
La costellazione dell’Ofiuco
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: La camera nera
- Episodio 4: Marcus e Greta
- Episodio 5: Il pavone nero
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
STAGIONE 1
La visita a mia madre avvenne nel silenzio. Nessuno di noi tre disse una sola parola. Greta fissava mia madre e mia madre fissava me che fissavo lei e poi Greta. C’era un’infermiera straniera, che non avevo mai visto, che ogni tanto entrava e sorrideva, e nel suo sorriso mi sembrava di riprendere aria. Non vedevo l’ora di uscire dalla camera, ma notavo che Greta rimaneva affascinata dal paesaggio ibernato di mia madre. Forse il destino di una donna segregata nel castello di ghiaccio della sua follia, poteva rappresentare per lei dei fondali misteriosi di ispirazione e di incanto.
Quando mi sentii soffocare, come quel pomeriggio, in cui non trovai nemmeno la forza di dire a Greta che fosse giunto il momento di andare – l’infermiera non ci dava nessuna fretta – mi sforzai di pensare a un luogo rincuorante, che in qualche modo si sostituisse al quadro angusto della camera della clinica. Passai del tempo a cercarlo dentro di me, immaginandolo come un posto creato per la sola funzione di rincuorarmi, ma non riuscivo a recuperarlo. Più scavavo nei ricordi e nelle sensazioni che mi evocavano, più mi ci perdevo e il bianco della camera mi dominava, come il leucoma corneale le orbite celesti di mia madre.
La ricerca mi sprofondò nella nebbia più fitta. E mentre combattevo con l’impossibilità, guardando Greta ipnotizzata di fronte a mia madre, mi sovvenne all’improvviso la camera del registratore, dove giocavo per interi pomeriggi insieme alla zia Clorinda, ricordando con chiarezza la mia voce segregata nel nastro e il mio stupore, nel non capire come fosse possibile che ritornasse a vivere senza di me, con la mia stessa intonazione ma senza il mio controllo, come se appartenesse a un altro me… e solo allora mi sentii protetto dalla stessa figura del passato che adesso costituiva una minaccia, un luogo vicario di dannazione. Pensai che erano ancora troppo vicini, i luoghi rincuoranti dai minacciosi, come camere cardiache, gomiti che si sfiorano sulla stessa ringhiera. O forse erano gli stessi.
Mentre scendemmo le scale, finalmente Greta riprese a parlare. Mi disse che nello sguardo di mia madre c’era più vita che in altri luoghi e altri visi. Mi domandò delle speranze di ripresa, e da quanto tempo mia madre avesse perso, o interrotto, il contatto con la realtà. Io avevo le idee confuse, non ricordavo quasi più nulla. Le accennai qualcosa sui primi ricoveri, ma con molta superficialità e svogliatezza, non avendo interesse a essere più preciso. Fu allora che Greta mi rimproverò di rimanere troppo vago, e che su questioni così importanti non potevo permettermi di essere evasivo, tranne se non lo facessi apposta per escluderla.
Le giurai di non ricordare. Ero confuso. Non riuscivo a individuare un punto d’inizio da cui calcolare la malattia e il suo decorso. Lei mi disse che non sarei mai stato un buono scrittore, perché una delle capacità fondamentali di un buono scrittore era quella di fissare un punto fermo, distinto, ben delineato a livello temporale e poi da lì procedere, rapportando il giusto peso e lo spazio incontaminato di ogni azione e conseguenza dell’azione nel suo processo illusorio. Rimanendo vincolati a un punto fermo, fissato con la massima precisione, solo allora sarei risultato credibile nell’intento, pronto a raggiungere gli abissi della terra o il buco nero quiescente della costellazione dell’Ofiuco, dove svanivano le parole, come mi sussurrò con gli occhi alteri, inorriditi dalla mia insofferenza.
«Se non ricordi nulla di preciso della storia clinica di tua madre –» mi disse Greta «come potrai pretendere di scrivere e di contrattare con la tua immaginazione?»
Io non le risposi. Rimasi a riflettere diversi giorni sulle sue parole e sulla costellazione dell’Ofiuco. Quando la rincontrai, le proposi di leggere qualche passaggio dell’ultimo scritto a cui stavo lavorando, a patto che anche lei mi facesse leggere qualcosina del suo. La vidi perplessa. Non si aspettava una richiesta simile. Sembrava poco propensa a condividere i suoi segreti di scrittura con me. Allora, prima che mi rispondesse, le proposi di leggere solo qualcosa delle mie prove, senza obbligarla a condividere parti delle sue, precisandole che “La camera nera” era un libro vero, che era stato pubblicato, distribuito, venduto, recensito, a riprova che fossi perfettamente in grado di procedere nella mia immaginazione, pur senza relazionarmi alla situazione irreversibile di mia madre, che non doveva condizionare in alcun modo la mia scrittura e i terrori della mia creatività, a cui avevo affidato le chiavi della mia esistenza, senza riserve.
