che gentile, grazie infinite
Che Cosa interessante!
Grazie