Greta mi disse di non volerne sapere dei miei scritti. Non era interessata. Se mi andava, potevo leggere qualche capitolo del romanzo “Il Falco Vespertino”. Mi prestò uno dei suoi quaderni, che conteneva tre interi capitoli, dal quarto al sesto. Era un lavoro terrificante. Pieno di ombre, di afflizioni, di dolori e di torture agli uccelli. Si parlava di suo padre, il professor Hans, e di quello che le avrebbe inflitto nel tempo, come castighi per le sue mancanze. Anche nel mio ultimo lavoro parlavo di lui. Adesso i nostri scritti si avvicinavano troppo, attorcigliandosi attorno a una stessa figura mutante, in progressivo disfacimento morale e psichico. Uno dei due avrebbe dovuto cambiare trama, o costellazione, quanto meno discostarla dal professor Hans, che nel mio caso funzionava benissimo nello sviluppo immaginativo che avevo offerto all’esperienza reale, mentre nel caso di Greta era poco credibile, per ciò che di mostruoso rappresentasse nella sua irrealtà. Ma era davvero irreale il personaggio che Greta associava a suo padre Hans, un tempo suo zio? E quello che io scrivevo del professor Hans, un tempo suo padre e attualmente suo zio, invece? Quanto si discostava dalla realtà?
Quando ritornai dal professor Hans per la mia lezione, non lo trovai. Mi accolse Marcus, dicendomi che lo zio era andato in farmacia. Lo vidi strano, col viso spento, stregato. Gli chiesi di Greta. Mi rispose che stava in camera sua, mentre mi faceva strada nel corridoio, invitandomi a entrare in un saloncino semibuio, chiedendomi di aspettarla lì. Avevo appena raggiunto la finestra, quando qualcuno, con due scatti assordanti di chiave, mi chiuse dentro.
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: La camera nera
- Episodio 4: Marcus e Greta
- Episodio 5: Il pavone nero
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
Parto dal finale. Ritrovo spesso, nei tuoi scritti, il tema affascinante della ‘porta chiusa’ oltre la quale c’è uno spazio che si distingue eppure si interseca con un presente possibile o forse immaginato. Da un lato il protagonista, dall’altro lo sconosciuto e spesso il desiderato. Un finale di serie davvero intrigante. Ho come l’impressione che Greta stia compiendo un cammino di maturazione abbastanza ben delineato. Mi chiedo invece quale sia quello del protagonista, oltre la porta chiusa.
Senza dubbio il circuito della storia si fa sempre più asfittico, nelle diverse prospettive che la intersecano. Le porte chiuse dei luoghi corrispondono spesso a quelle interne ai personaggi, che non hanno un controllo definito sui loro spazi e sulle loro dinamiche di interazione.
Tra Greta e lo scrittore disilluso è interessante osservare un misterioso contrappunto, o gioco di leve, tra risonanze, affinità, punti in comune e improvvise apnee, dissonanze, balzi nel vuoto. Potrebbero patire entrambi un soffocamento simile da un livello di realtà che non è compatibile con le loro attitudini interiori e creative, che danno a entrambi una voce, in opposizione all’oblio dell’inesistenza che avvolge la loro solitudine in un autismo progressivo dell’animo e delle sue nebbie. Eppure Greta pare resistervi. Nella camera della clinica regge l’ascolto e il confronto, entrando senza riserve nel castello di ghiaccio della donna. Lo scrittore ne è già intossicato. La sua figura retrocede nelle ombre, mentre quella di Greta matura un suo difficile equilibrio nella luce sulfurea di un suo immaginario parallelo, a cavallo tra le pagine dei suoi quaderni segreti e la ricerca tormentata di un’identità.
Grazie dei tuoi spunti e del tuo ascolto.
Non farci aspettare troppo 🙂
“come mi sussurrò con gli occhi alteri, inorriditi dalla mia insofferenza”
Siamo di fronte a una bambina/donna. Un essere particolare, differente, che diventa una sfida costante ed enorme fatica per il nostro protagonista. Nel loro rapporto ogni forma di gioco è serratamente esclusa.
Mi ritrovo molto nel prospetto di un personaggio femminile che matura una sua zona privilegiata ed elettiva, fungendo da stimolo e da richiamo per il protagonista. Un elemento nucleico e rivelatore.
Non credo sia facile mettersi nei panni di un personaggio femminile, e vice versa nel caso di una scrittrice. Tuttavia, ci ho provato anche io, è sempre un esercizio stimolante. Ci vuole tanta sensibilità.
“il bianco della camera mi dominava, come il leucoma corneale le orbite celesti di mia madre.”
Una similitudine efficacissima e sconvolgente.
Mi sono piaciute tantissimo la sensibilità e la curiosità con le quali Greta si approccia al personaggio della madre. Come se volesse carpirne i segreti, prendere da lei il più possibile. Molto bello anche il modo in cui hai inserito particolari sul mestiere dello scrittore, partendo appunto dalle suggestioni di Greta. Mi ha colpita la ritrosia dello scrittore nel non ricordare: la madre è il suo grande amore, eppure qui sembra quasi se ne voglia scostare (in un modo simile al quale poi si scostera’ da Greta e dall’amore per lei…)
Si notano, nella seconda parte, i primi dissidi tra i due. Come una piccola crepa che si inizia ad aprire. Proprio ora, dopo che lo scrittore si è aperto riguardo la madre è Greta ha fatto lo stesso col padre. Il finale è davvero notevole, non avresti potuto fare di meglio. Chiudi una porta a chiave e a noi apri l’immaginazione e la curiosità verso ciò che ancora deve accadere. Complimenti vivissimi Luigi!
Sono sempre più convinta che i tuoi scritti siano tra i più meritevoli su questa piattaforma.
Mi lasci senza parole, credimi. Ti risponderò più avanti, quando le troverò. Intanto un grazie infinite. A presto.
Nel tuo commento hai evidenziato degli elementi di relazione tra i personaggi e il loro contesto molto pertinenti. Avverto che in ciascun passaggio del loro comportamento, delle loro scelte, vi sia sempre un conto in sospeso con una zona meno chiara e raggiungibile della propria interiorità. Un tentativo di compensare, di recuperare una zona ampia di perduto e di irreversibile.
Attraverso le ombre di Greta, lo scrittore cerca una sua luce, allo stesso modo Greta fa lo stesso con lui, ma quando si trovano entrambi nella camera bianca della clinica dove è ricoverata la madre, piomba tra di loro il silenzio, come unica voce e verità possibile, e sono solo gli sguardi a resistere nel castello di ghiaccio di quel pomeriggio astratto, scorporato dal tempo e dai rumori del mondo, in un luogo che non concede spazi, rifugi, o alternative a quello stadio irreversibile di quiescenza e relativo infinito.
Nei momenti fugaci intercettati nella visita alla madre dello scrittore, voluta fortemente da Greta, avverto nitidi i punti che hai elaborato con la tua sensibilità, in relazione al contrasto del figlio nei confronti della figura materna, che da una persona diventa lineamento, condizione primaria, universo, costellazione, buco nero non quiescente, fino a trapiantarsi dentro il buio di un’altra persona.
Concludo dicendo che ho molto apprezzato il tuo pensiero sul fatto che la porta chiusa a doppia mandata sul finale di stagione apra a nuove dimensioni immaginative, e sia foriera di spazi e aperti e non di coercizioni. Hai riassunto in poche parole, ben centrate, il sentimento del progetto, la sua natura oscillante, ambigua, ma sempre propulsiva verso una zona franca dal dolore.
Ancora grazie per la tua dedizione a questi studi. Buona scrittura e a presto.
“Adesso i nostri scritti si avvicinavano troppo, attorcigliandosi attorno a una stessa figura mutante, in progressivo disfacimento morale e psichico. “
Molto interessante questo passaggio. Intravedo qualcosa di cruciale, dice molto del rapporto tra Greta e lo scrittore. È come se per la prima volta la loro immaginazione, che tanto li ha uniti a livello di affinità, ora mostri anche di avere un’ombra.
Quando penso a questi due personaggi, lo scrittore e Greta, mi viene subito in mente l’idea del filo spinato, della sua natura tagliente, minacciosa, al solo guardarlo da lontano o immaginarlo dentro una mano aperta che si chiude per contenerlo, pur sapendo che sarà impossibile farlo senza ferirsi. Un filo che si riavvolge su se stesso, lungo estensioni perimetrali non prevedibili, che mentre delimita e ostacola vive un misterioso sodalizio con la sua materia, per quanto riguarda le due interiorità del racconto. Entrambi questi ragazzi, in fondo cercano un’idea astratta e violenta, quanto intima, della libertà espressiva, attraverso le loro rispettive ossessioni-dannazioni, fino a fonderle e confonderle, diventando nello stesso tempo strumento simbolico di recinzione verso gli invasori invisibili che sono dall’altra parte di un muro, e quindi di un livello dimensionale non tangibile, e l’oggetto in sé che si autotrafigge, facendosi vittima sacrificale sdoppiata dello stesso intento coercitivo.
Lo zio Hans, padre e anche professore privato, è parte fobica di questo intreccio, dello stesso filo spinato da cui è difficile districarsi, così come è impossibile sottrarsi alla propria ombra. Ecco cosa mi ha evocato la tua riflessione acuta e molto pertinente. Un grande grazie, come sempre, per la tua preziosa e raffinata attenzione.
Chapeau! Ammiro la tua tecnica di scrittura, la profondità con cui descrivi e ci fai calare nella storia, attribuendo il peso dovuto al tema in questione. La definizione che hai dato sulla condizione mentale della madre, colpisce come una metafora azzeccata e incisiva. “Forse il destino di una donna segregata nel castello di ghiaccio della sua follia, poteva rappresentare per lei dei fondali misteriosi di ispirazione e di incanto.”
Oltre tutto, quando si accenna qualcosa sui segreti per diventare buoni scrittori, é come un’esca a cui un autore non puó resistere.
Ciao M. Luisa e grazie della tua visita così luminosa che mi rende davvero difficile eguagliarla con la stessa corrente di ispirazione e spontaneità. Posso dirti che il passaggio che hai evidenziato, relativo alla manifestazione del dolore e della follia di una madre come elemento fondante di ispirazione, è uno di quelli che ho elaborato e inserito solo all’ultimo momento, quindi nelle ore che hanno preceduto la mattina del martedì, giorno in cui pubblico gli episodi che ritengo maturi, quanto meno condivisibili se non meritevoli di una minima attenzione.
L’idea fiabesca del castello e del ghiaccio, con questo nitore e con il gelo della follia che lo trasfigura, attraverso il viso minuto di una donna immobile, di fronte a una ragazza, sono stati dei richiami profondi e inattesi, che mi hanno ricondotto a quel momento preciso e insieme indefinito, in parte scollato dalla realtà, come se rappresentassero l’anima, la definizione di senso del racconto, ma anche dello scrivere in senso lato e quindi più puro, senza troppi contorcimenti logici e ideologici, ma come esercizio elementare e progressivo di abbandono alla dolcezza dei propri fantasmi. La cosa più interessante è stata che tu, nel tuo commento, abbia captato proprio l’elemento più atomico, e anche il più tardivo nella sua composizione, allineandoti alla mia percezione di quelle particolari frequenze, come della stessa luce nordica e spettrale che si è irradiata nel quadro come una musica lontana da una finestra invisibile. Ancora un grazie per le tue parole generose e accoglienti. Buona scrittura.
Ammiro la disciplina del tuo scrivere: ricerca dei termini e costruzione impeccabile. Quando finirà lo leggerò d’un fiato perché credo che assumerlo così, ad episodi, un po’ lo annacqui ed è un peccato. Sei un ottimo scrittore Luigi!
Ti ringrazio davvero della tua generosità e attenzione, Giuseppe. Riconosco che una lettura più continua, per questa determinata tipologia di struttura narrativa, possa offrire maggiore abbandono e anche un controllo diverso delle dinamiche che si avvicendano, spesso in un moto non lineare ma segmentato. Sono comunque contento delle tue osservazioni e del fatto che lo scritto ti abbia in qualche modo raggiunto, nonostante la modalità ancora parziale di fruizione. Un saluto e buona scrittura.
L’ultimo episodio della serie si conferma degno delle aspettative Luigi.
Bella la frase:”come potrai pretendere di scrivere e di contrattare con la tua immaginazione?” Mi è piaciuta molto. Ti faccio i miei complimenti come sempre!
Sono davvero contento che a conclusione di questa prima arcata di episodi le tue impressioni siano positive e che questa esperienza in qualche modo ti abbia stimolato e ti abbia lasciato qualche risonanza. Non era affatto scontato.
È stato un percorso segmentato e alquanto arduo di ricerca costante di un equilibrio, tra continui allontanamenti da un nucleo narrativo più statico e biografico, con cui sono partito, per individuarne altri in parallelo, come affluenti dello stesso corso, che concertassero con il principale in un contrappunto sotterraneo, contemplando sempre il richiamo alla sua foce originaria.
Il tuo parere mi fa ben sperare che questa strada, nonostante le sue curve, possa essere ancora battuta ed esplorata nei suoi singolari versanti. Grazie davvero della tua visita e del tuo bel commento.